CONOSCI L’ARTISTA: ELISA LEONINI

Incontro Elisa Leonini, artista e insegnante d’arte, in una raggiante giornata invernale. In un clima accogliente e piacevole della sua casa, davanti una tazza di infuso, Elisa inizia a raccontarsi, partendo proprio dalla sua formazione artistica.

Come inizia il tuo viaggio nell’arte? Hai sempre saputo di volere essere un’artista?

Ho avuto la fortuna di avere una maestra alle elementari che ci faceva fare tantissimi laboratori manuali, lavorando con origami o carta pesta, e una volta a settimana ci portava a fare dei laboratori di ceramica. Nel momento in cui ho toccato l’argilla ho subito capito di volere fare proprio questo, sono tornata a casa dicendo che da grande avrei frequentato una scuola dove si lavora l’argilla. Mi immaginavo già da piccola all’Accademia, sapevo già qual era il mio percorso. La cosa divertente è che quando mostravo i miei disegni a scuola, l’insegnante non credeva che fossero miei. Poi ha frequentato a Ferrara l’Istituto d’arte, l’attuale Liceo Artistico Dosso Dossi, studiando in particolare la scultura, per poi proseguire all’Accademia di Bologna dove mi sono laureata con una tesi sulla luce e ombra.

Ricordi la tua prima opera?

Ci sono due lavori importanti che hanno segnato tutto ciò che è venuto dopo, due lavori importanti, entrambi sculture che si relazionano a delle ombre. La prima scultura presenta due braccia bianche, levigatissime come se fosse una scultura di Canova, applicata alla parete, all’interno delle mani c’è una sagoma e una fonte luminosa, che genera delle ombre. Si creava un fascio di luce e delle ombre generate dalla scultura, percependo così la visione di una testa. In tal modo si creava un passaggio dimensionale, dove nella realtà in cui viviamo la forma si è oggettualizzata, si è concretizzata formalmente. Si è innescata una relazione tra una parte immateriale, un elemento intangibile come l’ombra e la parte materica, bianca del gesso. L’ombra è un elemento fondamentale per la scultura, pensiamo solo alle origini della pittura e scultura narrate da Plinio.

Raccontaci cosa intendi tu per “scultura”

La scultura diventa lo strumento ideale attraverso cui raccontare il mio mondo all’esterno. La mia idea di scultura è un po’ atipica, non propriamente tradizionale, ma piuttosto una scultura concettuale. Intendo la scultura come un contrasto tra la materialità e l’immaterialità, qualcosa che si propaga nello spazio, si enfatizza l’invisibile, in qualche modo presente. Ho trovato l’immaterialità giusta per il mio lavoro nell’ombra e nella luce, e più tardi anche nel suono. Come artista, mi interessano i vari aspetti impercettibili della realtà, proporre la quotidianità sotto una nuova luce. Attraverso il mio lavoro, mi piace far ascoltare alle persone il suono di una rosa oppure far vedere una scultura del silenzio. Nel passato ho realizzato anche delle installazioni anamorfiche, utilizzando carta adesiva applicata alle pareti, per terra oppure lungo le scale in diversi musei o gallerie, concependole come delle sculture.

Oggi il mondo galoppa troppo in fretta, siamo sempre di corsa, ci lasciamo contagiare dalla frenesia. Attraverso le mie opere vorrei invitare alla contemplazione, mi piace l’idea di prendersi una pausa e soffermarsi sui particolari.

Possiamo definire la tua arte autobiografica?

Chiaramente nel mio lavoro c’è la mia impronta, il mio modo di essere, però soltanto in un lavoro di qualche anno fa, una specie di diario di bordo, si percepisce nettamente la mia presenza come artista e persona. Negli altri lavori, se ho inserito in qualche modo elementi soggettivi, è avvenuto inconsapevolmente, non in maniera razionale. Le opere d’arte raccontano qualcosa di cui non siamo ancora consapevoli, ci sfugge il significato nel momento della creazione, tanti aspetti sono compresi solo nel futuro. Spesso pensi di avere tutto molto chiaro, il progetto, il suo intento, però solo dopo la realizzazione capisci alcuni aspetti che ti sfuggivano. Ne mio lavoro c’è sempre un aspetto illusorio, che gioca anche sulla presenza – assenza.

Il binomio ombra/luce è tutt’oggi presente nel tuo lavoro?

