CHEF RUBIO: L’ANGUILLA DAL GIAPPONE A COMACCHIO

Chef Rubio ha un curriculum che va ben oltre le sue performance televisive.

Attivo in diversi progetti per promuovere la coscienza sociale* e con una forte esposizione mediatica particolarmente accentuata dopo l’intervento sulla nave Open Arms l’estate scorsa cercando di far ragionare su dignità, rispetto e libertà di lasciare alle persone la propria ricerca della felicità.

Nel 2018 pubblica il suo primo libro di fotografia, Mi sono mangiato il mondo, edito da Rizzoli, in cui invita a ripercorrere il suo viaggio tramite il suo racconto personale e scoprire così nuovi orizzonti pieni di sensazioni. Se invece avete voglia di un viaggetto veloce senza dover alzarvi dal divano per andare in libreria, Rubio torna dal 15 settembre torna domenica sul piccolo schermo con un nuovo programma: ‘Rubio. alla ricerca del Gusto Perduto’, sul canale Nove alle 21:25.

Il 5 ottobre alle ore 15 presenterà a Comacchio, la sua mostra fotografica “Kouyou”, allestita all’interno degli spazi della Manifattura dei Marinati (fino al 13 ottobre), riguardante il suo ultimo viaggio in Giappone dove, attraverso scatti analogici, documenta il processo di lavorazione dell’anguilla nel paese del Sol Levante.

Abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda riguardo la fotografia e il suo impegno socio culturale provando a vertere su temi d’interesse comune: ne è scaturita una piacevole chiacchierata di cui condividiamo pienamente risposte e punti di vista.

Tu che sei un comunicatore, perché hai scelto la fotografia per comunicare e che importanza ha per te la fotografia?

“É intuitiva, figurativa, non ha bisogno di spiegazioni, è un punto di vista che arriva in modo diretto e suscita emozioni. Non le attribuisco nessuna importanza in più rispetto quella che non ha già; è un modo come un altro per raccontare qualcosa, ci sono cose che vengono meglio espresse in video, per altre calza meglio il racconto e altre per cui è necessario usare la fotografia. Non riesco a darle una valenza più grande di quella che non abbia. Le fanno tutti, le fanno milioni di persone, da tanto tempo e verranno probabilmente sempre fatte.”

Pensi che con l’avvento di modi di socializzare che si basano sulla fotografia si sia cambiata un po’ la percezione di fotografia come arte?

“La fotografia è solo in pellicola a casa mia, non esiste la fotografia fatta col digitale o col cellulare.

Fotografo è per definizione chi conosce la luce, la chimica del processo fotografico, il soggetto, le inquadrature, lì parliamo di fotografia. Se parliamo di digitale, foto fatte col cellulare stiamo parlando di un’altra cosa, sono abbastanza estremista su questo punto.”

Com’è nato il contesto di Comacchio per la mostra? C’è qualche collegamento con Luigi Ghirri, che hai citato precedentemente in interviste?

“Non è una scelta voluta in questo senso; però mi fermerò lungo la Romea per fare degli scatti nei giorni a seguire. Posso ritenere di essere stato influenzato dallo studio del Maestro, ma non credo che ci sia un legame diretto con lui.

Per quanto riguarda la mostra di Comacchio devo sicuramente tanto al suo modo di raccontare in fotografia, la ricerca della semplicità, che è forse una delle poche forme d’arte ver.

A Comacchio porto la mia esperienza di come ho visto cucinare l’anguilla in Giappone a gente che l’anguilla ce l’ha come tradizione e che magari in Giappone non ci andrà mai. Mostro come la stessa anguilla faccia parte della tradizione di posti così lontani tra loro, come le culture la interpretino in modo diverso.

Tornando a Ghirri rimane sicuramente uno dei punti di riferimento artistici per la formazione della mostra.”

Pensi che in Italia, il bel paese che si vanta della sua cultura e dei suoi geni, la cultura sia accessibile a tutti? 

“No, lo sai anche tu, non è minimamente accessibile. Ci riempiamo la bocca di tante belle cose, siamo pieni di opere d’arte, di storia, cultura in ogni cosa che facciamo, ma non siamo più in grado di riconoscerla ed è come se non ce ne fosse più rimasta; di conseguenza è inutile sfoggiare l’orgoglio su questo punto.

Se solo avessimo improntato il nostro paese sulla cultura adesso saremmo i padroni del mondo e saremmo estremamente ricchi; non avremmo di certo il debito pubblico che abbiamo.

Ci sarebbero migliaia di persone felici nel nostro paese; ormai se ci sono persone felici in Italia sono i ladri e i farabutti.”

Lasciando da parte l’accessibilità fisica vera e propria, riflettevamo sulla questione analfabetismo funzionale (per cui chi si approccia a contenuti non riesce a decodificarli e quindi non riesce veramente a fruirne): pensi che questa realtà sia potenziata dal sistema educativo (e dal suo veloce declino)? Cosa dovrebbe essere migliorato o cambiato per combattere questa tendenza?

