Yovo per un mese: CAPITOLO 1

L’arrivo in Benin

Natale 2012

Eusebe parlava un italiano stentato, ma era chiaro ciò che intendeva.  Era stato mandato qui in Italia per fare un seminario e non tornava a casa da tre anni; l’estate seguente avrebbe riabbracciato la sua famiglia e lui era entusiasta.  “Eusebe, posso venire con te?” gli chiesi un po’ per scherzo, “certo” mi rispose senza alcuna esitazione. Da lì a 3 mesi mi sarei laureato e avevo appena ricevuto una promessa di ospitalità in Africa. Il giorno dopo, smaltito il pranzo natalizio e l’entusiasmo della festa, ho iniziato a chiedermi se fosse stata una cosa possibile da organizzare realmente: un conto è prenotare un resort in Kenya, ma tutt’altra è organizzare un viaggio in Benin. Mandai la richiesta all’ambasciata con sede a Roma per avere il visto e, appena ebbi via libera, prenotai i biglietti e mi informai sui vaccini necessari. La lista era infinita: colera, tifo, febbre gialla, epatite, meningite, antitetanica e la cura per la malaria da fare durante la permanenza. Li feci tutti, ma con mia grande sorpresa la sensazione di sicurezza e immunità non fu direttamente proporzionale. Mi procurai tutti gli indumenti e gli accessori necessari alla quotidianità che avrei trovato e preparai la valigia. Tutto era pronto. Come spesso accade, le cose migliori nascono da una serie di coincidenze e anche un regalo apparentemente banale, come un quadernetto in carta riciclata e rilegato in corda, può trasformarsi in un oggetto preziosissimo. Divenne lo spunto per un diario di viaggio e, ancora oggi, lo conservo gelosamente come una reliquia.

Ferrara, 13 Maggio 2013

<Mancano esattamente 46 giorni alla partenza. Più si avvicina la data, più crescono le emozioni: agitazione, paura, eccitazione la fanno da padrone; chissà cosa farò per un mese?! Ho alcuni progetti che spero si realizzino. Tutti continuano a chiedermi perché preferisca il ‘terzo mondo’ ad una vacanza convenzionale e io non posso che rispondere che non cerco il relax di una bella gita, ma un viaggio selvaggio per vedere un altro mondo, conoscere un’altra cultura, provare un’esperienza unica e rara. Vado in Benin per Vivere!>

Cotonou (/Cotonù/), 29 Giugno 2013

<Viaggio estenuante come ogni viaggio continentale: sveglia alle 5, partenza da Bologna, 10 ore di volo con scalo a Parigi, arrivo ore 21. L’impatto è stato traumatico, quasi devastante. Appena sceso dall’aereo il caldo e l’umidità rendevano difficile persino respirare: l’aeroporto è grande come le poste centrali di Ferrara senza condizionatore, la fila per i controlli sembra la ressa per entrare in discoteca. Conquistata l’uscita ho capito di essere in Africa. Certo, lo sapevo bene che gli africani hanno la pelle nera, ma conoscenza e consapevolezza non sempre coincidono. Istinto ed emozioni lavorano spesso svincolate dal cervello e ritrovarmi una calca numerosissima di sole persone nere in un ambiente polveroso, rumoroso e per nulla illuminato, mi ha notevolmente confuso e frastornato. A posteriori capisco sia stupido, ma inconsciamente si cerca un appiglio alla nostra mentalità occidentale. In mezzo alla folla non c’era un solo bianco e chi non l’ha vissuto non può percepire quanto fosse strano. Il tragitto in macchina fino a casa di Eusebe ha spazzato via ogni mia preoccupazione di arrivare in un paese troppo occidentalizzato.

Motorini trasportano intere famiglie (ovviamente senza casco), alcune macchine hanno la targa quasi come optional, non esistono corsie, semafori e regole. In questo traffico impazzito vige la legge del più grande. Ai lati della strada, improvvisati venditori appoggiano la merce su dei teli a terra. La mia attenzione era continuamente attratta da diverse bottiglie di Coca-cola visibilmente usurate dal continuo riutilizzo e di colore giallo; ce ne erano ogni 500 metri, erano tantissime. Così chiesi a Eusebe cosa fossero, “benzina” mi rispose. Non ci sono le pompe di benzina, ma viene trasportata clandestinamente dai paesi confinanti e rivenduta manualmente dentro queste bottiglie.

La distanza di circa 30 km ha richiesto quasi 1 ora dato che l’illuminazione pubblica non esiste e la strada, rigorosamente non asfaltata, più che delle buche ha dei crateri. Non esagero dicendo che sembrava di essere su una giostra di Mirabilandia: su e giù sbattendo più volte la testa, tenendomi ben saldo alla maniglia. Arrivati a Hévié, un ‘arrondissement’, ovvero l’insieme di più villaggi, ma non ancora un ‘comune’: in Italia potrebbe essere paragonato ad una ‘frazione di comune’. Alloggerò nella residenza di un sacerdote francese: l’abitazione è decisamente più confortevole di tutte le altre del villaggio, il clero qui mantiene ancora gli antichi privilegi del suo ceto sociale. Abbiamo appena finito di cenare e, a quanto pare, non soffrirò la fame. Sinceramente non so neppure cosa abbia mangiato; Eusebe era talmente entusiasta di parlare con i suoi vecchi amici che non mi sono permesso di disturbarlo continuamente con delle domande; La cosa che più mi ha colpito è che non ci fossero i tovaglioli a tavola. La corrente elettrica mi ha abbandonato (per fortuna mi avevano avvertito di portare una torcia), ma comunque adesso è ora di dormire. Sono ansioso di esplorare i dintorni nei prossimi giorni.>

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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