Yovo per un mese: CAPITOLO 2

La ricerca dell’acqua sotterranea

Fui svegliato dal canto di un gallo. Era la mia prima mattina in Africa; ero eccitato, non stavo nella pelle; mi vestii in fretta e furia e andai in strada. L’umidità continuava a rendere l’aria densa, il cielo grigio e pesante, la radura  si dipanava a perdita d’occhio, nessun palazzo bloccava la vista, c’erano alcune casette difficilmente a due piani e diradate tra loro, ma fui colpito soprattutto dalla terra, rossa come un campo da tennis, un colore acceso ed energetico. “È quello il colore che ha il nostro pianeta prima che l’industrializzazione lo trasformi in grigio?” pensai, come se quello fosse un lembo di terra pulito, incontaminato, originale.

Andammo subito a trovare la sorella di Eusebe che abitava poco distante. La casa non aveva le porte, o meglio, non aveva niente: c’era solo la sua macchina da cucire e l’attestato da sarta appeso alla parete. Mi invitò a sedermi sullo stuoino per gli ospiti, a terra, mentre i suoi figli dormivano direttamente sul pavimento, che altro non era che una colata di cemento, nessuna piastrella, ma davvero molto bello, decisamente liscio, qui da noi i negozi di abbigliamento chic lo replicano con la resina.

Capii subito che dovevo fingere di bere l’acqua offerta: di rifiutarla non se ne parlava; era un loro gesto molto sentito di ospitalità. La sorella di Eusebe, prima che bevessi dalla ciotola di metallo che mi stava porgendo, ne raccolse un po’ nella mano e la bevve; per dimostrarmi che era pulita. È stata oltremodo gentile, ma probabilmente non sa che, se anche a lei non fa niente, a me potrebbe causare seri malori; d’altronde la prendono direttamente dal pozzo nel giardino di casa. Provai subito a prendere l’acqua dal pozzo, ma non fu per nulla semplice, sia far in modo che il secchio si riempisse, sia tener ordinata la corda man mano che la recuperavo sfruttando la carrucola. Quando arrivò il secchio, lo versai nelle gigantesche catinelle di alluminio che usavano per lavare i panni. Mi sentii molto soddisfatto e pensai che erano proprio quelle le esperienze che avrei voluto fare. Mi sorprese però la resistenza che fece la padrona di casa nel farmi provare un ‘lavoro domestico’; Eusebe in seguito mi spiegò che era una cosa inconcepibile che un ‘bianco’ facesse un lavoro manuale e umile.

I pozzi mi hanno attirato per tutta la mia permanenza. Quasi ogni casa ne aveva uno. Mi hanno spiegato che era consuetudine che ogni famiglia si scavasse il proprio. Ho avuto anche la fortuna di vederne uno in costruzione: continuavano a salire secchi colmi di terra rossa, mi affacciai sul baratro, ma non vidi nulla. Qualche secondo e una nuvola lasciò spazio al Sole che, riflettendo sulla pelle sudata, mi diede modo di intravedere una sagoma: un uomo che scavava con la sola forza delle sue braccia e l’uso di una pala; una schiena poderosa, con dorsali come non avevo mai visto; ad ogni movimento si contraeva un muscolo che poteva essere distinto chiaramente per quanto fosse definito. Rimasi allibito. Se ne stava senza alcuna luce in fondo a quel buco stretto ed angusto respirando polvere.

Hévié, 30 Giugno 2013

<Una cosa è sicura: non mi abituerò mai a questo buio. Non c’è illuminazione pubblica e, da italiano, non immaginavo che la notte fosse così nera. Mi ha accompagnato a casa la nipotina di circa 6 anni di Eusebe, poiché lui era rimasto con la sua famiglia quella sera. Era come camminare ad occhi chiusi in un luogo sconosciuto, su un terreno sconnesso e con rumori di animali che si muovevano tutto intorno. Devo ammettere che ho avuto paura, molta più di quella che mi sarei immaginato.

Ad ogni modo, oggi, come prima cosa, abbiamo dovuto cambiare i soldi. La banca non aveva nessun sistema per assegnare il turno ai clienti, perciò il proprio posto era assegnato dalla posizione dei seggiolini; ogni volta che veniva servito qualcuno si scalava verso il seggiolino successivo, fino ad arrivare a ridosso dello sportello. 1 Euro equivale a 655 Franchi; la SIM che ho comprato per contattare l’Italia, per sottrarmi alla carenza di WiFi in tutte le sue forme, è costata 500 F mentre una bottiglietta d’acqua ben 2500 F. Così ho capito che bere acqua potabile sarebbe stata la mia spesa maggiore.

Più tardi ho conosciuto alcuni amici di Eusebe, tutti incuriositi dalla mia pelle bianca. Per salutarsi, anziché i baci sulle guance, ci si tocca tempia contro tempia mentre si stringe la mano; la stretta è moscia e non viene  rilasciata durante tutta la conversazione, quasi fosse uno scherzo. Mi sembra di aver intuito che succeda solo alla prima presentazione, o perché sono un ospite ‘speciale’, certo è che amano il contatto fisico. Mi guardano come un alieno, non solo i bambini, ma anche gli adulti, si avvicinano, scrutano, quasi odorano e poi toccano come se non potessero crederci. La maggior parte non ha mai visto un uomo bianco e i bambini sono quasi impauriti, soprattutto dalla barba; quando mi avvicino corrono a nascondersi dietro le lunghe gonne delle mamme. Due di loro si sono anche messi a piangere e mi è dispiaciuto terribilmente. Non mi sento discriminato anzi, sono a disagio perché si avverte chiaramente che sono loro in soggezione, quasi come se ti percepissero ‘superiore’ . Cammino per strada e si girano, i bambini mi seguono, anche chi è intento a lavorare si ferma, avvisato da un suo amico, per alzare la testa e fissarmi. Quando passo si sente sempre qualcuno che urla; una sola parola è ricorrente, l’unica che riesco a captare e distinguere: YOVO (/Yovò/)

Chissà cosa voglia dire, domani chiedo ad Eusebe.>

illustrazione a cura di Lucia Diez

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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