Cosa c’è dentro al Torrione San Giovanni?

credits Jazz Club Ferrara

Da qualche settimana si è conclusa la stagione concertistica del Jazz Club di Ferrara. Ma per parlare del jazz, ogni momento è perfetto. A tal proposito, ho incontrato Francesco Bettini e Stefano Dallaporta, per conoscere meglio questa nostra realtà.

Francesco si considera un tassello (fondamentale aggiungerei) dell’intero meccanismo del Torrione, che vive l’attività del Jazz Club come una missione culturale e il jazz come stile di vita. Stefano preferisce definirsi un artigiano, considera la musica un’arte un po’ di bottega, che si impara frequentando altre persone che la fanno.

Stefano, come ti sei avvicinato al jazz?

“Non da giovanissimo, attorno ai diciotto, vent’anni, tramite gli ascolti e la curiosità. Sono sempre stato un onnivoro e quindi ogni volta cercavo collegamenti e scavavo tra i vari artisti e stili, scoprendo mondi che ignoravo. Da quello si è aperto un mondo di ascolti e conoscenze, poi musicisti più esperti mi hanno indirizzato.”

Si può quindi sfatare il luogo comune per il quale il jazz è un genere per persone adulte e non da giovani?

“Mah, per quanto mi riguarda è musica che non ha alcuna connotazione, come tutte le musiche oneste. Ci sono delle musiche che dovrebbero essere universali per tutti. Almeno, quando io percepisco dell’onestà artistica nel fare musica, quella per me è musica per tutti.”

Francesco, se pensi al jazz che immagine gli assoceresti?

“Oddio, non lo so… tutti i colori che una goccia d’olio può fare in una pozzanghera. Una cosa che si muove, si espande e cambia costantemente forma e cromatismo ed è legata alla terra. Fluida, flessibile, ma ancorata alla terra.”

Francesco, quest’anno si festeggiano vent’anni del Jazz Club al Torrione, potresti rievocare qualche ricordo dei primi anni?

“La ristrutturazione non era completa, il piano superiore inizialmente non era agibile. Quindi si faceva tutto al piano terra ed era un po’ un… carnaio. In più erano anni in cui si fumava, per cui al Torrione si entrava con un vestito che si sarebbe buttato il giorno successivo. Per certi aspetti era tutto più casereccio, ma anche più autoriferito. Ora è molto più aperto alla città ed è un po’ più professionale. Però i ricordi sono mille, fatico a inquadrarne qualcuno in particolare. Mi tornano in mente questioni logistiche, tipo che per salvare un concerto andammo a prendere degli artisti al confine con la Francia perché c’era uno sciopero, per poi tornare indietro senza riuscire a fare in tempo per il concerto. Ma gli artisti che suonavano il giorno dopo, venendo da un’altra parte, si sono resi disponibili a esibirsi prima. In tutto c’è sempre questo senso del salvataggio dello spettacolo e del vivere questa realtà come una responsabilità alla luce di un piacere.”

Parlando della nuova stagione, hai un desiderio che ti piacerebbe realizzare?

“Ne avrei mille… Il primo anzitutto è quello di avere la certezza di poter garantire continuità a questa che è una piccola attività, ma che ha elementi di eccellenza. Anche dovesse avvenire un forte cambio di colore politico in città. Il sogno principale è quello: reggere anche con nuovi interlocutori. Dal punto di vista artistico qualche sogno verrà realizzato perché è già previsto nella nuova stagione. Che si faccia finalmente il disco dell’orchestra residente, una residenza mensile a cui teniamo molto. Il disco è previsto a fine settembre. Poi ci sarà un tour che farà l’orchestra in alcuni prestigiosi festival italiani e internazionali.
Però a pensarci bene un sogno ce l’ho, vorrei che l’attività del Jazz Club fosse un po’ più continuativa, superando un po’ i limiti che ci pone il bacino d’utenza limitato che Ferrara può garantire. Al momento è difficile attrarre il pubblico più di un paio di volte alla settimana. Magari il lunedì abbiamo il taglio più giovane perché è più economico, mentre il sabato sera ha dei costi rilevanti e quindi implica un pubblico un po’ diverso. Nella terza serata fatichiamo ad avere il riscontro di pubblico necessario perché funzioni, dandoci così la possibilità di reinvestire. Una cosa che sarebbe giustissima da fare è che quello che il Torrione divenisse uno spazio aperto anche ad altre associazioni che vogliono fare musiche diverse. Quindi intercettare, con una comunicazione diversa e una musica diversa, un’ulteriore pubblico.”

Avete già sperimentato qualcosa?

