Io e Kia


Avete presente “Io e Marley”? Il famosissimo film strappalacrime con protagonisti Jennifer Aniston (o Rachel Green, come preferite) e Owen Wilson, l’attore dal naso rotto più famoso di Hollywood? Bene. Non è di cani che vi parlerò oggi, nè di giornalisti o dell’avere una famiglia.

Gatti. Questo è l’argomento del giorno. Se siete quindi tra gli scettici che si chiedono se i nostri amici felini siano capaci di volerci bene, o se siano in grado di fare altro oltre che a graffiare beh, proverò a convincervi della bellezza di questo animale.

Ho nominato “Io e Marley” perchè voglio abbiate bene in mente la scena finale, quella (spoiler) dell’ultimo saluto tra cane e padrone, quella che vi ha portato al pianto brutto con singhiozzi e naso gocciolante e che vi ha fatto desiderare di non aver visto il film. Ce l’avete in mente? Ottimo. Allora cominciamo.

All’incirca all’età di sei o sette anni cominciai a fare quello che tutti i bambini di quell’età fanno: rompere le scatole in modo sistematico e costante chiedendo di poter avere un animale domestico, nello specifico un gatto. Mio fratello, di quattro anni più grande e che quindi già da tempo aveva adottato questa tecnica chiedendo però un cane si ritrovò sfortunato. Per grazia divina, o semplicemente perché anche mia madre ama in fondo i gatti, mi fu regalata una bellissima certosina. Occhi verdi, pelo grigio, un po’ scontrosa e diffidente. Insomma, un gatto in cui mi riconoscevo. Si chiamava Kia e quando le parlavo avevo la sensazione che ascoltasse e capisse ciò che le dicevo. Nel mio breve periodo infantile di passione fotografica, scattai rullini interni di foto che la ritraevano e che ancora ho, nella mia stanza, in un album: Kia che dorme sul letto di mia madre; io in tuta da pallavolo che accarezzo Kia sotto il mento sul letto di mia madre; Kia che si contorce in modo assurdo giocando con la borsa da calcio di mio fratello.. insomma, ogni singola azione, per quanto insignificante, era degna di nota. Ricordo ancora come si nascondesse sotto il divano durante i temporali e come si fosse incastrata una volta perché troppo grande. Mia madre ed io dovemmo sollevare il divano per farla uscire. Potete immaginare le risate.

Sapevo, dal momento in cui la adottammo che sarebbe arrivato il suo momento, credetemi, ne ero consapevole in quel modo in cui sai che i tuoi genitori ti lasceranno un giorno. Cercavo solo di non pensarci. Mi immaginavo 20enne, in un appartamento tutto mio e nella mia mente lei era lì, sul mio letto, a dormire o a correre nel bel mezzo della notte, unghie a raschiare sul pavimento. Era automatico per me assumere che la sua vita sarebbe stata abbastanza lunga da arrivare a quel momento.

La storia sta diventando triste? Mi spiace, a volte le storie lo sono.

La mia famiglia non è mai stata ricca, anzi, piuttosto si potrebbe dire il contrario. Nel corso della mia infanzia ho imparato numerose tecniche di sopravvivenza per arrivare a fine mese e farcela. Vedevo mia madre, unica lavoratrice in famiglia, tornare a casa la sera e sedersi al tavolo della cucina per fare i conti delle bollette da pagare, quali potevamo permetterci quel mese, quali potevamo permetterci di far aspettare. Non avevo sempre soldi in tasca quando uscivo con le amiche e non potevo permettermi quel paio di Converse rosa che tanto desideravo, ma non mi è mai mancato nulla. Avevo un tetto sopra la testa, un piatto caldo ad ogni pasto ed ero piena di giocattoli che spargevo in giro per la casa e che non rimettevo mai a posto.

Avere un gatto era una spesa, non vi mentirò, e non è che non riuscissimo a darle da mangiare, anzi, chi tra i miei amici ha avuto il piacere di incontrarla sa quando fosse grossa e che uno dei suoi soprannomi fosse “bue”. Insomma, Kia mangiava. Ma chi ha un animale domestico sa che la spesa più grossa che ne deriva è costituita dalle visite veterinarie.

Kia aveva uno stomaco delicato e attorno ai dieci anni di vita anche dei reni complicati. Gli esami veterinari costavano, anche tanto. Quindi, quando ci accorgemmo che stava male, non potemmo portarla subito dal veterinario. In quel momento, soldi non ce n’erano. Questa è la parte triste della storia, in caso ve lo steste chiedendo.

Ad ogni modo, la portammo a far visitare e ricordo chiaramente il momento in cui la veterinaria ci disse che non c’era niente da fare, che stava morendo, perché in quel momento, ad alta voce l’unica cosa che fui in grado di dire fu “no”. Non so cosa successe dopo perchè scappai letteralmente fuori dall’ambulatorio. Mia madre rimase all’interno e quando, un quarto d’ora dopo uscì era da sola.

Vi ho detto di tenere a mente la scena finale di “Io e Marley” giusto? Ecco, io una scena finale non l’ho avuta. Avevo diciotto anni, non è che fossi una bambina, ma ero troppo spaventata e sconvolta dal dolore per pensare che qualche anno dopo mi sarei pentita di essere scappata a quel modo. Ora, a ripensarci, avrei voluto la scena finale. Avrei voluto accarezzarla un’ultima volta, per quanto possa suonare smielato, avrei voluto piangere ma esserci. Ma non ce l’ho fatta. Mi colpevolizzo? Un po’, si. Vorrei poter tornare indietro e spingermi a forza dentro l’ambulatorio per dirle ciao un’altra volta. Per me, ma soprattutto per lei.

Vi ho detto prima che come gatto, Kia era diffidente è un po’ scontrosa, ed era vero. Ma era anche affettuosa e cercava contatto e calore umano. Ti dormiva sui piedi la notte, o contro le gambe. Mi voleva bene e io volevo bene a lei.

Saranno in molti a dire che il loro cane, o gatto, è il loro migliore amico, parte della famiglia, un fratello o una sorella. Era così anche per me. Siamo cresciute insieme, c’era quando mia nonna è morta, quando mi sentivo talmente giù da voler sprofondare; mi mancava quando andavo a trovare i miei parenti a Taranto e quando tornavo da scuola era sempre sulla porta, ad aspettarmi.

Sono queste le cose che mi mancano di più, francamente.

Avere un animale domestico è un impegno. Devi essere pronto a dare il tuo meglio e devi avere le risorse per poterlo fare. Noi le abbiamo dato un tetto, cibo nella scodella e amore e coccole a più non posso. Mi rattrista pensare che forse, alla fine, non sia stato abbastanza.

Ma ho fatto del mio meglio e le ho voluto bene e lei ha voluto bene a me.

I gatti non sono solo freddi, calcolatori e indifferenti. Se un gatto vi guardo negli occhi e sbatte le palpebre lentamente, quello è il suo modo di fidarsi, di volervi bene. Non sarà una dimostrazione immediata come quella di un cane che scodinzola e si agita quando ti vede, ma i gatti hanno un linguaggio tutto loro, più sottile è indiretto ma potente allo stesso modo.

Il mio gatto mi voleva bene e sapeva dimostrarmelo.

Micaela è una ventenne curiosa e a cui piace fare cose nata a Taranto nel 1997. Scrive, dipinge, disegna ed occasionalmente canta anche. Tra le sue passioni più grandi ci sono: i gatti; le lasagne; le sere in cui piove e le mattine in cui può stare sotto le coperte cinque minuti in più.

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