CONOSCI L’ARTIGIANO: Enrico De Lazzaro e Arte dei contrari


Arte dei contrari è la “bottega di idee” di Enrico De Lazzaro. Il nome, che prende spunto dall’omonima via in cui il negozio ha sede, manifesta fin da subito l’intenzione di De Lazzaro di creare un prodotto d’autore, ovvero di offrire sul mercato un articolo che sia il frutto della congiunzione tra l’arte e l’oggettistica. Dopo esserci presentati, decide di offrirmi un caffè. Mi mostra nel frattempo due sue foto lì esposte. In una è rappresentato uno scorcio di “Via delle Volte”, nell’altra è invece Comacchio a fare da protagonista. “E’ una foto sospesa” – mi spiega con sguardo appassionato. Le sue foto effettivamente non riprendono semplicemente la città, ma suggeriscono una realtà altra a stretto contatto con la sua emotività. Per comprendere meglio questo legame, in occasione della prima edizione del Festival Cardini Atelier Aperti, lo abbiamo intervistato.

Quali sono le sfide a cui va incontro oggi un artigiano?

Quando mi chiedono un parere sull’artigianato, mi piace dire che questi sono gli ultimi anni. Per me di fatto l’artigiano o si è trasformato, o è destinato a chiudere. La categoria degli artigiani dovrebbe essere protetta come dentro ad una riserva. La situazione è sempre più difficile. L’artigiano è stato abituato a fare per sé, ma adesso deve appoggiarsi sempre a più professionisti ed i costi sono raddoppiati. E’ soprattutto una questione culturale: è in atto una perdita di valore del prodotto. L’arrivo delle catene di grande distribuzione ha spaccato il mercato. Il problema non risiede nella concorrenza legata al prodotto, ma piuttosto si cela dietro al budget dedicato dai consumatori. Quest’ultimi sono abituati a spendere poco ed è inaccettabile per loro pagare di più per un prodotto artigianale. E’ una lunga scia che da Ikea arriva a Tiger. E’ l’approdo del design di massa, che parte dai territori dove il costo del lavoro è nullo, così come quello dello smaltimento. Noi artigiani siamo antistorici. Il mondo ormai è molto piccolo e noi siamo invasi da queste merci a costi irrisori. Questo discorso si può applicare anche alla falegnameria. Noi italiani eravamo all’avanguardia, poi ci siamo fatti rubare la merenda da uno svedese. Non abbiamo mai pensato ai cambiamenti del mercato.

Come si è evoluto il rapporto “offerta-richiesta” nel corso del tempo?

Il budget di spesa delle singole persone è cambiato. A questo proposito ho un esempio tratto dalla mia vita. Quando avevo 13 anni feci i buchi alla schiena a mia madre. Mi ricordo che andammo in Val Badia per le vacanze estive. Volevo tornare a casa con un’opera incisa in legno. Ero affascinato da quell’omino intagliato, dal lavoro di quell’artigiano, dal modo con cui incideva. Tutto ciò per dire che quando io e la mia famiglia viaggiavamo, cercavamo dei prodotti di artigianato locale da portare a casa come ricordo. Un discorso del genere adesso è impensabile. Quando viaggiamo, non cerchiamo l’artigianato; preferiamo mangiare di più e vedere di più, preferiamo consumare nell’immediato. Noi siamo consumatori poco responsabili, prediligiamo un prodotto in nero, stampato in Cina e venduto da un ambulante. Non riflettiamo sul possibile giro mafioso che potrebbe nascondersi dietro ad un prezzo ridotto. Siamo dei pessimi consumatori: non stiamo attenti a ciò che mettiamo in bocca, figuriamoci a ciò che compriamo. La gente purtroppo è abituata a non farsi più domande.

Qual è l’ostacolo più grande per immaginare con serenità il lavoro del futuro?

O si pensa di puntare ad una fascia altissima, oppure si è destinati a chiudere. La svolta degli artigiani è nel saper proporre progetti nuovi, rimanere sul mercato avendo idee sempre diverse. Io ho iniziato vendendo i miei acquarelli, gioielli, ceramiche, e adesso sono arrivato a vendere le mie fotografie. Quest’anno offrirò nel mio negozio una degustazione di gelato artigianale, unendola alla mia attività di fotografo. Vorrei unificare i vari sensi. E’ un po’ una sfida, ma sto ricevendo molti incoraggiamenti. Secondo me è la chiave di uscita dall’angolo: la bottega d’altronde ha bisogno della gente. Quando i “cardini” sono chiusi, devi cercare di capire come vincere la “soggezione”. La consumazione di un caffè, di un gelato, può contrastare la timidezza delle persone che non entrano nelle botteghe per paura di doversi subito impegnare. Attraverso l’uso di un prodotto di consumo di massa si cerca di creare interesse su un’altro tipo di attività.

Quando è nata la sua passione e quando ha deciso di farne un lavoro?

