Tra contemporaneità, dinamismo e ispirazione con Marco Marzocchi

credits Marco Marzocchi e Void

Marco Marzocchi nasce a Ferrara nel ’74 e la sua fotografia si presenta come una continua ricerca di atmosfere, luoghi e persone appartenenti al passato che si mescolano e prendono forma nel presente per poter riuscire a dargli un senso. Un viaggio interiore volto alla conoscenza di se stesso e del mondo che lo circonda. Ad attrarlo sono i semplici dettagli nascosti nella quotidianità che nascondono emozioni e che possono dare vita alla poesia. Un percorso tra impulsività e razionalità (dallo scattare, all’editare), introspezione e apertura al mondo esterno, che porta l’artista all’elaborazione e analisi di un passato difficile per costruire una nuova chiave per il presente.

Fa parte del collettivo Temps Zero ed è rappresentato dalla galleria Studio Faganel e tra i diversi premi e riconoscimenti, il Gomma Grant nel 2017, il Premio Tabò per Portfolio/ Fotoleggendo 2018, Urbanautica Institute Awards nel 2018 ed Emerging Talents Rome/ Festival di fotografia emergente 2018. I suoi lavori sono stati pubblicati su British Journal of Photography, Phases Magazine, GUP MAgazine e Float Magazine.

A quasi un anno della pubblicazione del suo lavoro più importante Oyster ( editore Void), la storia autobiografica e introspettiva la cui lavorazione è durata circa un decennio, il fotografo ci parla oggi di bellezza, dinamismo, contemporaneità e ispirazione. 

by courtesy of Void

La più antica rappresentazione dell’uroboro la troviamo nei geroglifici degli egizi. Il serpente primordiale, detto Sata, che circonda il mondo proteggendolo dai nemici cosmici. Idea di movimento, continuità, autofecondazione: l’eterno ritorno. Come si collega al tuo lavoro Oyster? 

“L’uroboro rappresenta per me in modo molto chiaro il concetto di rinascita. Inizio e fine, evoluzione e crescita. Ho sempre pensato che la fine di qualcosa sia un nuovo inizio e viceversa. La necessità che ho da sempre di evolvere sotto molti aspetti. Penso sia il simbolo che più mi rappresenta e rappresenta la mia filosofia di vita. Per quanto riguarda il progetto Oyster, penso sia la sua rappresentazione più fedele. Oyster è qualcosa che esiste perché altro ha cessato di esistere. Mi spiego meglio: Oyster è la manifestazione di qualcosa che non c’è più, persone, situazioni, luoghi. È la chiusura di un cerchio che mi ha permesso di diventare altro, di evolvermi. Tendiamo sempre a vedere quello che ci succede in modo molto lineare, osserviamo come le cose succedono partendo da un prima ed arrivando a un dopo. Penso che la mia visione a riguardo sia più circolare in questo senso: tutto è collegato, le persone, le azioni, la sofferenza, la gioia, tutto pulsa in un eterno divenire. Se non avessi vissuto quello che ho cercato di rappresentare con Oyster non avrei avuto modo di essere quello che sono ora e sicuramente il progetto non sarebbe esistito. Oyster parla un linguaggio in un certo senso esoterico ed è la mia storia e delle persone che ho amato e non. È un progetto complesso messo assieme in tanti anni ed è la necessità di dare senso a un vissuto importante, la creazione fisica di questo vissuto. La possibilità di mettere questo oggetto in un cassetto assieme ai vecchi ricordi e chiudere un cerchio o semplicemente imparare a conviverci.”

Nell’arte contemporanea troviamo la volontà di una rottura netta con il passato. L’imperativo è tagliare le radici e provare a volare. Alcuni però si chiedono come si possa vivere senza radici. Come si forma secondo te il gusto estetico, il riconoscimento della bellezza, eliminando il passato? 

“Per me, essere contemporanei significa tenere lo sguardo fisso sul proprio tempo, percependone le contraddizioni, le oscurità; essere nel proprio tempo ma rimanere distaccati. La fotografia ferma un momento in un eterno presente e il sentire legato all’immagine accade nell’adesso. La fotografia è una cosa molto complessa come lo è la bellezza ed il gusto estetico. in questo senso è talmente soggettivo che è quasi impossibile rispondere, tenendo conto di come sono cambiati i mezzi di comunicazione, i media che usiamo e la velocità con cui vengono consumate le immagini. Il mio gusto estetico si forma esponendomi in modo ossessivo ai lavori, i progetti, alle opere che suscitano in me qualcosa, e anche allo studio di quello che non comprendo. Cerco disperatamente una risposta alle domande che mi ossessionano, cerco quello che in modo più affine mi mette a disagio o mi consola. portandomi ancora più in profondità. È una ricerca spasmodica, uno studio senza fine. Penso che il gusto estetico sia un insieme di molte cose: tutta la musica che ho ascoltato, tutti i libri che ho letto, i film che ho visto, le cose che mi hanno nutrito umanamente, i rapporti con le persone, la poesia.”

by courtesy of Marco Marzocchi, Oyster

La fotografia, oltre all’espressione dell’io più profondo dell’artista, è anche memoria collettiva? Credi ce ne sia particolare bisogno in questo momento di ravvivarla?

