DAL MONDO SERIALE: OSMOSIS


  Una ragazza, in un’ambiente chic, da sogno, sale  le scale e la seguiamo, iniziando così una nuova serie tv. La protagonista fa il suo ingresso in un ampio salone contornato da giovani ed eleganti ragazzi. Accanto ad ognuno, al suo passaggio, appare in sovrimpressione il nome, l’età, una stella, un numero che ne indica la compatibilità, ed infine il brand: Perfect Match.

Perfect Match, lo si scopre nella sequenza successiva, è il nome della concorrenza, ovvero di quell’agenzia che si occupa di smistare clienti per relazioni brevi ma intense, ovviamente in modo virtuale. Niente di differente, seppure la serie è ascrivibile ai generi di drammatico e fantascienza, da altri modus operanti nelle relazioni umane quali i social network o agenzie per cuori solitari o avventori di facili avventure. L’amore a portata di un click, tanto per essere sbrigativi.

  La serie nasce in un’epoca di relazioni usa e getta, o che, come gli smartphone o gli elettrodomestici, sono creati per avere breve durata, semplicemente per un’economia dettata dal mercato che persuade ad un occulto programmato: il modello successivo è proposto come appetibile oggetto di desiderio, con qualche reale aggiustamento irrisorio rispetto all’obsoleto precedente, ma che fa tanto modernità.

  Se con Platone l’amore fuori dalla caverna era un affare da Simposio, un oggetto di discussione, e le ombre proiettate non altro che un lungimirante modulo che il filosofo concepì antelitteram, come alterità dell’oltre e delle nostre ombre e schermi, ora le emozioni passano per altri canali. Ma è davvero così? Certamente l’amore, il modo d’amare all’antica, è lontano dal nostro qui ed ora: tanto convenzionali e abili nel gestire le ombre e tanto imbranati da sbattere fisicamente il grugno sulle pareti della caverna.

  Se con Perfect Match, mutadis mutandis, tutto rimarrebbe uguale, gente di caverna eravamo e gente di caverna siamo, con Osmosis ogni filosofia e soprattutto molta narrazione da qui in avanti smetterebbe di esistere. È una rivoluzione. Non esisterebbe la bassa narrativa d’amore, la spinta-motore tra soggetto e oggetto di valore, i film, i romanzi, da qui in poi via tutto, via la ricerca, il tendere verso; il feretro, la freccia e l’arco. Via tutto, via le smancerie, le sfumature di grigio, i bigliettini, i pizzini all’interno dei baci perugina, le frasi scaricate da internet per intortare l’innamorato di turno, cesserebbe viva iddio tutto il dire e il fare affannoso, con tanto di cuori e cuoricini, per accaparrarsi l’anima gemella o, rimanendo in un contesto neutro, l’oggetto, o il soggetto, dipende dai casi, del desiderio. Il mondo al tracollo. San Valentino decapitato insomma, al diavolo la festa degli innamorati che sarebbero, più per gusto che per contro, innamorati tutti i giorni.

  Osmosis è la risposta, il tagliar corto, l’arrivare al punto, al sodo: trovare l’amore vero. L’unico.

Andiamo dritti al sodo è una delle prime frasi che vengono pronunciate nell’amoroso rapporto virtuale all’interno di Perfect Match. Ma sodo cosa se l’oggetto è senza corpo e senza pelle? Osmosis è più di questo, non offre tanti partner finzionali e virtuali, ma soltanto quello giusto e, cosa molto più interessante e che segna un forte scarto di tono, intero. Osmosis agisce infatti all’interno di una sfera completamente inerente il sensibile, ovvero tutti i sensi, l’idea della completezza.

  Stavolta, specialisti d’amour fou, ci pensano i francesi a creare un ottimo prodotto intorno ad un’idea dell’amore talmente esclusivo o inclusivo da sembrare fantascienza. Escludere in quanto escluderebbe tutto ciò che è poco o affatto compatibile ed inclusivo perché ad esso includerebbe il meglio del meglio.

