Dal mondo seriale: La mitomane

  Un antico motto recita In vino veritas. Che significa? Che da ubriachi esce la verità, cadono le maschere e le bugie si sciolgono come cera al sole. Entra in gioco la  conoscenza, e quel sottile equilibrio tra il Vero, falso, finto, riprendendo l’omonimo titolo del saggio di Carlo Ginzburg.

   In principio fu il Verbo. In principio, in alcune rappresentazioni della divinità, di Dio o di Cristo, c’era un dettaglio, centrale nello spazio del mosaico o del dipinto: un libro chiuso. Nessuno poteva accedervi con lo sguardo. Era chiuso. Poi, con il tempo, cambiò il modo d’intendere. Al conoscibile vi potevano accedere alcuni luminari e tramandarlo: il libro, sempre centrale nella raffigurazione del ritratto divino, era aperto. La verità, per chi sapeva leggerla, era a portata di sguardo. E poi, venne il web con lo scibile a portata di mano, non c’era neppure più bisogno di leggerlo quasi, lo si vedeva e senza tanti perché ognuno era in grado di sentirsi direttamente Dio Cristo. Ognuno era quella divinità del mosaico con il libro aperto, con la sua pagina aperta, e spalancava la (propria) verità (vera/falsa/finta) al mondo intero. Chi lo aveva più grosso il libro (obsoleto e sostituito con il Device) sembrava essere più vero, ma poi il mondo annegò nel mito e nella menzogna, rimase Netflix e, tra le tante, questa Serie qui.  

Cristo, Cappella Palatina

   In carrellata laterale la macchina da presa inquadra una serie di case a schiera e persone che camminano piano, uscendo dalla propria abitazione, verso una di esse. Sono presenti un’auto della gendarmerie e un’ambulanza, dove vengono caricate un corpo morto e un secondo ferito. Il giorno inizia all’insegna della tragedia. La luce è debole, satura, l’aria e quella del mattino. Il giorno comincia con la fine di una vita. Così la Serie tv, targata Francia, prende avvio accompagnata dalla musica extradiegetica di Charles Aznavour, Il faut savoir. Cosa bisogna sapere? 

   E Non a caso Il faut savoir… ma cosa? Il testo lo dice chiaramente, elencando situazioni di vita al declino. La questione della conoscenza, del sapere, è riproposta da Aznavour, come un bisogno, un dovere, intrinsecamente vitali. Ma c’è di più. Dovere tra i doveri de la vita quotidiana come rappresentazione (Erving Goffman) è la menzogna

   Merde!  Con questa parola si apre la Serie tv. Strana, quasi italiana come stile, e non è un complimento, ma italiana non è, e neppure americana: non ci sono supereroi, superpoteri, gangster, validi attori per cui vale seguire la storia anche se la storia è sempre la stessa. La mitomane, cattura l’attenzione per la sua familiarità. La storia è tratta da situazioni di ordinaria quotidianità. 

Di differente dalle nostre Serie tv e dalle Serie tv americane è che questa, evviva, si fonda su quanto c’è di più quotidiano, ovvero sulla bugia. Le mensonge

Una falsa verità ha il potere, il superpotere di modificare allora la realtà e condizionare il mondo attorno. 

Niente di nuovo in effetti, basti pensare alla politica sia su vasta che su piccola scala o a situazioni di pochismo incombente in molti individui come in moltitudini. 

   La mitomane ricalca in pieno la realtà di un mondo impiantato sulla bugia, se non ci fosse questo meccanismo di creare nuovi mondi bisognerebbe davvero inventarlo, i menzonieri, i romanzieri, i mitomani, i politici, gli impostori: il mondo senza di loro sarebbe piatto e piatto come un disco volante, mentre la sua forma è di un’enorme palla. La sensibile sovrapposizione tra realtà e verità non è mai combaciante appieno nel momento in cui una delle due, o entrambe, sono condizionate dalla menzogna. 

Si evince che in tutta la prima stagione, composta da 6 episodi, quasi tutti mentono: solo un personaggio dice la verità, ed è il personaggio che è andato economicamente allo sfascio, con al piede un calzino bucato un primo piano legge De l’enconvenient d’être né, del filosofo Emil Cioran, mettendo in rilievo l’assurdità della condizione umana. 

   Ne La mitomane alcuni attori recitano e nel senso più negativo del termine, la loro performance passa attraverso le corde del falso e del finto, non toccando mai la quota del vero. Si vede che non sono chi dicono di essere, che hanno imparato a memoria la parte, si vede davvero che stanno mentendo. E se fosse questo il fine ultimo della conoscenza, leggere il vero, il falso e il finto dal nostro punto di vista, così distanti, sempre così lontani rispetto alla verità, rispetto a quel libro aperto, ma in grado di distinguere, di tanto in tanto, un piatto da una palla? 

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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