CONOSCI L’ARTISTA: MARCELLO CARRA’

Marcello Carrà, ferrarese, classe ’76, partiamo da una nota personale: come ti descriveresti per farti conoscere dal pubblico?


“È sempre molto difficile in due parole. Ovviamente se dobbiamo parlare dell’ambito artistico, sono una persona che ha sempre disegnato, scritto e creato e ha sempre avuto lo stimolo dell’inventare. Una volta terminati gli studi al liceo ho ricevuto, quasi per caso, dei colori per dipingere. Me li regalò mio cugino, che già dipingeva. Così ho iniziato a provare, a fare dei tentativi, visto che non avevo fatto studi artistici. In questo modo mi sono appassionato alla pittura. Nel tempo ho cercato di imparare il più possibile, ma la mia scuola è stata quella delle mostre e dei musei. Soprattutto l’arte moderna, dell’Ottocento e Novecento. Mi è sempre interessata più la tecnica che il soggetto delle opere d’arte: capire come erano state effettivamente realizzate. E nel frattempo frequentavo la facoltà di Ingegneria, quindi due mondi completamente diversi che ancora oggi tengo assieme. Ogni giorno fino alle 14 sono un ingegnere. Ad ogni modo, lo studio nel complesso mi piaceva, però ho sempre avuto un’inclinazione per le materie letterarie. Mi è capitato di appassionarmi ad alcuni pittori in particolare, anche se magari incidevano poco sulla mia pittura; ho cominciato a fare dei quadri surreali e sono andato avanti fino al 2008. Ho dipinto, dipinto e dipinto, ma non avevo ben inquadrato me stesso: dipingevo senza avere una direzione precisa. Poi, ad un corso (che mi consigliò Maria Livia Brunelli), tenuto da Maurizio Camerani e Ketty Tagliatti, mi misi maggiormente in discussione. Riconobbi che avevo dei limiti: la mia pittura era simpatica, ma sentii di non avere più gli stimoli giusti. Quindi nel giro di qualche mese iniziai ad allontanarmi un po’ dalla pittura tradizionale, iniziando a dipingere su delle fotografie. All’inizio rappresentai a pennello degli insetti su alcune foto ritagliate da una rivista d’architettura. L’idea funzionò e poco tempo dopo esposi le scansioni, applicate su lastre di alluminio, di queste pitture sulle foto alla Galleria del Carbone, in occasione della mostra collettiva alla fine del corso. In seguito decisi di fare delle gigantografie, però con l’utilizzo della penna biro”.

Usi la penna biro come strumento principale e la carta come medium. C’è un motivo in particolare?


“Per ciò che riguarda la biro, feci una prova per capire in quanto tempo potevo produrre un disegno di grandi dimensioni. Mi serviva uno strumento rapido, altri tipi di penne richiedevano uno sforzo maggiore. In particolare, uso quasi sempre la biro colore nero, mi piace ed è quello che si conserva meglio. Il blu invece tende a sbiadire molto in fretta. Infatti non sono opere da tenere alla luce del sole. E la carta?! Mi sono appassionato e mi piace. Certe volte ha dei problemi quando è ora di esporla, io uso soprattutto magneti, lastre di compensato e supporti di questo tipo. A maggior ragione se si tratta di opere grandi. In origine usavo la carta da scenografia, perché disponibile in rotoli molto ampi. Ora uso anche altri tipi di carte. Evito il bianco, perché lo trovo troppo freddo, preferisco tonalità più verso il giallo, crema. Dà un’idea di antico e vissuto. Quasi da tavola di storia naturale o libro illustrato. Alla faccia dell’innovazione (ride, ndr)”.

Si tratta di trovare un equilibrio tra passato e presente.


“In effetti ogni tanto mi ritrovo a pensare che non ci sia niente di più contemporaneo dell’antico. Ci sono tantissime tecniche del passato che ora sono inutilizzate. E se qualcuno ricominciasse ad usarle? Diventerebbe innovativo”.

www.marcellocarra.it

Come sviluppasti l’idea delle gigantografie?