“La parola fotografia è un parola che racchiude un mondo macroscopico fatto di tante intenzioni differenti. Sì, ritengo ci sia una documentazione visiva storica che ha importanza a livello sociale e di memoria. Dipende a chi interessa: questi sono anche tempi in cui tutto viene manipolato, e usato per dimostrare il suo esatto contrario.”

Nella contemporaneità come la intendiamo oggi, ossia fatta di velocità, quantità e ripristino continuo, come si educa uno sguardo giovane alla bellezza e alla qualità dell’arte? 

“Viviamo in tempi particolari. Non sono un nativo digitale per cui mi accorgo ancora di avere una sorta di distanza che mi protegge da alcuni meccanismi che i più giovani danno e daranno assolutamente per scontati. Siamo esposti costantemente a tantissime immagini e l’uso che se ne fa delle stesse è cambiato. Il tempo di vita di un’immagine è cortissimo: si usano le immagini per impressionare, per catturare l’attenzione, per avere “like” e consensi, successo ed attenzione si è svuotato il contenuto a favore della forma. È tutto in funzione di una commercializzazione e di regole di mercato. La fotografia è diventata anche questo. Le motivazioni e gli intenti fanno una enorme differenza. Una fotografia dovrebbe portarci in luoghi del nostro essere in cui ci apriamo a punti interrogativi; non necessariamente quello che piace ai molti è interessante o è arte, e soprattutto non necessariamente ciò che piace a molti è bello. Bisognerebbe mantenere vivo il senso di meraviglia rispetto a quello che ci circonda e per farlo dobbiamo rimanere bambini, ingenui e questo ha un prezzo. Dobbiamo continuare a meravigliarci e cercare la poesia nelle cose che ci circondano, nel banale ed avere pazienza. Le cose interessanti richiedono tempo, tantissimo tempo. Sembra una controtendenza e non è semplice. La qualità ha tempi ben diversi rispetto a quelli dettati dai social. Per fare Oyster ci ho messo dieci anni, per fare il libro quasi due. Per il prossimo progetto sto lavorando da quattro anni. Penso ci sia differenza tra immagini di consumo e immagini di contenuto. Essere contemporanei è essere poeti.”

Secondo te, nella cultura occidentale principalmente, c’è ancora spazio per l’uomo e i suoi sentimenti? Quant’è importante conoscersi e lavorare sulle proprie emozioni per imparare a stare con gli altri? 

“Credo che questa sia una domanda impegnativa che dovrebbe forse essere fatta ad un filosofo. I sentimenti ci possono rendere la vita un inferno o un paradiso e penso che nella fotografia splendido e terribile siano facce della stessa medaglia. I sentimenti sono importanti per la mia fotografia e sono centrali in molti dei miei progetti. Ho sempre pensato e sono ancora convinto che prima dello scatto ci sia tutta una situazione in cui il fotografo si trova e partecipa. Lo scatto è l’atto finale di rapporti fatti di persone e sentimenti. In questo senso la fotografia a me ha insegnato e mi insegna a capire chi sono, attraverso gli altri, lo stare con gli altri. Esporsi a situazioni che ci fanno cadere la maschera è importante per rendersi vulnerabili e mostrarsi per quello che si è realmente. Attraverso gli altri capiamo meglio chi siamo.” 

La fotografia è sempre stata associata alla velocità sin da quando ha cominciato ad esistere: addirittura alcuni pensavano potesse letteralmente “rubare l’anima”. Guardo il tuo lavoro e penso l’esatto contrario: qualcuno che per un attimo si ferma. Come mai? 

“Penso che la reazione di ognuno dipenda dal background che ha. Le immagini arrivano o meno a secondo del vissuto di ognuno di noi. Mi incuriosisce molto il fatto che possa essere così diverso a seconda delle persone. Nel frastuono delle troppe cose che succedono e vogliamo fare succedere di continuo non sapendo quasi il perché, è bello fermarsi a sentire, pensare o semplicemente osservare, senza necessariamente avere un fine.” 

Quali sono le ultime cose che hai ascoltato, visto o letto che consiglieresti ai lettori?

Ultimo album ascoltato: Drab Majesty – Demonstration
Ultimo film visto: Streetwise di Martin Bell
Ultimo libro letto: “Anger is an energy, my life uncensored” di  John Lydon
Ultimo libro fotografico comprato: “Elegy for the mundane” di Gael Bonnefon”

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