L’ATELIER D’ARTISTA

Storia e contemporaneità del luogo di creazione dell’arte

Un breve excursus storico.

Gli studi d’artista, intesi come luogo di lavoro e di espressione creativa, hanno una storia ricca e affascinante che ha inizio nel V° secolo e che nel corso del tempo subisce forti trasformazioni.  

Le prime testimonianze risalgono al Medioevo, quando l’arte era direttamente legata alla diffusione dell’immagine religiosa. La Chiesa era la committenza che richiedeva all’artista il compito di rappresentare i vari aspetti della sacralità e della narrazione religiosa. L’atelier era all’epoca chiamato “laboratorio” o “bottega” e l’arte e l’artigianato non avevano confini definiti poiché si fondevano entrambe in un’unica disciplina creativa il cui universo era governato dalle Corporazioni. Il laboratorio più prestigioso all’epoca medievale era quello dell’orafo, l’esperto che poteva ornare del metallo più luminoso e longevo le icone sacre.

Nel Rinascimento l’artista non viene più associato alla figura di un “artigiano al servizio di Dio” ma diventa un’entità professionale riconosciuta e spesso contesa dalle Corti perché la sua opera dona prestigio e fa conoscere oltre confine i nobili committenti.

L’arte quindi riflette la potenza delle Corti e l’atelier diventa una sorta di passaggio obbligatorio per gli allievi dei maestri più conosciuti. Nel ‘400 Ferrara conobbe un periodo di grande splendore artistico e culturale grazie al mecenatismo della Corte Estense: il Rinascimento a Ferrara avrà la sua piena espressione a partire dalla signoria di Lionello d’Este (1441-1450). Pisanello, Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna e Piero della Francesca, gli artisti tra i più illustri della storia dell’arte rinascimentale italiana del primo Quattrocento, saranno ospiti della Corte Estense. La grande qualità degli artisti chiamati a corte da Lionello alimenta un cenacolo umanistico di grande importanza e in questo contesto di fermento artistico nascerà la celebre “Scuola pittorica ferrarese” di cui Cosmé Tura è considerato maestro e fondatore. L’epoca successiva a Borso, futuro duca d’Este sarà contrassegnata dalla esaltazione della “Magnificientia” del Duca e della vita di corte in particolare con lo splendido ciclo di Schifanoia cui lavorano altri artisti della Scuola ferrarese come Ercole de Roberti e Francesco del Cossa.

Nello stesso periodo verrà prodotta la Bibbia di Borso decorata dal lavoro di numerosi miniatori, Taddeo Crivelli in primis, che si alternano alla Corte ducale. Oggetti decorati, dorati di fattura pregiata orneranno e daranno lustro alla vita di Corte in quel periodo in cui l’esaltazione della figura del Duca orienta anche il lavoro degli artisti/artigiani.

La devoluzione del ducato di Ferrara allo Stato pontificio alla fine del XVI secolo segna la fine dell’Officina ferrarese, con l’esproprio delle più belle testimonianze artistiche da parte del governo pontificio e della casata Estense.

Il potere pontificio si espande sempre di più in concomitanza anche con lo sviluppo di una classe borghese media che desidera elevare il proprio Status sociale. La Curia finanzia tutta la ricostruzione delle chiese crollate dopo il terremoto del 1570, momento in cui si rende necessario ricostruire e politicamente ridefinire un nuovo assetto statale.

Da questo momento in poi si ritornerà alla pittura religiosa di singoli artisti, spesso anonimi, che decorano chiese e monasteri con opere sacre.

L’architettura dell’Atelier

L’indagine sullo sviluppo dell’Atelier è inscindibile dalla sua architettura. Gli Atelier crebbero nell’Europa del XIX secolo in risposta al significativo aumento della categoria sociale e professionale dell’artista: nel 1860, Parigi contava diverse migliaia di pittori con una certa notorietà. Gli spazi riservati agli artisti fiorirono a quei tempi in nuovi quartieri come La Nouvelle Athène, oltre che nelle abitazioni occupate da pittori e accademici ufficiali nel cuore della capitale. In questo momento, si assiste anche ad un’espansione di proprietà in comune, vere e proprie “cité d’artistes” (come la Ruche o il Bateau Lavoir), in cui la condivisione degli spazi diventa la regola, coerentemente con lo sviluppo di uno spirito Bohémien. Per tutti questi artisti, l’Atelier rappresenta lo spazio della gestazione delle opere.

