Every rose

“Every rose has its thorn

Just like every night has its dawn

Just like every cowboy sings his sad, sad song

Every rose has its thorn…”

Questo cantavano i Poison nel 1988, nel loro album Open Up and Say…Ahh!

E probabilmente “The Rider” rappresenta  proprio la sad song di cui parla la band, una “Ballad” degna della migliore rock band.

Ma facciamo un passo indietro; il film “The Rider”, della regista cino-americana Chloé Zhao, fu presentato per la prima volta a Cannes nel 2017, dove riscosse subito un notevole successo. Sembrerà strano, ma, nonostante si tratti di un film indipendente, ha colpito fortemente il pubblico e la critica tanto che la Zhao, dopo appena due film, è stata scelta dai Marvel Studios come regista per il futuro cinecomic “The Eternals” in cui si troverà tra l’altro a dirigere e collaborare con un cast di tutto rispetto (Angelina Jolie, Richard Madden, Selma Hayek, Kit Harington sono parte del cast annunciato dallo stesso direttore dei Marvel Studios Kevin Faige).

The Rider viene classificato come film drammatico e difatti è un vero e proprio dramma, spirituale e fisico, di un cowboy Lakota della riserva indiana di Pine Ridge in South Dakota, Brady Blackburn. Brady è fin da piccolo un addestratore di cavalli selvaggi e una stella nascente dei rodeo, tanto da guadagnarsi la stima della comunità e di tutti quei bambini che sognano un giorno di compiere le stesse gesta. Il cowboy sarà però vittima di una brutta caduta durante un rodeo, che gli procurerà un grave trauma cranico, tre giorni di coma, una placca metallica e una grossa ferita alla testa. Ma queste sono solamente le conseguenze fisiche; ciò che sarà la causa scatenante di una crisi e della ricerca di se stesso, percorrente l’arco narrativo dell’intero film, è il fatto che da lì in poi Brady non potrà più cavalcare o, come apprenderà dal medico, che le sue capacità  neuro-motorie peggioreranno in modo esponenziale. 

Ma il dramma del ragazzo coinvolge anche l’ambito familiare: dopo la morte della madre, con cui si intuisce avesse un forte legame, il padre ha incominciato a soffrire di alcolismo e ludopatia spendendo i pochi soldi che la famiglia ha raccolto lavorando duramente. Inoltre Brady ha una sorella, Lilly, affetta dalla sindrome di Asperger, con cui ha un legame speciale, forte al punto da attaccare un suo stesso amico quando viene infastidita da quest’ultimo.

Ma in questo simil docu-dramma l’attaccamento al cavalcare è troppo intenso per smettere, tanto da portare il miglior amico di Brady, Lane Scott, a causa di una brutta caduta, alla riabilitazione intensiva e a non poter neanche esprimersi più a parole, ma solo a gesti. Lane è la seconda famiglia di Brady, tanto che quest’ultimo lo va spesso a trovare e si fa tatuare il ritratto dell’amico sulla schiena. Lane rappresenta per il protagonista due facce della stessa medaglia: la tentazione di ritornare a cavalcare, la perseveranza, a volte anche la testardaggine nel non arrendersi mai pur di continuare a vivere il proprio sogno, ma allo stesso tempo, come la ferita alla testa, è un monito, sui rischi che ti assumi portando avanti quella vita.

Il film è una continua lotta del protagonista con le difficoltà della vita, con l’insicurezza economica che lo porta a dover lavorare in un piccolo centro commerciale e a dover vendere il proprio cavallo, e con esso il proprio io interiore. The rider, inoltre,  unisce il percorso autobiografico del protagonista al genere western ridefinendo in parte la figura del cowboy secondo la cultura occidentale, sovente stereotipata. Inoltre lo stile realistico della regista rispecchia la durezza della vicenda. Il film di Chloe Zhao non ha un tono romantico, così come non è romantico il personaggio di Brady, ma sicuramente è poetico: è considerabile infatti come un inno al fuoco della vita che ci attraversa quando seguiamo ciò che amiamo fare, nonostante tutte le difficoltà che si incontrano durante il cammino.

La schiena di Lane Scott, l’amico di Brady rimasto disabile, su cui campeggia appunto la scritta ”say i won’t” parte di “say i won’t and i will”  traducibile in: tu di che non ci riuscirò, e lo farò”. A simboleggiare la loro perseveranza.

La curiosità che ha colpito maggiormente critica e pubblico è il fatto che gli attori protagonisti siano non professionisti, ma anzi, interpretano ruoli che ripercorrono la loro vita. La regista Chloe Zhao infatti ha conosciuto Brady Jandreau (vero nome del protagonista) durante le riprese del suo primo film “Songs my brother taught me” nella stessa riserva indiana di Pine Ridge.

Il film è a volte lento, ma se questa frase talvolta viene usata per corroborare i propri obiettivi, stavolta davvero il fine giustifica i mezzi. La lentezza e la maestosità della fotografia e di quei tramonti serve appunto ai fini stessi della tragedia, alla sofferenza di quella psiche che si diffonde anche fuori del cowboy stesso, che ci coinvolge, che ci fa pensare ai nostri sogni dispersi nei meandri dei cassetti e nella frenesia della vita. Il dramma di non poter fare ciò che ama corrode il protagonista in mezzo a quei paesaggi e quelle infinite terre, degne del miglior impressionista.

BIBLIOGRAFIA: informazioni su film e regista prese da:

qui e da qui.

Nato sul fiume Arno, a Montevarchi (AR) si trasferisce da piccolissimo nella Maremma Grossetana dove passa 13 anni in cui affina il suo amore per la natura e per la poesia. Si trasferisce poi a Ferrara, mantenendo però vivo quel senso di appartenenza a un'altra realtà, quella della natura incontaminata. Vive alla ricerca di se stesso e di qualcosa da raccontare.

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