DAL MONDO SERIALE: BLACK SUMMER


  La prima sequenza della prima stagione, cattura l’attenzione. L’attenzione tiene per il primo quarto d’ora, tempo e modulo canonico dove sono presentati gli elementi strutturali e formali, motivi e personaggi.

  Black Summer tratta di Zombie. Alcuni commenti su Facebook la indicano come una gran cagata o come una sorta di remake delle più affollate vie cittadine, piene di zombie.

In effetti è il prequel di Z Nation, altra Serie Tv, ed ha una vasta parentela di zombie sia cinematografica che letteraria. La prima attestazione del termine Zombi è in Lo zombi del Grande Peru’ o La contessa di Cuccagna (1697) di Pierre-Corneille Blessebois e da lì si aprono le danze.

  Chi sono gli zombie? Perché dovrebbero spaventarci? Sono dei morti viventi, con un Dna di estrazione magica e vudu. Uno zombie è qualcosa, più che qualcuno. La carne risorta negli zombie risorge male, non viene voglia di stringere la mano ad uno zombi, né di toccarlo o farci toccare. In un certo senso incarna il concetto di resurrezione cristiana. Agli zombie non il paradiso ma l’inferno tutto, per questo, secondo chi dice che l’inferno è sulla terra, a volte ritornano.

La de-soggettivazione, peraltro, il rendere un soggetto oggetto, è una strategia politica usata dai nazisti. Guardare gli altri come cose e non come persone è il primo step verso la desensibilizzazione.

E poi succede che quegli altri lì (quelli indicati per la desoggettivazione da un governo Ics) uno, daje e daje (au fur et à mesure), non li vede più.

  Nei film apocalittici, pre o post, le persone rispondono ad istinti di mera sopravvivenza e non ci pensano due volte ad uccidere o lasciar morire un altro essere umano. Tra non salvare e uccidere ci sono differenze che riguardano l’azione. Agire, uccidere, o astenersi all’azione, non far niente per salvare, portano al medesimo risultato. E, nei film apocalittici, la natura umana sulla questione sboccia come un fiore nella pioggia.

  Filmografia e letteratura a parte, noi spettatori riguardo agli zombie dovremmo essere al sicuro. In teoria. La loro pericolosità è nello stare, volgarmente, con il piede in due scarpe. Vita e morte. Morte e vita. La loro posizione nel mondo è assolutamente ambigua, e spaventevole. Il tragitto percorso dal loro stato è tra le sponde di vita e morte. Rispetto ai comuni mortali sono morti ma vivono, vivono ma sono morti, non a caso sono morti viventi.

  A differenza dei fantasmi gli zombie hanno un corpo. Il corpo, a morte avvenuta, per un motivo X (magia nera, religione, virus, scienza) ritorna alla vita, in uno stato quasi di trance, per procurare morte. Il passo e le movenze nel corso del tempo hanno avuto grandi cambiamenti evolutivi. Gli zombie si sono sveltiti, ed in Black Summer corrono veloci.

Il cinema li comincia a riprendere nel 1932, con L’isola degli zombies, (White Zombie), di Victor Halperin, con Bela Lugosi e, nel 1968 sarà George A. Romero a girare quello che diverrà un cult: La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead).

Gli Zombie vivono tra noi, vivono tra gli umani e un tempo lo erano. Facili da individuare dunque.

  Black Summer induce ad interrogarsi come sia possibile fare una Serie Tv che non funziona e, soprattutto, perché non funziona. Con quali parametri ci avviciniamo ad una serie? E, soprattutto, perché è una cagata pazzesca? Su quali basi si muovono i nostri concetti di bello e brutto? Sono davvero i nostri? O siamo soltanto dei Mouton de Panurge (ovvero delle pecore) ed analizzare i motivi del nostro gusto ci allontanerebbe troppo dal branco? Quanto si è indotti, o condotti in quanto branco, ai concetti di bello e brutto, capolavoro o cagata pazzesca?  

  La regia è discreta, le panoramiche a schiaffo volano, e la scenografia, come la musica rendono perfettamente il clima apocalittico.  Con la sceneggiatura hanno lavorato a cottimo ed è diluita allo stremo delle forze. Le modalità sono similari al cinema di Antonioni. Sono i tempi morti ad ammazzarci. Di fatto abbiamo già i nostri tempi morti, perché affondarci in Black Summer se non per aggiungerne altri in una spasmodica amplificazione? E davvero non succede niente in questi tempi? Niente di visibile, di plateale, per questo Antonioni: si Antonioni ma gli zombie no.

Inoltre, la serie rincara la dose con una struttura modulare che si ripete nella presentazione di quadri-personaggi.

  Vari personaggi, inseguiti da uno o più zombie, s’incontreranno, umani tra umani, e faranno squadra per arrivare allo stadio. Lo stadio sembra essere l’unico posto sicuro, il centro di raccolta per un luogo salvifico e freddo, dove la carne morta non ce la può fare. Il freddo si combatte con il freddo (citando la prima stagione di OA). Calma e sangue freddo dunque. A differenza degli zombie gli umani viventi hanno pieno possesso di tutte le facoltà mentali. Gli zombie, al contrario, sono corpi la cui unica volontà è nutrirsi di carne umana, energia vitale per la loro energia mortale.

  Nel frattempo che Black Summer è in onda si può dare una sbirciata allo schermo, cucinare, cenare, lavare i piatti, stare al telefono, vedere a che punto di cottura è la transumanza quotidiana sui social, uscire e passeggiare, andare e tornare, fare qualsiasi cosa: niente di rilevante per la narrazione è andato perso. A chi si droga la serie può piacere molto. Viaggi nei viaggi. Inseguitori ed inseguiti. Gli zombie sono tanti e ovunque ed è un attimo diventare zombie. Una ferita, un morso, il contagio è immediato. Si muore e si rinasce con occhi senza sguardo, con grugniti, con un nuovo linguaggio bestiale, senza parole.

Seguendo l’idea della perdita di umanità combaciante con la perdita della parola, risultano elementi sospetti anche i ke, ki, e tvb. Le vocali sono le prime a sparire. Se il linguaggio concorre a disegnarci e a ritrarci perfettamente, un profilo interessante può essere tracciato a partire dall’alfabeto che stiamo buttando per strada, per alleggerirci ed essere veloci, sempre più veloci, quasi come gli zombie di Black Summer.

  Il terreno seriale battuto dagli zombie mostra un’analoga mostruosità nel territorio comune ai viventi: in alcuni protagonisti serpeggia la mancanza di scrupoli ed empatia. In tal senso i viventi che hanno smesso di restare umani manifestano attraverso scelte e dialoghi la propria inumanità. Il senso anestetico peraltro, e forse questa è la vera zombicità, è un motivo ricorrente in film quali Bird Box, o Silence: si assiste così, nel quadro apocalittico, ad una desensibilizzazione data come necessaria e salvifica. Nel primo per sopravvivere non bisogna guardare, nel secondo vige per la salvezza il silenzio assoluto.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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