Il laboratorio è inoltre lo spazio della socialità artistica: la sua frequentazione, generalmente aperta a pochi intimi, studenti e apprendisti, è l’occasione per incontri e dibattiti estetici tra pittori e scultori.

Mentre nel Medioevo l’atelier aveva l’aspetto di un laboratorio artigiano legato alla Chiesa e nel Rinascimento l’atelier si trova spesso nel palazzo della Corte rappresentata, nel corso degli anni la struttura di questi luoghi cambia secondo le esigenze: da studio scuro e isolato a spazio ampio e illuminato. Infatti, un altro aspetto importante, se non fondamentale della configurazione dell’Atelier ottocentesco è il ruolo giocato dalla luce naturale: questo elemento costituì un mutamento rivoluzionario nell’architettura dello Studio dell’artista. Ecco dunque l’emergere di ampie vetrate per accogliere fonti luminose, di lucernai e di spazi ampi adatti alla pratica pittorica che vanno a sostituire i cupi sfondi e la luce delle candele caratteristici delle -ormai demodés– Accademie.

Rivoluzionario, l’Ottocento inizia proponendo un nuovo sguardo sul mondo tramite un approccio più realistico grazie alla fonte luminosa.

Un atelier leggendario: 41 Boulevard Berthier, Paris

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Studio Boulevard Berthier

Alcuni atelier sono passati alla storia come sfondo d’ incredibili vicende e per essere stati la sede di diversi artisti in successione temporale.

Un noto esempio è quello dello studio situato al 41 di Boulevard Berthier, vicino alle Fortificazioni, presso Batignolles a Parigi.

La casa, che aveva già ospitato il pittore belga Alfred Stevens (1823–1906) e i suoi lavori, nel 1883 venne affittata dal collega statunitense John Singer Sargent.

Lo studio era interpretato come il tempio dell’autocelebrazione: la stanza era elegantemente arredata secondo i criteri eclettici dell’estetismo di fine secolo, con una sapiente mescolanza di drappi orientali e japonaiseries, un pianoforte Bechstein e un lungo sofà. Tra i quadri appesi, alcune copie realizzate dallo stesso Sargent degli antichi maestri a cui si ispirava per la sua pittura, Diego Velázquez e Franz Hals.

Nel 1886, Sargent abbandonò il suo microcosmo artistico lasciandolo alla creatività di un nuovo inquilino, il pittore ferrarese Giovanni Boldini.

In alcuni suoi quadri di piccolo formato degli anni ’80, Boldini si diverte a creare dei Close up di particolari dell’atelier, celando alcuni ambienti e trattando gli oggetti come tessere di un puzzle, mai presentate in una visione unitaria. Del resto, per le visioni d’insieme delle stanze ci si poteva ormai affidare alla fotografia, mentre l’artista rivendicava così la possibilità di ritrarre frammenti di realtà da ricomporre a piacere.

De Pisis e De Chirico – Il gruppo degli Italiani a Parigi

De Pisis è interessato alla poesia metafisica e si fa conoscere con la pubblicazione di una prima raccolta di liriche, “I canti della Croara”. Questo gli permette di entrare in relazione con Giorgio de Chirico nel 1915, il quale avrà una forte influenza sui suoi primi dipinti. Incontra anche il fratello di Chirico, Alberto Savinio, e nel 1917 Carlo Carrà. Sono i primi rappresentanti della pittura metafisica. Chiamati ad arruolarsi nell’esercito, vengono quindi trasferiti a Ferrara. Il giovane De Pisis li guida nella sua città natale e il gruppo si riunisce nella casa della sua famiglia (in via Mortara 61).

È qui che sono esposti i primi lavori di De Chirico; il gruppo trova un linguaggio e uno spirito di mobilitazione comune contro gli orrori della guerra: la pittura.

De Chirico trova in Ferrara una grande ispirazione. Scrive: «L’aspetto di Ferrara, una delle più belle città d’Italia, mi aveva colpito; ma quello che mi colpì soprattutto, e m’ispirò nel lato metafisico nel quale lavoravo allora, erano certi aspetti d’interni ferraresi, certe vetrine, certe botteghe, certe abitazioni, certi quartieri, come l’antico ghetto, ove si trovavano dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche e strane».

Tra il 1915 e il 1918 i fratelli de Chirico, Carlo Carrà e Filippo de Pisis avviano la “Pittura Metafisica”, un’indagine che parte dall’assunto che ciò che vediamo non è la realtà, ma è nascosta dentro ad ognuno di noi e va RIcercata per entrare in dialogo con il mondo.