Un po’ meno, sostituito in maniera molto naturale dal suono. Il rapporto tra la scultura o l’elemento materico e quello che era la luce e l’ombra adesso è diventato l’elemento materico e il suono. Dunque c’è sempre questo binomio, qualcosa di materiale e qualcosa di immateriale.

 Come definiresti il concetto di “arte”?

Certamente ci sono tante sfaccettature ed è difficile trovare una definizione. Posso dire, come artista, che quando vado a vedere delle mostre, cerco delle soluzioni e riflessioni che un artista mi fa fare sulla realtà e sull’attualità. Oggi il ruolo dell’artista è molto importante proprio su un piano riflessivo. Se nel passato l’arte aveva soprattutto un ruolo didattico, pensiamo ad esempio ai vari affreschi, adesso gli artisti si muovono tanto sulla realtà ed è interessante capire come l’artista mi fa riflettere su questa realtà e sul mondo, cosa è riuscito a cogliere lui che a me è sfuggito.

Cosa ne pensi dell’interdisciplinarietà nell’arte?

Personalmente sono contraria alla limitazione solo su una specifica forma e vorrei fare una piccola critica nei confronti del sistema scolastico/universitario, dove ancora sussiste la divisione tra pittura, scultura, scenografia. In realtà si dovrebbe avere la libertà di seguire tutti i corsi che si desidera, per poi crearsi una propria idea, un proprio percorso. Quando frequentavo l’Accademia, non potevo seguire il corso di incisione, che mi interessava molto proprio per l’effetto ombra che si creava dalla pressione della lastra. Ho seguito il corso, ma solo a titolo personale. Forse è importante focalizzarsi sul messaggio che intendi trasmettere e solo poi trovare lo strumento e la tecnica migliore. Sicuramente è difficile conoscere tutto, essere una specie di tuttologo. Però a me piace apprendere sempre di più, studiare vari ambiti per avere più capacità nel mio lavoro. Ad esempio, se voglio creare un’opera usando il legno voglio saperlo lavorare personalmente.

Parliamo del progetto Cardini, cosa ti ha spinto a partecipare a tale evento?

Trovo interessante proprio il concetto di “cardine”, di poter pensare di rappresentare un cardine per la città, ma anche nei confronti dei miei stessi studenti. Aprire le porte del mio studio è come aprire il mio lavoro all’altro. Mi piace moltissimo l’idea di poter conoscere altri artisti, condividere il proprio lavoro, stare con loro. Posso anche aggiungere che mi piace molto collaborare con altri artisti, anche se sono un po’ “schizofrenica” su questo. Spesso firmo lavori miei, dunque singolarmente, ma firmo anche lavori a quattro mani con altri artisti, oppure collaboro anche con dei musicisti, e in questo caso dunque collaboro con artisti di un’altra disciplina. Sono arrivata a creare anche un gruppo artistico. Di conseguenza la mia identità si moltiplica, arriva un momento in cui ti chiedi qual è?

Però a me piace, perché quando torno sul mio lavoro, torno cambiata, arricchita da tutte queste esperienze e scambi. Devo dire che un po’ soffro il fatto che l’artista spesso rimane chiuso nel suo studio, come spirito mi sento molto affine ai musicisti: si suona insieme, si lavora in gruppo, ci si confrontano. Lo stesso musicista ha tanti progetti con vari gruppi. Per ciò che riguarda l’artista visivo, anche nei momenti in cui partecipi a delle collettive, spesso non conosci gli altri artisti presenti, non ci sono dei momenti di confronto.

In quanto insegnante (al Dosso Dossi) come si fa a stimolare interesse per l’arte nei giovani ragazzi?

Cerco di catturare l’attenzione o l’interesse partendo da un lavoro su sé stessi, spesso non hanno la consapevolezza di cosa sia l’arte. Devo in qualche modo preparare i ragazzi su ciò che è stato fatto prima, ma anche prepararli a essere gli artisti di domani. Cerco di lavorare partendo proprio da loro stessi, partendo proprio da loro stessi, perché non hanno qualcosa a cui agganciarsi, tutto sfugge, è tutto virtuale, anche le proprie emozioni. Faccio fare una sorta di viaggio introspettivo, partire da una definizione loro, un aggettivo che li riguarda, lavorare sul proprio vissuto. Chiedo un atteggiamento serio e rispettoso verso la materia, non voglio trasmettere l’idea che l’arte sia un gioco, tutt’altro. Si può certamente giocare facendo arte, ma ci deve essere la consapevolezza.

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