  Con Perfect Match il dispositivo per intrecciare rapporti è mediato da un oggetto estraneo al corpo, nello specifico degli occhiali.

L’idea degli occhiali per il sesso in effetti è rintracciabile nei fantastici, irriverenti e spregiudicati, anni 70, in un misto tra voyerismo e spionaggio in chiave hard core: i sexy occhiali. Le pubblicità promettevano scintille, fuoco sotto la cenere, il mondo come non l’avete mai visto e le meraviglie della natura, perché l’articolo era in grado di svelare, denudare, ed arrivare alla carne, al sodo, con uno sguardo.

  Con  Osmosis, si va oltre i device. Niente più social media per abbordaggi, cuori petalosi e vomitevoli ciaoni, né vecchi depravati, o giovani colpiti da andropausa precox, nessuna tendenza a mostrarsi umani (in un momento in cui si fa apparire ogni essere umano contraddistinto dal valore di umanità, valore da non perdere e sul quale restare là dove è già da mo’ che perduto e si è soltanto merce. L’offerta si fa spot: è la promozione del sé.  Bravi tutti ma la merce rara sarebbe geniale se il mondo non fosse già traboccante di rarità).

Niente più desiderosi e desideranti che si attaccano alla tavoletta come un tempo al membro virile per rimorchiarsi d’amore, o quel che è. Niente più approcci banalizzati con il pretesto del caffè, inclusivo ad un’area semantica che prevede l’offerta di caffè come interesse primario, prima di pretendere in cambio, a caffè bevuto, il sesso.  Oh, quanti caffè! E che flotta di belle addormentate si scruta all’orizzonte! Da quest’assetto la visione che se ne ha è di una estrema banalizzazione e svalutazione del sesso, di quel savoir faire che, se pur fuori moda, alzava la posta in gioco.

  Ma con Osmosis il mondo è atto ad un cambiamento epocale. Con una pillola, la pillola-app alla quale l’equipe di Osmosis sta perfezionando gli ultimi tocchi prima del lancio sul mercato, si è alle porte della felicità e, soprattutto di una vera rivoluzione economica ancor prima che sentimentale. Addio approcci codificati in formule (vedersi per un caffè) per mancanza di personalità ed immaginazione. Da qui il flop, la crisi nell’industria della torrefazione e l’uso delle mani come strumento del fare e dell’amare oltre lo struscio di uno schermo. Osmosis abbatterebbe il sistema di industrializzazione sentimentale.

  La pillola in Osmosis vanta antenati nei filtri d’amore e bizzarre infusioni, incantesimi, riti magici. Il meccanismo è lo stesso ma la serie tv è molto interessante per aver utilizzato un motivo antico immettendolo (da ingerire come un filtro d’amore), nel pieno del flusso e riflusso gastrico-tecnologico. Inserire, infondere, nel corpo un’applicazione, un oggetto esterno, in grado di decodificare e trovare l’altro perfetto per sé, la metà della mela, la parte perduta, l’essere combaciante. Nell’utilizzo di un mezzo estraneo, un supporto o un device, occhiali o smartphone, un oggetto che rimane comunque esterno ed estraneo al corpo, si gioca la differenza basilare tra la virtualità di Perfect Match e la fisicità di Osmosis.

  Intanto che la serie si accinge a svolgersi nei suoi sviluppi, toccando diversi aspetti della fenomenologia amorosa, a noi ci toccano caffè su caffè, finché i nervi reggono, finché la gastrite non ne refluisce manifestandosi in conati, finché la scissione tra corpo e mente, tra cuore e testa etc. tra tutto il linguaggio che rimanda di continuo ad una visione da Non aprite quella porta, non sia ricucita per ricreare prima ancora di un amore verso l’altro, in un osmotico due in uno, quello verso la propria interezza, alla Willy Coyote, e secondo una natura tridimensionale, come minimo, dell’esistenza.

Buona Osmosis a tutti.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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