DAL MONDO SERIALE: LA CASA DI CARTA


  Gioco e regole del gioco. Guardie e ladri ma gioco non è: si fa sul serio. L’obiettivo è una rapina nel cuore dello Stato, là dove c’è la Zecca. Entrare all’interno di esso e farsi zecca, e anziché succhiare sangue produrlo. La ricchezza è in funzione al tempo. Il tempo è denaro. Un’operazione delicata, studiata, programmata che ha bisogno di eccellenze e professionisti nel settore, gente in grado di resistere e di fare resistenza. È curioso come nella parola resistenza ci sia un prefisso che indichi una, almeno una, seconda volta.

La vita nova allora dipende da quel tempo e da quel denaro, da quanto si voglia colpire al cuore senza ferire, senza ammazzare nessuno. È possibile? Si. Ma a delle condizioni e regole precise da rispettare: prevedere nei dettagli le sue ramificazioni e varianti in una progressione di avvenimenti. Così i ladri, per l’occasione, faranno un lavoro pulito, come da protocollo:

Professore: Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Alle banche. Direttamente dalla zecca ai più ricchi. Qualcuno ha detto che la banca centrale europea è una ladra?… Iniezione di liquidità l’hanno chiamata. E l’hanno tirata fuori dal nulla… (…) Io sto facendo un’iniezione di liquidità ma non alla banca la sto facendo qui, nell’economia reale, a un gruppo di disgraziati… (Parte 2, Episodio 8, 42’21”)

Firmata da Álex Pina e di produzione spagnola, la serie tv mette in disaccordo il pubblico in un’oscillazione del gusto avulsa alle mezze misure.  Per chi la stronca La casa di papel è davvero imbarazzante: e certamente lo è, abituati alle nostre italiche stagioni seriali sul niente la casa è uno schiaffo, un vero affronto.

Un conto è che il dominio lo abbia Hollywood, nostro padrone quotidiano, un altro è che i nostri vicini di casa ci superino (come se fosse una gara e come se davvero i confini degli stati creassero dei confini mentali, come se dare del noi e del loro conducesse da un tribale gioco al massacro) nel saper fare un buon prodotto.

La serie viene accusata anche per l’esproprio di Bella ciao, canzone simbolo di resistenza passato (in più di un senso) in mano agli spagnoli. La resistenza ci appartiene dunque? è cosa nostra? Leggendo alcune forme di recensioni web in stile mordi e fuggi e yeah-raga, sembrerebbe di si: la resistenza in mano agli spagnoli stonerebbe. In Italia, a ben guardare, la resistenza è un lenzuolo vintage da tirar fuori a prender aria sul balcone, ad aprile inoltrato, per la festa. E guai a chi ce la tocca la nostra bella ciao, ma se le abbiamo detto ciao, qual è il problema?

Resist or not resist that is the question.

  Il senso del gioco, del tifare una squadra di calcio, delle pluralità che si scontrano, in prima battuta nel gioco di guardie e ladri, come di ogni partita o battaglia, sul quale va avanti la prima e la seconda parte della Casa di carta, viene reiterato e messo in scena anche attraverso alcuni dialoghi:

Professore: Immaginate una partita di calcio del mondiale. Gioca il Brasile contro il Camerun. Chi vince? Scusate, diciamo così: chi vorreste che vincesse? Camerun. Se notate: istintivamente l’essere umano prende sempre le parti dei più deboli, dei perdenti. Quindi se noi mostreremo al mondo le nostre debolezze, le nostre ferite, che siamo sul punto di arrenderci: susciteremo una grande commozione.

Più avanti, mentre la rapina accumula ore e denaro a proprio vantaggio, ritorna la sequenza calcistica nella voce narrante di Tokio:

Eravamo il cazzo di Camerun che giocava senza scarpe contro il Brasile e tutti volevano che vincessimo.

E di nuovo il senso del gioco calcistico riappare forte capovolgendo ruoli interni alla squadra: Professore, sono Nairobi. Berlino è fuori gioco. Quindi a partire da ora sono io al comando: comincia il matriarcato.

  La serie è tacciata, oltre che di maschilismo, di populismo. L’uso della parola, sebbene abbia origini dalle campagne russe di qualche secolo fa, è riemerso fortemente in questi ultimi anni in senso dispregiativo: corrisponde al fantozziano merdaccia. Lei è un populista è come dire lei è una merdaccia. È il ragionare di pancia. Piuttosto che con la testa. Il corpo è fatto a pezzi. Simile smembramento è toccato al piuttosto che, il vecchio e temerario anziché, l’intrepido padre degli attacchi ad un ordine di cose che non gli garbavano, il fautore di alternative, che da avversativo è usato come una borsa griffata, un accompagnatore, un marchio per registrare nel mondo il proprio dominio, per dire “o”; o questo o quello…  tanto che differenza fa?

Le parole liquidità, flusso, coscienza, tempo e resistenza sono alcuni tratti peculiari della serie. Ne La casa di carta resistono i rapinatori, i disgraziati che paragonati ai giocatori del Camerun ne escono vincenti, perché sanno come giocare e hanno una tifoseria forte, in una triade fatta di positivo, negativo, massa. Il popolo, mai rappresentato in toto, è presente nei discorsi e lo è come tifoso ed alleato. Bene e male si confondono dietro maschere di Salvador Dalì: ostaggi, rapinatori, poliziotti, si muovono in un campo emotivo che elude le regole prestabilite.

   Un fiume di banconote da 50 euro scorre sulle rotative. Un fiume in piena corre verso la riva del mare, ad aggiungere valore al valore, per farsi oceano di una moltitudine di pezzi di carta.

Denver, si tuffa nei soldi del caveau, muove gambe e braccia, come nuotando sul dorso, convulsamente, per non affogare, per restare a galla su quel piccolo condensato di felicità.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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