EROS TRA FIGURE E MITO


Eros, dio dell’Amore per i Greci, e che i Romani denominano Cupido, è spesso visibile nelle rappresentazioni artistiche. Eros, da un veloce identikit appare giovane e bello, con arco e frecce, strumenti indispensabili per colpire il cuore degli umani. La sua nascita è nella sfera del mito, ed egli ne è il più comune, l’indispensabile, il compagno di viaggio ideale. Senza amore la vita è un tapis roulant, ogni sembianza di movimento è obbligato a riprodursi identico senza arrivare in alcun dove. Dal suo nome prende origine l’erotismo. Ed è proprio guardando ad un’arte erotica, segnata dalla presenza di Eros il punto di partenza per alcune tappe di un viaggio nel dove Eros ha sostato.

La scelta di alcune opere è stata suggerita dalla presenza di Venere, la dea della bellezza e di come, nelle opere trattate, cammini di pari passo con Eros.

  La prima opera di questo tour, che va dal Cinquecento agli anni Sessanta, è la Venere dormiente, del 1510 circa, di Giorgione, nota come Venere di Dresda.

La Venere riprende posture della statuaria classica, come nella mano uguale a quella della Venus pudica. Giorgione ritrae Venere mentre dorme, pertanto la carica erotica è rimandata, forse, al risveglio: mostra la sua bellezza ma è distante. Lo spettatore è al di qua, non non vi è un punto di accoglienza, un gesto, uno sguardo che lo inviti a far parte del paesaggio. L’eros condiviso è completamente assente.

  Immaginando che la Dea sia unica, unica al mondo, con sembianze sempre differenti e attraversi le fantasie, le committenze, l’immaginario degli artisti, che prenda corpo in ogni donna possibile da ritrarre, modelle, cortigiane e donne ideali, immaginando tutto ciò, eccola ancora Venere, dopo il sonno, sveglia, pronta ad ospitarci nella sua dimora, ad Urbino.

  La Venere di Urbino, ispiratrice di una serie di Veneri, basti ricordare l’Olympia di Manet, fu commissionata a Tiziano dal figlio di Eleonora Gonzaga, Guidobaldo II della Rovere, e lo raggiunse infine solo quando Guidobaldo fu in grado di pagarla. L’opera è un modello di educazione sentimentale per la giovane sposa: pudica ma invitante, accogliente ma fedele.

A tre secoli di distanza, Marc Twain considererà la Venere di Urbino un’immagine pornografica. Tra lei e Twain intercorre un repertorio di immagini erotiche ricco e variegato che accompagna la storia dell’arte e dei suoi ambienti, dalle camere dei cardinali, dagli studi privati di aristocratici, alle camere da letto di facoltosi nobili. Da una dimensione privata il nudo arriva ad abbracciare un pubblico sempre più ampio tramite la diffusione della stampa.

  Ed entriamo nel nuovo mondo con la Danae di Tiziano, dipinto tra il 1544 ed il 1546. Danae ha gli attributi necessari per accende gli animi.

Con lei è raffigurato Giove, a metamorfosi avvenuta, sotto forma di pioggia d’oro. Danae l’accoglie, il suo è uno sguardo perso, rivolto alla pioggia d’oro, fantasmatica, a mezz’aria, un attimo prima dell’amplesso. L’identificazione dell’osservatore di attua tramite una mancanza: l’assenza della persona di Giove, con precisi tratti identificativi, lascia un posto vacante. Ed è qui che lo spettatore può occuparlo, sostituendosi, di grazia, al dio, essere egli stesso pioggia d’oro.

La committenza della Danae è attribuita ad Alessandro Farnese. Il carteggio del 1544 del nunzio papale, Monsignor Giovanni Della Casa, indirizzato al Cardinale Farnese, sembra non lasciare dubbi:

Tiziano […] lha presso che fornita, per commession dei Vostra Signoria Reverendissima, una nuda che farla venir il diavolo addosso al cardinale San Sylvestro. Al confronto di questa “nuda”, quella che Vostra Signoria Reverendissima vide in Pesaro nelle camere de’l Sienor duca d’Urbino è una teatina appresso a questa.

Nella Danae entriamo in una sorta di nicchia, in un’alcova d’amore. A ridosso del letto c’è il basamento, una porzione di colonna e subito a lato il paesaggio, al limitare della cultura, la natura. Dove finisce l’una comincia l’altra e in questo gioco di rimbalzi siamo catapultati con lo sguardo al centro dell’opera, là dove ci attende il piacere.

  Da un letto all’altro, da un artista all’altro, da un secolo all’altro e siamo nel Seicento, negli anni venti del secolo. Caravaggio, morto nel 1610, lascia una densa e vasta eredita che oltrepassa i confini spazio-temporali. Sarà nuovamente accolta in Roma nel XXI sec., passando per il medium del cinema, con una simile attitudine di vita scenica e naturalista in Pier Paolo Pasolini, come, ad esempio, nel casting del Vangelo secondo Matteo (1964), ovvero non professionisti, dichiaratamente di destra, con la faccia da cattivi, personaggi reali presi dalla strada a contrastare Cristo e i cristiani.

  Un pittore che arrivava a Roma in quel tempo respirava naturalmente l’aria di Caravaggio. Tra questi, Giovanni Lanfranco (Parma, 1582 – Roma, 1647). La sua opera sulle questioni di Eros è Giovane nudo sul letto con gatto.

