DAL MONDO SERIALE: POSE


  La didascalia in apertura indica una città e un tempo ben preciso: New York, 1987. La prima immagine inquadra una strobosfera (mirror ball), e la Stagione 1 di Pose ha inizio.

Tra gli ideatori Ryan Murphy, che firma per la regia i primi due episodi. Murphy, come in altre Serie, tra le quali American Horror Story, colpisce il bersaglio, affatto facile in quanto mobile, di un mondo in transito.

  Molti personaggi transessuali, in una coralità di storie individuali, che impattano la società attraverso il legante della musica e delle ball.

Le ball, sono competizioni di sfilate a tema, in luoghi quali discoteche, contrassegnate dalla cultura Lgbt e all’appartenenza a gruppi detti case, che più della famiglia intesa come sinonimo mafioso o tradizionale, rappresentano luoghi di aggregazione, protezione, affetti e cura.

Con le ball vengono messi in atto processi di un gioco mimetico. L’indossare e sfilare calandosi in panni altrui, ha una pluralità di aspetti: si oltrepassa il senso festoso e il glamour, ma anche, sfiorando l’empatia, si teatralizza la vita.

Allora il calarsi in altro da sé, attraverso un abito che definisce un ruolo contestualizzato – quali ad esempio le divise (non ditelo a Salvini) – va ad agire sulla sensazione di riconoscibilità e accettazione, visibilità e presenza nel mondo.

Tutto ciò fa da contraltare alla paura dell’altro da sé, perché si diventa l’altro, proprio durante l’imperare della cultura nerboruta di Reagan e alla paura instauratosi, dal 1981, con la scoperta dell’Aids. La tematica del virus è inserita, e in ogni sua fase, incidendo, direttamente o indirettamente, nelle vite dei protagonisti e della società.

New York in quegli anni è contraddistinta dall’imprenditorialità e dal successo, in un moltiplicarsi di status symbol del quale Trump, più volte nominato, ne rappresenta il top valoriale.

Angel: Mi sembra incredibile che lavori per Donald Trump. È una cosa che fa colpo. È così ricco! Ho sentito che il suo water è d’oro. Te lo immagini? Ecco, quello è vivere con stile.

  Un personaggio estraneo all’attraversamento di generi, è Stan Bowes, interpretato da Evan Peters. Una moglie, dei figli, l’inizio del lavoro alle dipendenze di Trump, un abbigliamento sobrio dettato dal ruolo, fanno di Stan il classico bravo ragazzo americano ed uno dei personaggi maggiormente sofferenti della serie:

Angel: Che cosa sei?

Stan: Non sono niente. Voglio quello che dovrei volere. Metto quello che dovrei indossare e lavoro dove dovrei lavorare. […] Io non vivo, non credo in niente. Io accumulo, sono un brand, un bianco del ceto medio. Mentre tu sei chi vuoi anche se il prezzo che paghi è essere emarginata dal resto del mondo. Sono io quello che si traveste…

   La tensione a diventare ciò che ci si sente di essere, forte in alcuni personaggi che si affidano alla chirurgia per ritrovare e ritrovarsi mediante il cambio di sesso, è uno dei fattori incentrati sul desiderio e tocca la sfera identitaria.

Identità, appartenenza, apparenza, desiderio, felicità, sono i motivi primari di Pose, e strettamente correlati al sociale.

Stan conduce una vita regolata dalle apparenze, è il personaggio che interpreta ruoli fissi, imprigionato in cliché di conformità. La sua infelicità è data dalla consapevolezza della propria parte di nulla nel mondo, dell’essere niente. A prendere coscienza è anche la moglie, Patty, che assiste allo sgretolamento di una facciata della famiglia modello costruita con Stan e, con questo suo nuovo stato di lucidità, si adopera a gettare le fondamenta per una vita differente.

In Pose è visibile, oltre le ball e gli stereotipi del colore e delle piume che contraddistinguono i modi di rappresentazione delle diversità, un mondo dove essere se stessi significa pensare e pensarsi, sapere di sé, decidere la propria meta e iniziare il viaggio.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

Related Posts

Leave a Reply

My New Stories