COME CI SIAMO ADATTATI… COME SIAMO SEMPRE STATI

illustrazione a cura di Elena Farinelli

Nel 1968 si tenne a Città del Messico la XIX edizione dei Giochi Olimpici moderni, istituiti nel 1896 da Pierre de Frédy, noto a tutti come barone di Coubertin, ideatore del credo olimpico: «L’ importante nei Giochi olimpici non è vincere ma partecipare, come la cosa essenziale nella vita non è affermarsi ma essersi ben battuti».

Fu una delle edizioni più ricche:

L’ultimo tedoforo, l’atleta incaricato di accendere il braciere olimpico, fu per la prima volta una donna, la messicana Enriqueta Basilio; per la prima volta venne utilizzato nella costruzione delle piste un materiale sintetico, il tartan, e si evitò dunque di correre su circuiti facilmente allagabili in terra, cenere o polvere come nelle edizioni precedenti; ci fu la prima squalifica per doping della storia delle olimpiadi ai danni dell’atleta svedese Hans-Gunnar Liljenwall, per abuso di alcol; l’atleta statunitense di salto in alto Dick Fosbury vinse la medaglia d’oro dopo aver eseguito il salto che segnò una vera rivoluzione per questa disciplina, portando dall’altra parte dell’asta prima il tronco e solo in un secondo momento le gambe, dopo aver inarcato la schiena; Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo classificato nei 200 metri piani, al momento della premiazione, all’inizio dell’inno americano, abbassarono la testa e alzarono un pugno al cielo indossando guanti neri, in segno di rivendicazione dei diritti civili degli afroamericani ed in generale dei diritti umani.

Fu anche una delle edizioni che suscitò più polemiche tra i partecipanti a causa dell’altitudine a cui si trova la capitale messicana: ben 2.256 metri al di sopra del mare.

A tali quote l’aria risulta essere estremamente rarefatta. In altre parole i velocisti, potendo contare sulla minore resistenza dell’aria, riuscirono ad ottenere ottimi risultati, tanto che in questa edizione furono registrati alcuni record storici, tra cui quello di Smith stesso, il primo atleta al mondo a scendere sotto i 20’’ nei 200 metri.

I lungometristi, al contrario, ne furono svantaggiati a causa della povertà di ossigeno. Etiopi e kenyoti, nati e cresciuti in alta montagna, vinsero quasi tutte le gare di mezzofondo e fondo. La maggior parte degli atleti, invece, in particolare europei, diedero delle prestazioni a dir poco deludenti. 

Non erano adattati alle condizioni di alta quota.

È assodato che noi uomini, siamo tutti uguali, apparteniamo cioè alla stessa specie che è quella umana (Homo sapiens) comparsa sulla Terra ben 150.000 anni fa. Non esistono differenze genetiche tali nel genoma degli uomini da poter parlare di razze umane, ma unicamente di popolazioni di uomini con lingue, religioni, usi e costumi differenti.

Fa riflettere pensare che noi uomini condividiamo il 50% del nostro DNA con le banane, che non hanno né mani, né piedi, né occhi, né bocca. Abbiamo l’80% del DNA in comune con i cani ed il 96% con gli scimpanzè. Pensate quanto piccola può essere la porzione di DNA diversa tra un norvegese ed un senegalese; piccolissima, di molto inferiore all’1%.

Siamo tutti uguali ma al tempo stesso siamo tutti diversissimi: c’è chi è alto, chi basso, chi nero, chi bianco, chi ha gli occhi grandi, chi ha gli occhi a mandorla, chi ha i capelli neri, chi rossi, chi bianchi, chi gialli, chi blu, chi verdi. 

Tali differenze sono il risultato delle separazioni di gruppi di sapiens che si sono verificate in tempi antichi e delle diverse storie evolutive che hanno contraddistinto tali gruppi. Queste due cose hanno portato all’accumulo di variabilità tra gruppi, variabilità in buona parte influenzata dagli ambienti in cui questi uomini si sono ritrovati a vivere.

Così gruppi di tibetani e sherpa che hanno originariamente popolato l’altopiano himalayano o popolazioni andine stabilitisi sulla cordigliera delle Ande, hanno evoluto con il tempo varianti genetiche che hanno consentito loro di adattarsi ad altitudini superiori ai 3000 metri di altezza.

Presentano una gabbia toracica di dimensioni superiori alla media e una capacità di ventilazione polmonare aumentata. Introducendo più ossigeno ad ogni atto respiratorio evitano i danni provocati dall’ipossia, quali affaticamento, vertigini, giramento di testa e mal di montagna. Hanno muscoli irrorati da un maggior numero di vasi sanguigni e non sono soggetti alla sovrapproduzione di globuli rossi che avviene tipicamente in chi sale ad alta quota. Evitano dunque problemi legati alla coagulazione del sangue e danni di tipo cardiocircolatorio. Non hanno mai le mani fredde o le orecchie tappate.

Sono perfettamente adattati ad un ambiente invivibile per un qualsiasi altro essere umano.

