Cronaca del solito massacro


Da un concerto dei Brian Jonestown Massacre

Ravenna, 2018 – Nella tarda serata del 28 settembre si è consumato l’ennesimo concerto dei Brian Jonestown Massacre, la banda di Anton Newcomb, armata degli immancabili occhiali da sole, ha calcato il palco del Bronson* per un paio di ore, non tralasciando nulla della loro lunga e travagliata carriera.

Tardano ad arrivare (come tutti oramai si aspettano), tra il pubblico i bicchieri si stanno drammaticamente svuotando, e il caldo non da tregua. I più fanatici non stanno nella pelle, rinunciano addirittura ad ordinare altra birra per non perdere il posto tra le prime accalcate file, nemmeno il miglior Dj potrebbe distrarli dalla loro snervante attesa.

Eccoli che salgono sul palco in modo confusionale, casuale, come fossero perfetti sconosciuti alla fermata del tram in un’umida serata di Frisco. Il caos non è inatteso, visti i numerosi attriti tra i componenti durante la loro carriera, e così, la prima nota deve aspettare ancora qualche minuto per essere esalata.

Sono tanti sul palco, mai troppi per quella che loro considerano una festicciola nostalgica a cui tutti sono invitati (se portano birra). E così si parte: una vera e propria colonna sonora delle loro influenze (mai negate), un dettagliato omaggio ai lisergici anni ’60 e a quello che loro (e non solo loro) reputano il simbolo incontrastato del movimento musicale di quel decennio, Brian Jones e i suoi Rolling Stones.

Il suono è maturo, frutto di anni di sperimentazioni e tour in tutto il mondo. Giungono echi profondi da ogni angolo del palco, una conversazione con l’aldilà, lenta e instancabile, alla costante caccia alla redenzione, o forse no.

Forse è solo impressione, forse è ricerca della perfezione, dove solo i tibetani più zen potrebbero comprendere, e sembrano riuscirci, non senza aiuti dalle divinità protettrici di alcool e sostanze stupefacenti. Il tasso alcolemico è alto, molto alto, nessuno lo contesta, e le canzoni si susseguono verso l’inesorabile finale.

Unico neo della performance, si percepiscono bisticci tra i componenti della band (incomprensioni?), che mai sfociano in una vera e propria rissa, che avrebbe reso ancora più pirotecnico il concerto. Bisogna accontentarsi degli scambi goliardici tra una canzone e l’altra, le risate e le imprecazioni, degne delle più luride sale prove di tutto il mondo.

Tutto è accettato da gente che prende il nome da un “rivoluzionario” massacro, avvenuto 40 anni fa, per mano (o meglio dire per mente) di tal Reverendo Jim Jones**, è una responsabilità, una targhetta da esporre per non dimenticare, un inno alla follia che la band californiana sfoga sui palchi attraverso la musica, con un metodo a dir poco luciferino. Non scendono a compromessi, né con il pubblico, che li ama a dismisura, né con le etichette discografiche, che continuamente li avevano corteggiati, portandosi puntualmente a casa secchi “no”.

Il loro destino è più grande della fama, e lo hanno pure rinfacciato agli amici/rivali di sempre (Dandy Warhols), più di una volta, durante le serate condivise.

La serata vorrebbe non finire, ma i ragazzi non concedono mai bis, neanche a pregarli.

La beffa più grande che i BJM possono fare è quella di convincere il mondo che non esistono, e come niente…

Spariscono.

*https://www.bronsonproduzioni.com/

**https://it.wikipedia.org/wiki/Jonestown_(Guyana)

Dal lontano '87 vivo perlopiù nella provincia Ferrarese, non senza viaggiare, realmente o con l'immaginazione, attraverso l'Europa. Passioni: tante, pure troppe. Letteratura, cinema, musica (ascoltata e suonata), e ci mettiamo anche un po' di sport per darci un tono... Nel tempo libero provo anche a lavorare, ma solo ed esclusivamente a contatto con tanta birra!

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