Dal mondo seriale: Russian Doll

  Il trailer invita a seguire vita e morte di una donna dai capelli rossi, già nota e amata dal pubblico seriale in Orange is The New Black e qui nel ruolo di Nadia. L’attrice, Natasha Lyonne, mette in scena un sarcasmo sferzante regalando dialoghi brillanti a questa nuova serie che la vede partecipe anche nell’ideazione.  

  Le prime recensioni penalizzano l’idea affatto originale del loop temporale, della ripetizione di uno stesso evento, come già, ad esempio, in Ricomincio da capo (Groundhog Day, 1993),  Senza domani  (Edge of Tomorrow, 2014) e Auguri per la tua morte (Happy Death Day, 2017).

Niente di nuovo dunque senonché qualcosa di differente avviene per la protagonista, che nel giorno del suo trentaseiesimo compleanno è costretta a riviverlo più volte, tante per quante ne muore. Lei, proprio lei, ingegnere informatico che un tempo programmava videogiochi si ritrova a vivere come in un videogioco: la narrazione si snoda tra azioni da compiere e livelli da superare, ovvero uscire dal loop. Sembra facile, se solo fosse un gioco.

  Niente in questo mondo è facile, è il titolo del primo episodio, cruciale nel disporre tutti i protagonisti in un gioco programmato dall’universo. C’è di mezzo il tempo e la memoria ed anche …alcuni pesci che, (citando Nadia) ricordano per mesi e un pesce gatto… già il gatto. Nelle prime sequenze c’è anche la scomparsa del gatto, il suo gatto, …ok, è un gatto da minimarket, è sopravvissuto a tante più cose di quante possiamo immaginare…

  Ma niente in questo mondo è faciletranne pisciare nella doccia, così Ruth, la psichiatra, si presenta in scena. La sua figura è professionalmente abilitata a smontare matrioske.

In Russian Doll, oltre ai contenuti (Ruth, tu sei una grande strizzacervelli ma non la mia e non tutto dipende dalla madre) sono importanti i contenitori, i luoghi delle azioni.

Il ritorno alla vita avviene in un luogo intimo – seppur molto frequentato è il bagno alla festa di Nadia – e Nadia rinasce  esattamente davanti allo specchio del lavabo. Il bagno di Alan, minimalista, vuoto, perfetto, e senza nessuno oltre se stesso a guardarsi lavare i denti, ogni volta, solo. La riflessione sembra avere particolare valore all’interno del gioco vita-morte di Russian Doll.

  Ambientato a New York, tra appartamenti, minimarket, sinagoghe, scuole ebraiche dismesse e ridimensionate in case civili, margini del parco, strade di una città girata a piedi, e dal quale è un attimo essere investiti e morire, morire per l’ennesima volta.

Tu pensi che sia strano festeggiare in una vecchia scuola ebraica?

Perché sarebbe strano?

Perché una volta era un posto sacro.

È New York, è sacro perché costa tanto…

  L’impianto mondano e quotidiano, multiculturale, comprensivo di più culture differenti all’interno di una convivenza pacifica,  fa sperare malgrado i Trump di turno.

Una sostanza stupefacente potrebbe essere il primo imputato di una messa a giudizio di questa folle ripetizione, ma è un falso indizio. Però, niente in questo mondo è facile, tanto che è facile morire e, seppur in modi diversi, si ottiene la stessa fine. Quindi si ricomincia. I personaggi imparano così ad andare più in là, ad agire per scarti che fanno progredire la narrazione e spostano il tempo della morte ad una o più scene seguenti. La difficoltà è proprio nel capire come uscire dal loop, come andare al livello successivo per giungere ad uno stadio di vita lineare.

  Molte le scene notturne, illuminate con luci artificiali (la chiarezza del giorno ha una durata minore), in un progressivo divenire e ripetersi degli eventi. A Nadia, personaggio specializzato in morti e rinascite si staglia, dallo sfondo del primo episodio, Alan. Un’altra vita da matrioska. E allora a morire e a rinascere si è in due, distanti o insieme.

In Russian Doll, déjà-vu dopo déjà-vu, il gioco viene smontato, dalla bambola più grande, l’involucro della realtà ultima, tecnicamente la madre, fino al seme, cellula, matrice originale significante, il punto dal quale è scaturito l’inghippo. E dopo l’effetto matrioska, arrivati al seme, al nocciolo della questione, il tempo riprende a scorrere.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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