Avvolte nel mistero le circostanze sulla committenza e la produzione dell’opera. Il giovane ritratto è un giovane reale, in carne ed ossa, ne è prova che lo stesso lo troviamo nel Narciso al fonte di Emilio Savonanze.  Rispetto alla produzione dove, Eros e Venere, testimoni amore e bellezza, occupavano, di spalle o di fronte, la scena del quadro, Lanfranco opera un capovolgimento di valori, sia formali che contenutistici. Intorno al letto accenna ad una potenziale intimità in un rapporto dialettico prettamente teatrale di attore-spettatore: qualcuno è entrato, uno spettatore diegetico ed invisibile, ed è a lui che il giovane si propone in uno sguardo di pudore e malizia.

Ma che senso ha un gatto sul letto? Non è un cane, è un gatto. I cani, si sa, sono posti sul letto a simbolo di fedeltà coniugale. Fare un un letto sguarnito di simboli non avrebbe avuto lo stesso potere sull’agire e sul farlo per opposizioni. Prima opposizione: giovane uomo Vs giovane donna, seconda opposizione: cane Vs gatto.

  C’è chi, ad esempio, Eric Schleier, ha visto in questo nudo un modus rappresentativo di omoertotismo: non diciamolo a quanti seguono le vicende di San Sebastiano o avremo di questo giovane nudo e del suo gatto sul letto che scotta un’altra icona gay. L’Ordine di San Sebastiano è propriamente, del resto, specializzato nelle icone e nei modelli di rappresentazione della gaietà dei consumi. Il dipinto, a nostro avviso, è un  tratto dirompente che opera in senso contrario rispetto al flusso e alle processioni di erotiche Veneri, cagnolini e amorini al seguito, tra drappi e lenzuola.  

  Con Nicolas Poussin (1594- 1665), ritroviamo un Eros immerso nella natura. Nell’opera Mida e Bacco, la scena è impiantata nel paesaggio.

La traslitterazione del mito, ancora una volta consente di usufruire in tutta libertà di una nudità che attraversa la tela. Tutti nudi appassionatamente. La fruizione, in un contesto siffatto, è meno proibitiva e peccaminosa rispetto ad una stessa scena in interni e con personaggi “umani”. La presenza di Bacco è fondamentale; personaggio realmente frequentato dai pittori della Bent. A Roma il dio del vino, e del vino che conduce alla verità, è di casa, è uno di loro, tanto da dedicargli molte opere ed un rito iniziatico di fratellanza nella Schildersbent, un’associazione di pittori, principalmente olandesi e fiamminghi, che prosperò per un secolo tra il 1620 e il 1720 circa a Roma. Famosa per i suoi rituali bacchici e per l’opposizione all’Accademia di San Luca. I suoi membri si definivano Bentvueghels.

Venere, nel baccanale paesaggistico di Poussin,  emerge in solitudine. Nessuno, all’interno della scena la pratica, la guarda, la desidera, tanto sono annebbiati dai vapori del vino, ed ella è davvero libera di offrire la propria bellezza e nudità all’unico osservatore esterno all’opera.

  Con Michiel Sweerts ed i suoi Lottatori romani (1649-50), cambia il contesto e lo scenario. Notte, esterno, strada, tanta gente intorno a due lottatori.

Lo spettatore diventa un passante ed entra così, anonimo e non guardato, a far parte del pubblico ed assistere al match. Questi lottatori giungono da una classicità antica. Due giovani ragazzi nudi stanno lottando (tacete con l’Ordine di San Sebastiano), al centro della scena, mentre a sinistra in ginocchio, un altro giovane, dandoci la schiena, si appresta a togliersi la camicia ed entrare a breve nella lotta. I nudi maschili in questo caso incarnano un ideale di bellezza molto erotico.

Il discorso e la presenza di Eros nell’arte è costante seppur più o meno visibile e relativamente inquadrata nel contesto storico e sociale. Saltando a piè pari qualche secolo, eccolo a Parigi, in una soluzione analoga alla Roma dei bassifondi. Da un centro propulsore capitolino ad un altro e siamo nei Café, luoghi d’incontro e scontro tra gli artisti (ora soppiantati con i vari Facebook dove nessuno esce con il sopracciglio spaccato però).

Qui Amedeo Modigliani, italiano, livornese, crea le figure di un erotismo impregnato di arte antica, oltre che fisico il suo è un erotismo intellettuale come, ad esempio, il Nudo sdraiato di schiena, del 1917.

Dall’oscurità del fondo si staglia una figura femminile, moderna Venera, sdraiata e di schiena e che, con un movimento di torsione si gira verso di noi. Il suo sguardo ci arriva negli occhi e al cuore con infinita malinconia.

  Il tempo trascorre dunque, relazionandosi costantemente, sotto varie forme e medium, con le figure di Eros, modificandole, come gli stessi Dei antichi sapevano fare, su se stessi e sugli altri.

  A concludere questo percorso una fotografia tratta dai giorni di Woodstock, durante il Festival tenutosi a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969.

Migliaia, forse un milione, di giovani partecipano al più grande concerto rock del tempo. E il tempo, il tempo atmosferico li ringrazia regalando loro pioggia, da cui il fango, un motivo primordiale di libertà dal quale è possibile ancora e ancora creare, tra oro e pioggia, forme per un erotico immaginario.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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