“Cominciai con qualche formato piccolo: un metro per un metro e mezzo. Disegnai una formica e un ragno, finché non decisi di fare un moscone su un rotolo di carta con un’altezza di un metro e mezzo e una base di tre metri e mezzo. Impiegai un mese a realizzarlo e mi valse il Premio Niccolini della Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, oltre ad essere l’inizio di tutto il ciclo dedicato agli insetti. Per cui fu una sorta di epifania per me”.

Dici di essere una persona allegra, ma dai tuoi lavori traspare un elemento un po’ funesto.


“Senz’altro, ma questo deriva anche dall’ironia un po’ cinica che tendo ad avere. Tendo a sdrammatizzare molto gli eventi. In generale non sviluppo rimpianti di sorta su ciò che poteva essere e non è stato.

È molto interessante l’introduzione della parola e della scrittura nella tua opera.


“Negli ultimi due anni ho fatto delle opere che univano testi e immagini, in particolare ce n’è una nella quale ho ricopiato il testo di un romanzo di Chiara Zocchi e che si intitola ‘Olga’. Si tratta di un rettangolo largo un metro e trenta e alto trentacinque centimetri. Al centro c’è un cerchio ed è l’unica area in cui non ho scritto, mentre tutto attorno c’è il romanzo. L’ho scritto a mano con un carattere di altezza di un millimetro e mezzo, utilizzando un pennino a inchiostro pigmentato molto fine. Dopo tanta immagine, figura e disegno avevo voglia di parole. Ho fatto anche un trittico in cui ho inserito l’acqua, con la parte inferiore occupata dal testo e la superiore dall’immagine. Un’isola, un paesaggio e un fabbricato. L’ho intitolato ‘Trittico dell’esistenza’ perché rappresenta nascita, vita e morte, parliamo del 2017”.

Qual è il tuo rapporto con Ferrara?


“Sono nato a Ferrara e sto bene qui. Quando hai le persone che ti vogliono bene il luogo conta relativamente. I nostri luoghi sono le persone che li abitano. Per il resto sono legato alla città: non la critico, né la metto sul piedistallo. Se ciascuno facesse la sua parte sarebbe un beneficio per tutti”.

Il grande assente nella tua arte è l’essere umano: è una scelta che intendi mantenere?


“Quando dipingevo, nei miei quadri c’erano tanti personaggi, anche se deformati e fumettistici. Influisce forse, il fatto di non aver avuto una formazione accademica, ma anche l’idea che di figure umane ne siano rappresentate tantissime, più o meno bene, per cui se c’è uno che non le fa forse è anche meglio (ride, ndr). Per un autodidatta che si accosta alla pittura ci sono in genere tre macro-soggetti: paesaggio, natura morta e figura umana. Nel mio caso manca soprattutto l’interesse per questi argomenti. Una volta mi sono cimentato con dei ritratti, ma una volta finiti ho sentito di non averci messo niente di mio. In seguito ho disegnato figure umane mescolate con parte di animali, ma con un altro obiettivo, cioè esprimere tramite queste metamorfosi alcuni nostri stati d’animo”.

Nella tua biografia ho notato un passaggio relativo al concetto di bellezza e di come viene declinato nella tua arte. Cosa implica per te questa definizione in generale?


“Argomento difficile… perché in fondo la bellezza non è qualcosa che inseguo. Faccio un parallelo con la musica, da appassionato di musica classica, trovo sublimi alcuni brani e mi rendo conto che tutto è molto relativo. Della musica apprezzo molto la potenza, non solo degli strumenti ma anche della voce. Per cui l’insetto nella sua reale bruttezza, una volta ingrandito, trasmette un senso di potenza. La potenza delle cose sconosciute, come un qualunque altro fenomeno naturale, come può essere un tifone. Non è bello, ma sublime, porta con sé un fascino insito nelle sue caratteristiche. Nella mia arte non cerco il bello in senso stretto, ma belle sensazioni di potenza”.

L’intento del progetto Cardini è di aprire gli studi di artisti ed artigiani alla città, personalmente cosa ti ha spinto nel partecipare a tale evento?

Oggi l’arte contemporanea viene spesso vista come distante, manca un reale incontro tra le persone e l’arte. Spero che questo progetto possa essere un’ottima occasione per conoscere il lavoro di molti artisti attivi a Ferrara. Personalmente spero sia anche un’occasione per ricevere stimoli esterni, dagli artisti stessi ma soprattutto dal pubblico.

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