“CASA DI BAMBOLA” e la condizione femminile

Henrik Ibsen è un poeta, drammaturgo e regista teatrale norvegese che nasce a Skien nel 1828. Pochi giorni fa mi è capitata tra le mani una delle sue opere più famose “Casa di bambola”, scritta nel 1879.

Perché è importante leggerlo oggi?

“Casa di bambola” è un testo teatrale in tre atti che tratta la condizione femminile nella borghesia di fine Ottocento ed è scritto da un uomo. Prima che storciate il naso, è importante specificarlo perché ci si aspetta sempre che i libri che esaltano la libertà e l’indipendenza femminile siano scritti dalle donne stesse. Non in questo caso: Ibsen ci mostra una Storia dalle mille sfaccettature e ci dimostra come portare in giro un organo genitale maschile non renda insensibili riguardo alle problematiche delle donne. Molti di noi probabilmente non sanno che una società maschilista fa soffrire (diversamente) anche gli uomini.

La storia parla di Nora, sposa-bambina, e del suo rapporto con Torvald Helmer, suo marito e protettore. La protagonista serba dentro il segreto di aver chiesto un prestito ad uno strozzino, falsificando una firma, per salvare la vita del marito ammalato. Le manca soltanto l’ultima rata da pagare ma, per varie vicessitudini, viene scoperta.

In questa prima parte abbiamo una perfetta fotografia della figura femminile borghese di fine Ottocento: ragazza che passa dall’essere figlia, all’essere sposa, all’essere madre. Ha bisogno del permesso del padre/marito per ogni singolo bisogno e viene accontentata di conseguenza perché è la sua “lodoletta” (o comunque vezzeggiata come fosse un giocattolo). Antonio Gramsci, che assiste allo spettacolo nel 1917 (40 anni più tardi!) in Italia, racconta che “la maggioranza degli spettatori se ha applaudito con convinzione simpatica i primi due atti, è rimasta invece sbalordita e sorda al terzo, e non ha che debolmente applaudito”.

Perchè?

Una situazione considerata normale, uno specchio della realtà che non disturba nessuno, anzi diverte gli spettatori che ammirano la simpatia di Nora e Torvald. Ma poi cambia tutto: ed è qui che sta la furbizia e l’intelligenza di Ibsen.

Quando Nora viene scoperta dal marito, quest’ultimo s’infuria minacciando Nora di toglierle il ruolo di educatrice dei figli. Provando sincera vergogna per il comportamento della moglie, trascura completamente il suo sacrificio per salvargli la vita e si concentra perlopiù sull’apparenza della famiglia agli occhi delle altre persone. Quando scopre invece che l’episodio sarebbe stato sotterrato, dimostra tutta la sua “magnanimità” nei confronti di Nora e le concede il suo perdono. Ma Nora non ci sta.

In questo punto tutto cambia. Nora prende coscienza di se stessa come essere umano al di là dei suoi ruoli sociali ed esprime un problema esistenziale al marito che lascia tutti a bocca aperta. Ricordo, nel caso giustamente ve lo foste dimenticati, che stiamo parlando del 1879.

Abbandona il nucleo familiare rinunciando al capitale e ai figli per andare a cercare quella che sarebbe stata la SUA felicità: vivere le esperienze che le sono state proibite durante la sua vita da subordinata al padre, alla casa e alla famiglia per trovare se stessa.

È chiaramente un testo rivoluzionario che avrà fatto e farà storcere il naso a molti che concepiscono la scelta di Nora come una scelta priva di moralità. Il personaggio viene visto come una “cocotte” allora o una “donna facile” oggi. Nora invece è una persona che esce da quel cerchio ipocrita del sacrificio benefico. Benefico al despota o a chi non ha il coraggio di ricercare una propria identità e si limita a farsela dettare. Non viene riconosciuta invece la profonda moralità del gesto: amare se stessi per poter amare gli altri, trovare se stessi prima di cercare gli altri.

Fa discutere ancora oggi a 150 anni dall’ideazione. Quando lo leggiamo non solo ci trasporta nel passato ma ci accompagna anche nel presente e ci fa riflettere.

Leggendo questo testo diamo una possibilità alla Storia di insegnarci qualcosa.

NORA: Tu non pensi e non parli come l’uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l’angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto. Ed io sono tornata ad essere per te la lodoletta, la bambola da portare in braccio. Forse da portare in braccio con più attenzione perché t’eri accorto che sono più fragile di quanto pensassi. Ascolta, Torvald; ho capito in quell’attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli… Vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportarne nemmeno il pensiero!
TORVALD: Capisco. Siamo divisi da un abisso. Ma non potremmo, insieme…
NORA: Guardami come sono: non posso essere tua moglie.
TORVALD: Ma io ho la forza di diventare un altro.
NORA: Forse, quando non avrai più la tua bambola.

Troviamo qui anche chi non è d’accordo.

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