“L’abbiamo fatto con Reverb e la musica elettronica, con la musica da camera e Ferrara Musica. Si vorrebbe continuare in questo senso, ma anche con associazioni che non hanno spazi e fanno cantautorato o rock indipendente. Sarebbe bello che fosse un luogo vissuto da più soggetti. “

Parliamo un po’ della stagione appena conclusa. C’è stato un momento più di altri che ti ha reso orgoglioso?

“Sono molto contento del complessivo perché siamo andati bene in termini di presenze. I momenti più divertenti sono quasi sempre stati legati alle performance del lunedì sera e dell’orchestra, perché è più un ritrovo tra coetanei in un ambiente che si autoalimenta sul territorio nazionale. Questo si traduce nella jam session e in altri momenti energicamente divertenti. Memorabile è stata la serata di Marc Ribot perché è un’operazione che ha portato tanti appassionati di rock, che faticano di più ad accostarsi al jazz. “

Stefano, tu sei uno dei componenti de la Tower Jazz Orchestra e la stagione si è conclusa proprio con una vostra esibizione. Raccontaci come è nato questo progetto e come si fa a mantenere un gruppo così grande e così eterogeneo.

“La TJO è nata in una serata, durante una cena con vari amici, in cui s’è detto: ‘L’anno prossimo sarebbe bello provare a organizzare una specie di gruppo’, per condividere la musica e radunarle tute assieme. Non è il primo esperimento in questo senso. La peculiarità è che abbiamo avuto la disponibilità del Jazz Club a darci un posto e questo fa la differenza. E poi l’altra caratteristica sta nel fatto che la musica nasce dalle composizioni originali di ciascuno, assumendo così un aspetto collettivo anziché gerarchico. Questo ha svantaggi e vantaggi, perché non siamo propriamente disciplinanti, però Alfonso e Piero hanno il compito di tirare le fila di questo gruppo e di gestirlo. Tutto è nato dalla splendida energia delle persone che ci sono dentro e attorno al Jazz Club Ferrara. Poi la cosa si mantiene grazie alla disponibilità del Jazz Club a darci uno spazio periodico e al sostegno finanziario dei bandi ai quali partecipiamo. Il grande vantaggio è che i musicisti che compongono questa orchestra hanno tutti lo stesso modo di pensare la musica insieme e di stare insieme. C’è un continuo mettersi in discussione rispetto a quello che si fa proprio perché tutti hanno lo stesso senso di collettivo. Non voleva essere l’orchestra di qualcuno, ma quella di tutti, in cui si sentono parte di essa.”

Il Torrione è noto anche per l’atmosfera in sé, al di là della musica. Qual è il segreto?

Francesco: “Prima di tutto avere un gruppo di lavoro che si voglia bene e abbia i medesimi intenti. Non c’è neanche mezzo mercenario che si affaccia ad aiutare. In più si è costruita una consuetudine da parte di molti musicisti a frequentarlo. Se gli artisti vivono il luogo in cui poi ogni tanto si esibiscono non faranno altro che alimentare quest’atmosfera. Poi ovviamente possiamo dire di aver adattato, senza troppi investimenti, una struttura già bella di per sé. Ha una carica sua già in partenza. Il fatto che sia rotondo aiuta.”

Ormai è una consuetudine accompagnare ogni stagione con un’esposizione di fotografie, quadri e illustrazioni. Quanto è importante per voi enfatizzare questa multidisciplinarietà dell’arte?

Francesco: “Lo è moltissimo, ma lo sarebbe forse di più sul piano degli spettacoli. Inevitabilmente l’esposizione è un po’ statica. Però si è sempre cercato di ospitare opere che fossero direttamente collegate alla musica che si ascolta lì dentro. L’ultima esposizione ad esempio aveva anche un valore sociale, perché era derivante da un laboratorio per persone con disabilità mentale, che hanno realizzato lavori su china dedicati al jazz, ascoltando la musica. Credo sia un’iniziativa dal valore sociale forte, che ha entusiasmato noi, il docente e l’Anffas che è l’associazione di riferimento con la quale abbiamo realizzato questo progetto.”

Il pezzo che ascolti di più in questo periodo?

Francesco: “Uhm, cambio costantemente e vado a periodi. Ogni tanto mi viene voglia di abbandonarmi alle sonorità della musica brasiliana, altre volte al funky. I suoni degli anni Settanta, per esempio Herbie Hancock. Però in genere quando finisco la stagione amo andarmene via in bicicletta e ascoltare solo la natura.”

Stefano: “Non mi ricordo il titolo… perché ho dei periodi in cui ho dei cd in macchina e ascolto gli stessi cd praticamente all’infinito. Oggi ho recuperato questo disco di Steve Coleman in cui c’è un pezzo che si chiama ‘Beba’.”

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