Nel 1925 Mario Tozzi fonda il “Gruppo degli Italiani di Parigi” (che diventerà il “Gruppo dei Sette”), alcuni dei quali appartengono anche al gruppo “Novecento”. Tra questi: Cesare Campigli, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Gino Severini (quest’ultimo, che sposa la figlia di Paul Fort, si stabilisce definitivamente a Parigi), Filippo de Pisis. Lo scopo di questo gruppo è quello di promuovere la conoscenza dell’arte moderna italiana in Francia: è quindi un’associazione ufficiale coinvolta in una vasta operazione di politica culturale.

De Pisis nell’Atelier di Ferrara, 1915

Dal rifiuto del luogo “Atelier” fino alla creazione della Piccola Media Impresa

Per alcuni dei maggiori artisti degli anni ’60 (Daniel Buren, Robert Smithson), era essenziale rifiutare l’Atelier come entità fisica nel tentativo di creare opere d’arte “in situ” (come i lavori di Buren sulle fermate dell’autobus a Los Angeles). Questo atteggiamento antagonista nei confronti dello Studio d’artista si era accentuato durante l’ultimo decennio del secolo, nonostante la persistenza del concettualismo come riferimento chiave.

Jean Michel Basquiat fu l’artista che, negli anni ’80, incarnò il movimento che fece letteralmente “traslocare” l’Atelier, il luogo di creazione, intimo per natura… in strada! Non nel bucolico Plein Air di Monet ma in quello rude e labirintico delle strade di New York.  La Street Art si oppone alle istituzioni, parla a tutti, grida i suoi messaggi con colori Pop e il processo creativo diventa legalmente interdetto, ma allo stesso tempo Open, partecipativo. La Street Art apre le porte dell’Atelier al mondo intero.

Dopo la demistificazione dello Studio tradizionale, in cui l’artista sembrava esercitare un’attività quasi esoterica e lo spirito parallelo disgiunto da questa visione mistica della Street Art, l’Atelier diventa anche un luogo in cui l’artista trasforma il suo processo creativo in ordinaria quotidianità da “ufficio”, affiancato da collaboratori regolarmente impiegati, che lavorano in permanenza nello stesso luogo.

L’arte è nell’epoca contemporanea, creata con diversi dispositivi, come performance, in situ, su Internet, in modo interattivo, effimero, sotto forma di installazioni, proiezioni video – anche se ci sono ancora Atelier che servono come sito di produzione e deposito di opere d’arte come era nel Cinquecento. La produzione artistica è semplicemente troppo eclettica nel periodo storico attuale per ridurre l’Atelier ad una condizione strutturale architettonica che garantisce la produzione artistica: diventa a tutti gli effetti, come dimostrano gli Studi di artisti come Jeff Koons e Xavier Veilhan, una Piccola Media Impresa.

L’ Atelier d’artista a Ferrara

A partire da uno sguardo sulla trasformazione di questo spazio di gestazione creativa, si può evincere che l’Atelier ha una pluralità di funzioni e sensi: luogo di lavoro, di introspezione, di creazione, di incontro, di confronto. Nessuna regola, l’atelier è lo specchio delle epoche, di chi lo anima, di chi lo vive e lo plasma quotidianamente.

Ad oggi la città di Ferrara conta diverse decine di Atelier d’artista, che Cardini ha voluto svelare attraverso una selezione di 23 Studi tra artigiani e artisti attivi all’interno della cinta muraria ferrarese.

L’obiettivo è quello di ripercorrere la storia di questi luoghi affascinanti, ma anche di comprenderne il ruolo attuale, la loro sinergia con il territorio e con gli abitanti, svelando per la prima volta ai visitatori questo universo ancora misterioso, avvolto nell’ermetismo della creazione artistica. V

Appuntamento il 23-24 marzo 2019

Cardini Atelier aperti a Ferrara | info@cardiniatelieraperti.it / +39 051 0216885 

Laureata in Scienze della comunicazione, ho un master in Art and Culture Management, MBA in Marketing e Management of Luxury Goods e sono specializzata in Architettura d'Interni. Ho lavorato in diverse istituzioni culturali Internazionali tra cui la Biennale di Venezia, la Biennale di Montréal e il Centro Pompidou. La mia indagine spazia dal contenuto e dalla ricerca artistica e culturale fino all’installazione architettonica e alla produzione di mostre ed eventi internazionali. Attualmente partecipo all'organizzazione di "Cardini - Atelier Aperti" a Ferrara e lavoro come Producer per il settore Eventi Internazionali per la Maison Hermès a Parigi.

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