Io dovevo fare l’artistico, ma alla fine ho fatto ragioneria. Mia mamma però mi ha trasmesso un senso artistico, che penso lei abbia in modo smisurato. A 22 anni ho fatto servizio civile all’estero. Tornato a Roma, nei primi anni 90, seguii il consiglio di un amico e comprai un computer per sviluppare il mestiere di grafico. Ricordo le intere notti passate a creare immagini con Photoshop 2! Avendo iniziato da autodidatta, avevo problemi con le agenzie, le quali richiedevano più esperienza lavorativa. Un mio amico, già nel settore da tempo, mi aiutò dandomi la possibilità di mettere il mio nome su alcuni suoi lavori. Così iniziai ad essere preso nelle agenzie di grafica. Duranti i primi anni non venivo pagato, ma per me era comunque una grande fortuna: ho visto tante mani e tante teste lavorare; ciò mi ha permesso di stimolare ed allenare la mia dimensione creativa. Successivamente mi sono messo in proprio e ho lavorato da casa per un sito di Repubblica. Per cinque anni ho creato banner per loro. Ho coltivato a livello personale l’acquarello e la fotografia. Ho sempre cercato di cavalcare lo “strumento” dandogli il mio senso artistico, cercando di personalizzare e dare un valore a quello che produco. Nel 2006 ho aperto un negozio a Ferrara mettendo insieme le cose che sapevo fare: acquarelli, ceramica e fotografia. Ho sempre avuto tanta voglia di fare, agire con senso artistico.

E’ un lavoro che consiglierebbe ai propri figli?

Io mi sono sempre chiesto, venendo da Roma, come mai tutti quelli che hanno un’impresa artigiana sono praticamente quasi tutti di fuori Ferrara. Mi sembra che le imprese ferraresi siano tre. Come è possibile che in una città così viva culturalmente, con un liceo artistico estremamente dinamico, non ci siano giovani che lavorino in questo campo? Quando non siamo nel nostro ambiente abituale ci mettiamo molto più in gioco, rispetto a chi si trova nel suo “habitat naturale”. I nostri ragazzi sono bravissimi, ma non hanno “fame”. Questa attività è sacrificio. Per diversi anni ho lavorato sia di domenica, che di sabato, ininterrottamente. E’ lo stesso problema che può avere il fornaio. Non ci sono persone italiane disponibili a lavorare di notte. La nostra è una società opulenta. Io guardo sempre i miei figli e comparo la mia vita con la loro. Abbiamo fatto un’evoluzione verso il benessere di cui non ci rendiamo neanche conto. I nostri giovani sono pochi e troppo coccolati. Si adagiano. Adesso i ragazzi non sono pronti al sacrificio, o almeno non tutti. L’artigianato ha questa specificità: è adatto a chi è disposto a versare lacrime e sangue per il proprio lavoro.

Quali sono le caratteristiche che bisogna sviluppare per poter intraprendere un’attività in questo settore?

Ciò che è necessario è saperci mettere amore e dedizione. Quando ci sono questi due elementi si può arrivare a tutto. In più è importante la volontà. Servono impegno, dedizione ed amore. E’ un triangolo in cui si deve stare al centro ed in cui è fondamentale trovare un equilibrio. L’artigiano vi ci si trova dentro e deve inserirci anche gli affetti, la famiglia e le amicizie; non si vive di solo lavoro.

Che cos’è per lei l’arte e che ruolo ha nel suo lavoro?


Mettere l’arte a disposizione degli altri non può che migliorare il nostro benessere. Il prodotto d’arte è qualcosa di fisico ed emozionale allo stesso tempo. L’arte deve far scaturire mille emozioni, che siano positive o negative. E’ un prodotto che entra in intimo contatto con l’io di chi ne fruisce. Il prodotto artistico è soggettivo: una determinata opera può comunicare qualcosa a qualcuno, come può non comunicare niente a qualcun altro. L’aumentare della platea dipende molto dalla famiglia, da quanto i genitori sono bravi a spiegare il mondo dell’arte, ovvero il mondo delle emozioni. Per comprendere il lavoro artistico bisogna saper entrare in empatia con l’opera stessa, poiché l’arte altro non è che strumento di lettura delle proprie emozioni. Il problema a monte è cercare di creare dei cittadini che sappiano leggere questo tipo di emozioni. La cultura è infatti importantissima, poiché bisogna saper contestualizzare l’opera. L’attitudine alle emozioni è fondamentale. Fare arte è anche saper produrre, saper interpretare e saper trasmettere emozioni. Nel mio lavoro cerco sempre di comunicare qualcosa. Io di fatto faccio fotografie un po’ particolari, che suscitano sempre una lettura emotiva: ogni immagine nasconde qualcosa. Bisogna creare fotografie partendo da qualcosa di forte, un’emozione che ci faccia sognare. La fotografia è lo specchio della nostra realtà e deve essere imbevuto della nostra personalità.

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