Così come alcuni popoli si sono adattati alla vita in altezza, altri hanno sviluppato meccanismi unici di difesa contro microrganismi e patogeni, o metodi di disintossicazione contro veleni e sostanze tossiche, come gli indios abitanti il deserto dell’Atacama, i quali presentano enzimi che consentono loro di bere acqua ricca di arsenico senza avere ripercussioni sulla propria salute. 

Una serie di popolazioni, stanziate alle latitudini più settentrionali, si sono evolute per fronteggiare le basse temperature artiche ed antartiche, mediante accumuli di grasso sottocutaneo ed un metabolismo in grado di generare grande calore corporeo. Altri popoli, invece, residenti nelle zone equatoriali e sub equatoriali della Terra, hanno sviluppato adattamenti per sostenere climi caldi ad ampia esposizione di raggi ultravioletti, come la pelle scura.

Per proteggersi dai raggi UV e dallo stress che questi comportano a livello cutaneo, le popolazioni africane, sud americane, indiane, della Nuova Guinea … producono quantitativi molto elevati di eumelanina, pigmento che fornisce una colorazione tipicamente marrone/nera alla pelle e che la protegge schermando e respingendo parte delle radiazioni solari. 

I raggi UV oltre a costituire un pericolo sono anche molto importanti per il nostro organismo, in quanto sono coinvolti nella produzione della vitamina D, fondamentale nello sviluppo delle ossa. Le popolazioni abitanti le zone più settentrionali del pianeta, a basso irraggiamento, per evitare problemi nell’apparato scheletrico, quali il rachitismo, hanno evoluto un meccanismo adattativo opposto rispetto ai popoli della fascia equatoriale: producono quantità ridotte di eumelanina e presentano una pelle tipicamente chiara in grado di trattenere meglio le radiazioni ultraviolette.

Sempre per un motivo di termoregolazione molti africani hanno i capelli ricci e crespi. Il capello riccio trattiene meglio il sudore della testa e permette quindi di abbassare la temperatura corporea quando fa molto caldo. La maggior parte dei nord europei o nordamericani, invece, ha i capelli lisci.

Popolazioni nordiche come finlandesi, norvegesi e danesi hanno inoltre di solito nasi con narici strette, adatti a riscaldare e inumidire l’aria inspirata prima di farla arrivare ai polmoni. Viceversa il naso tipico africano è quello camerrino, più basso e a narici larghe.

Gli abitanti dell’asia centro-orientale, come cinesi, coreani, giapponesi e mongoli, hanno una piega di pelle nella parte interna dell’occhio, chiamata piega mongolica, che delinea una caratteristica forma dell’occhio cosiddetta a mandorla. L’occhio a mandorla ha origini antichissime ed è insito di un significato evolutivo ben preciso. Aveva la funzione di proteggere gli originali abitanti di questi territori, gruppi di nomadi provenienti dall’attuale Siberia e dalla steppa asiatica, dal freddo intenso, dal vento e dalla luce accecante riflessa dalla neve. Questo tratto si è mantenuto nel tempo, è stato tramandato, fino ad essere ereditato dagli attuali abitanti di Cina, Corea e Giappone.

Capite ora non solo quanto siamo vari, ma quanto tutta questa varietà abbia effettivamente un senso.

Proviamo ora a prendere il totale della variabilità umana, ovvero l’insieme delle caratteristiche che ci rendono diversi (non solo caratteristiche fisiche ben visibili ma anche quelle atomiche e molecolari, come per esempio la presenza o assenza dell’enzima lattasi, che consente di digerire o meno il lattosio) e raffigurarla come contenuta in una bottiglia.

Se facessimo questa operazione e focalizzassimo la nostra attenzione su questa bottiglia, le differenze presenti tra le diverse popolazioni umane che abitano il pianeta (cinesi, rispetto europei, rispetto aborigeni, rispetto eschimesi), e che in parte abbiamo visto essere conseguenza diretta dell’ambiente, rappresenterebbero il fondo della bottiglia, il 10-15%. 

Il resto della bottiglia, ben l’85-90%, rappresenterebbe la variabilità presente all’interno di ciascuna popolazione: il colore degli occhi degli islandesi, la forma del mento degli italiani, le sopracciglia dei congolesi, l’attaccatura dei capelli degli americani, i piedi dei coreani, gli ombelichi dei sauditi e così via.

Ciò significa che per quanto fatichiamo a crederci siamo più diversi “Entro Noi” che “Tra Noi”

Non siamo come i cani: razza chihuahua e qualità da chihuahua, razza dobermann e trend da dobermann, razza bovaro e cose da bovari. 

Le razze umane non esistono e questo non è un pensiero personale, ma una vera e propria evidenza scientifica.

Nato e cresciuto tra banchi di nebbia, sono Biologo della salute umana dal marzo 2020. Faccio TUM TUM PA in una band.​ Mi piacciono la Natura, gli animali, le piante, i loro suoni e i loro rumori.​ Come dicevano I Cani a Niccolò: ​ "la gente non è il mestiere che fa o i vestiti che porta, le scarpe che mette, la roba che ha… per me contano i dischi, i bagni nel mare, l'umanità"

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