Cardini OFF: Terry May Home Gallery

In occasione di Cardini Atelier Aperti sarà possibile visitare fuori percorso anche la Terry May Home Gallery (entrata libera, dalle 15 alle 19).  

È situata in Via Porta San Pietro 56 e se venite da uno dei percorsi del festival (ma anche da una passeggiata digestiva) sarebbe un peccato non farci un salto!

“La Terry May Home Gallery è sita nello sterno di Ferrara, incastonata tra il Mignon (una chiesa sconsacrata divenuta cinema a luci rosse), e il manicomio. Al suo interno affreschi risalenti al 1789 e due botole, una delle quali conduce al tunnel segreto per entrare ed uscire da Palazzo dei Diamanti evitando accuratamente le code dei Vip, le petizioni, e li mejo.”

Abbiamo fatto qualche domanda a Terry May, l’artista meravigliosa che si cela dietro questo spazio, per provare a introdurre una piccola parte di ciò che potete trovarvi all’interno.

Cardini è un’iniziativa che vuole condividere lo spazio intimo creativo degli artisti che vi partecipano: l’atelier. Nel tuo caso si può dire che non è solo uno spazio creativo, vuoi spiegare come nasce e che significato ha per te ? Come senti l’ambivalenza tra spazio privato, intimo, e spazio “aperto al pubblico”(galleria)?

L’idea della Home Gallery è nata prima da un’esigenza pratica di esporre, per bypassare l’iter artista-galleria ma anche come segnale della possibilità di fare a meno delle stesse. Un’idea percorribile, considerando che ho una visione disincantata delle gallerie d’arte contemporanea così come dei critici o curatori che ci orbitano intorno. Ho pensato che in questo modo nessuno si alza la mattina e ti propone una mostra a pagamento qui o lì, perché un artista è già padrone del qui e lì in quanto ha la sua propria casa o studio. Poi le cose si evolvono e pure il mio modo di vedere. Al momento più che Home Gallery sto lavorando sul concetto di spazio e tempo; dentro e fuori, intimo e sociale. Noi, occidentali più che mai, siamo stati impostati come i computer e ragioniamo per tinte forti: bianco e nero, bene e male, dentro e fuori. Così il lavoro quotidiano mio, quello invisibile, è di ampliare la mia tavolozza vitale e di pensiero. Adesso non mi interessa tanto esporre altri artisti anche se ogni tanto cedo alla tentazione, vedi con Barbie Ruznona, quanto ricreare uno spazio intimo che travalichi il tempo.

Da qualche anno la decadenza del pensiero politico e quindi sociale, quello che viene rappresentato dai media e per come lo si rappresenta mi hanno dato l’input ad evadere, a viaggiare nel tempo e nello spazio. Mentre studiavo la letteratura del passato ho trovato mondi e personaggi intelligenti, come per esempio nel Settecento francese. Ho iniziato a studiare i loro colori e per farlo mi sono trasferita in quel tempo.

Sembra un discorso assurdo, ma è una tecnica attoriale, mi sono immedesimata e toh eccomi lì… attaccata al soffitto a dipingerlo con quei colori. Ed è un mondo che vibra, non è più bianco o nero… anche le pareti, tutto risponderà ad una precisa data: 1789. Sono anche tracciate le linee del Romanticismo, visibili in alcuni cassettoni del soffitto…

Si può quindi dire che tra dentro e fuori, tra pubblico e privato non sento molto la differenza.

La città di Ferrara ha un carattere molto particolare, come ti ci rapporti come artista?

La struttura della città è un mondo ideale. Ogni angolo e ogni strada mi dicono molto. In pratica la amo. Molte opere che ho fatto “sono” di Ferrara, e rappresentano il mio dialogo con con essa. E poi c’è anche il dialogo con i ferraresi, con una mentalità differente dalla mia.

Sono nata al sud, una figlia del Sole, con la finestra aperta sul mondo. E quando arrivo qui trovo i ferraresi dietro le loro finestre chiuse, le gelosie, che se uno guarda da lì le cose le vede di striscio…e poi ancora il dialogo con gli artisti di Ferrara, con chi opera in questo settore così delicato, tanto delicato che ho rotto quasi con tutti; faccio fatica a dire che una cosa è bella se non mi piace.

Le opere hanno potere, quindi trovo strano che vengano depotenziate attraverso modi di promozione quali il testo critico a pagamento, gli aperitivi… le persone ormai non riescono più a capire cos’è che è arte, ciò che gli piace davvero.

Se guardi al passato gli artisti avevano nerbo e cuore… si azzuffavano, litigavano, erano capaci di pensare a cosa facevano e perché. Questa cosa s’è persa, e non per internet, il ruolo dell’artista è cambiato, è accondiscendente. Perlomeno il ruolo di colui che vuole fare l’artista lo è. E finisce per essere un servo del sistema.

Cosa pensi possa portare a festival come Cardini?

Cardini è una mano santa, perché  ancor prima che le porte degli atelier scardina le ante delle finestre.

Per l’artista che partecipa è un passo per uscire all’esterno, relazionarsi direttamente con le persone, aprire una nuova strada e il cuore stesso.

Cosa ti piacerebbe che recepissero le persone visitando il tuo spazio?

Mi piacerebbe che recepissero il tempo come fattore che, insieme allo spazio, crea una relazione potente. Un viaggio nel tempo, ma è una cosa banale davvero e sfruttata… Tutto questo mio traslocare nei secoli, trasecolare verrebbe da dire, in fondo è una riscoperta di me. E’ la mia idea di contemporaneo. Magari qualcuno potrebbe recepire, all’improvviso, che la sua contemporaneità è nel Medioevo, che credimi non era tutto questo dir male, se pensi che fu Giotto il primo a mostrare i denti delle sue figure e da lì in poi le persone (non tutte), iniziarono a sorridere.

Impegnato divulgatore di alternative.

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