“Devono cambiare tante cose, devono cambiare le famiglie in primis. Nei nuclei familiari spesso non c’è una persona che spinge il proprio figlio a dipingere o disegnare, spesso ai bambini si piazza davanti un tablet o un cellulare per tenerli tranquilli. Per non parlare della sconfitta della scuola, dell’istruzione, della cultura… sconfitta altamente incentivata da questo tipo di sistema. Cade tutto a cascata, le scuole sono sempre più impotenti perché i ragazzini sono sempre più dissociati dalla realtà e pensano che sia inutile andare a scuola e, quando il professore prova a stimolarli o a farli riflettere c’è comunque il muro dei genitori; si rinuncia alla cultura. Non dico che sia ovunque così perché ci sono tante persone che lottano per i loro figli, dei piccoli focolari che resistono alla tendenza, ma è innegabile che noi siamo più ignoranti dei nostri genitori, che sono più ignoranti dei nostri nonni. Insomma stiamo andando sempre più verso il basso e chi dice il contrario sta mentendo.”

C’è un gesto in cucina, o un atteggiamento, che pensi che possa esemplificare/spiegare il concetto di analfabetismo funzionale?

“In cucina ciò che riguarda l’analfabetismo funzionale è ciò che concerne il mangiare: l’italiano pensa di avere la miglior cucina al mondo, senza conoscerla effettivamente e senza saperla giudicare (e tanto meno preparare). Si potrebbe partire con l’esempio di una semplice pasta al pomodoro che siamo tutti convinti di saper fare ma nessuno veramente poi è così bravo.

 Purtroppo l’analfabetismo funzionale è sia sui social che poi in giro, in uffici di pubblico dominio, così anche in cucina; se dosse un problema solo dei social saremmo in una botte di ferro.

Il problema è che anche gente che legge ancora i quotidiani esprime opinioni senza aver compreso effettivamente il senso degli articoli che ha letto.”

Ferrara oltre ad essere famosa per fatti gravi, inizia a farsi notare a livello nazionale per la pittoresca amministrazione:

Il fatto che si possa pensare di togliere le panchine dai parchi per combattere lo spaccio o che si provi a dare un colore politico a bella ciao (che è una canzone che comprende tutti i colori TRANNE IL NERO); pensi si possa collegare a questo tipo di problema o semplicemente bisogna mettere dei limiti al modo di fare politica?

“In parte credo che sia così ma in parte credo che ci si marci volutamente; chi fa togliere le panchine, pensando di fregare le persone, dicendo che è per combatte lo spaccio e il degrado mente sapendo di mentire.

La realtà è che troppo spesso chi spaccia ha la complicità di chi ha colletti bianchi, se a Gioia Tauro il governo è a conoscenza del fatto che entrano giornalmente chili e chili di cocaina che si spargono in giro per l’Italia…

Credo che l’ultimo problema siano le panchine a Ferrara, si tratta semplicemente di un ipocrita punto di vista che vuole assecondare le persone bigotte che pensano che il pubblico decoro e la salubrità di una città dipenda da togliere le panchine a un povero disgraziato che magari non ha dove dormire…

Ovviamente le panchine di Ferrara non andranno a risolvere il problema dell’immigrazione, della cocaina, delle droghe e del degrado.

 Loro sanno che cosa stanno facendo, sanno che stanno aggirando l’opinione pubblica in modo superficiale, e magari sanno che la droga che viene messa in mano a un paio di disgraziati che non hanno nessun diritto se non quello di eseguire gli ordini di qualche italiano. Quando effettivamente poi si pensa che delle persone ammazzano di botte un ragazzino e la fanno franca cercando inoltre di infangare una famiglia c’è poco da aggiungere.”

Quali limiti ha oltrepassato la classe politica negli ultimi tempi che non dovevano essere superati?

“I limiti li hanno superati tutti politici e apparati. Tra le cose che mi indignano di più menzionerei gli episodi di corruzione, specie quelli che accadono nelle forze dell’ordine. Mi riferisco alle irregolarità nei concorsi d’ingresso, alle mazzette che poi consegnano la divisa a persone non qualificate o ad autentici delinquenti. La politica è finita da tanto tempo e adesso c’è unicamente un grosso reality che vede come protagonisti i nostri politici. Stanno ovunque, sui social e nei salotti alla Barbara d’Urso in TV ma in realtà  vivono in una enorme bolla di show e propaganda anche quando vanno nelle piazze a far comizi. Il paese reale è un mondo a loro parallelo.”

Per finire, ci suggeriresti un libro da leggere, un brano e un film?

Come libro direi Federico di Fabio Anselmo. Come brano scelgo Penso Diverso dei Colle der Fomento, infine come visione suggerisco The Summit un film documentario sul G8 di Genova di Franco Fracassi e Massimo Lauria.

*Rubio si impegna su più fronti per promuovere la buona cucina come come paradigma di condivisione, benessere, integrazione, nutrimento culturale e recupero sociale specie per le realtà più in difficoltà (carceri, disabilità, cibocura, disturbi alimentari, sprechi alimentari,etc.)

Per citare un esempio nel 2017 lancia la campagna del ‘’Pasto Sospeso’’ assieme allo scrittore Erri De Luca nello spazio sociale autogestito Casetta Rossa rivolta ai migranti ospitati dall’associazione Baobab Experience.

Per saperne di più e sapere e restare aggiornati potete consultare il suo sito www.chefrubio.it .

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