Yovo per un mese: CAPITOLO 3

La madre di Eusebe, una signora affettuosa e confortante, mi preparò una tipica colazione locale: avocado e cipolle, accompagnato da “pain chaud”; un abbinamento davvero azzeccato. La lingua ufficiale, essendo stata colonia fino al 1960, è il Francese. Trovo molto rassicurante sentire ogni mattina le venditrici che, con il loro cesto, tenuto in perfetto equilibrio sul capo, passano per la strada urlando “pain chaud”, ovvero pane caldo. Sono sempre stato un amante del foreign food, ma qui è davvero drastico; saper di poter contare su un’ottima baguette calda non è per nulla da sottovalutare. Il pesce è abbondante, avendo l’oceano a pochi chilometri; viene cotto e servito intero. Mangiano pesci piccoli con minuscole lische che ritengono vergognoso lasciare nel piatto. La prima sera che ne mangiai uno a cena e mi cimentai nel pulirlo accuratamente mi guardarono con aria di disapprovazione. Imparai rapidamente a non farmi troppi problemi e mangiare tutto, pelle e spine comprese. Lasciavo solo la testa; notai che accettarono il compromesso. I piatti principali però erano, senz’altro, riso e farine. Farine di ogni tipo, con le quali fanno delle sorte di polente, ma che hanno più la consistenza di un budino, e con tutta la mia buona volontà non sono mai riuscito a farmele piacere. La carne scarseggia e, le poche volte che mi è capitato di mangiarla, si trattava di veri scarti, per lo più ossa da spulciare, niente bistecca. Questo, in un qualche modo, mi ha rattristato, perché lo vedevo come un indice di povertà. Ma poi, con l’unica occasione nella quale ho avuto l’onore di poter cucinare ho potuto cogliere il valore intrinseco di quella condizione. Iniziai a preparare la poca carne rimasta, dopo averla pulita dalle ossa, smanioso di poter mangiare, per una sera, in maniera agevole senza dover litigare col cibo. L’entusiasmo fu subito smorzato: “Non piacerà a nessuno. Senza ossa non sembrerà neppure carne. Non ci sarà nessuna soddisfazione nel mangiarla. Sembrerà di non essersela guadagnata”.

In Benin il cibo è cibo: non ci sono tante ricette, varianti ed elaborazioni; si cuoce per rendere commestibile qualcosa e si mangia per nutrirsi. Anche i pasti sono vissuti diversamente dall’Italia: ognuno mangia quando ha fame, che sia a casa o per strada; non si aspetta di mangiare tutti assieme; in famiglia prima mangiano i genitori, poi i figli. Mi sentii molto in imbarazzo quando, invitato da una famiglia, pranzammo prima noi ‘uomini’ e successivamente le donne coi bambini.

Hévié, 1 Luglio 2013

<Le case qui sono per lo più di terra, mentre i più fortunati hanno delle strutture in cemento, fatiscenti e sempre con il tetto in lamiera. Le porte non sono concepite, spesso anche quella d’ingresso. E la pulizia ha tutt’altri standard. Oggi siamo stati da alcuni parenti di Eusebe che mangiavano dei semini, tipo pistacchi, e gettavano il guscio sul pavimento. Io invece, come dicevo, sono in un alloggio privilegiato dove c’è un serbatoio d’acqua sul soffitto che mi permette di avere almeno una doccia fredda, poiché ovviamente non esiste il riscaldamento. Un vero toccasana, ma sempre meglio di altre case dove per lavarsi devono rovesciarsi in testa dei secchi d’acqua raccolti dal pozzo. Non vedevo l’ora di lavarmi: a stare in giro tutto il giorno, torno a casa completamente impolverato. Che bello però scorrazzare qua e là col motorino. Qui è il mezzo più usato, sono dei 125 con 3 marce, ma inspiegabilmente senza marce. Vado su con Eusebe, sia perché ne possiede solo uno, sia perché su queste strade è molto pericoloso se non si è pratici. Mi ha concesso un tentativo, ma i percorsi sono sterrati, con dune di sabbia nelle quali arenarsi, buchi enormi e radici che spuntano da ogni dove: ho ceduto subito la guida. 

Ovunque ci fermiamo si forma un capannello di gente attorno a me. “YOVO – YOVO”. Ho chiesto ad Eusebe e mi ha detto che nella lingua locale significa “Uomo Bianco”.

I bambini, quando hanno visto che impugnavo una reflex, si sono agitati, ma dopo il primo scatto sono come impazziti: mi seguivano, strattonavano, facevano i pagliacci per farsi fotografare. Era una cosa talmente inusuale per loro che faticavano a sorridere, facevano smorfie tese che risultavano tanto innaturali quanto inquietanti. Riguardando quelle istantanee mi coglie un senso di malinconia per quei bambini che, hanno talmente poco da far diventare molto l’essere fotografati.

Questa sera il fratello di Eusebe mi ha chiesto se da noi il freddo è paragonabile a “questo”: considerando che ero in pantaloncini corti e sbracciato, non capivo a cosa si riferisse. Poi ho capito che quei 25 gradi serali per lui erano freddo, dato che effettivamente siamo nella stagione delle piogge che corrisponde al loro inverno. Non ho ancora visto il potente Sole africano: di giorno il cielo è sempre coperto, altrimenti mi sarei già ustionato da molto.

Un’altra cosa che ancora non ho visto è un pattume: si butta tutto a terra per strada, senza alcun ritegno; la raccolta dei rifiuti non esiste. Effettivamente producono poca immondizia; in Italia sarebbe impossibile, il consumismo prevede troppo scarto. Qui non esistono imballaggi, involucri, scatole ecc.. L’unica cosa usa e getta sono questi sacchettini di plastica neri che usano per tutto. Ho provato a tenerne in tasca un paio e portarli a casa, ma neanche a casa c’era un bidone e quello che ho creato è stato lanciato nel campo qui accanto dalla perpetua la mattina seguente.

Per contraltare però non ci sono sigarette per terra. Qui nessuno fuma. “Solo i banditi fumano” mi è stato riferito. 

Domani ci allontaniamo dal villaggio, andiamo al mercato in una cittadina qui vicino. Devo comprare tante cose, non vedo l’ora. Ma prima dobbiamo passare da un’autentica autorità, il Vicario del vescovo. Appuntamento molto temuto da Eusebe.>

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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