DAL MONDO SERIALE: The Umbrella Academy


   Nati lo stesso giorno, da madri differenti e che al mattino non erano neppure incinte, i protagonisti di The Umbrella Academy si ritrovano sotto lo stesso tetto alla morte del padre adottivo che li aveva scelti tra i 43 inspiegabili casi di nascituri.

La figura paterna entra in scena lentamente, in assenza, ad inizio film, chiamando, attraverso la notizia della sua morte, l’intero nucleo familiare.

Famiglie disfunzionali è uno dei tag che qualificano il genere  di questa Serie Tv. La famiglia in questione è di supereroi, chi più chi meno. Si tratta di 7  figli adottati per “salvare il mondo” e al mondo e si presentano ora con le proprie debolezze e normalità. Dei 7 ne mancano alcuni e la meno straordinaria è Vanya, interpretata da Ellen Page.

  Ordinario e straordinario sono i motivi dominanti la Serie che, tratta dall’omonimo fumetto, ha personaggi canonizzati e in alcuni aspetti sovversivi  rispetto alla convenzione dei supereroi, uno tra i quali è la caduta.

L’iter di un ritorno all’ordinario (nel quale può essere intravisto un significato di ritorno all’ordine), è tracciato in Numero 2: Allison  perde la sua voce e con essa il suo potere sulla parola. Se è il verbo a distinguerci dagli altri esseri animali Allison quando depotenziata, privata della sua arma, è ridotta ad uno stato di natura comunque  fuori dall’ordinario. La regressione verso una condizione di bestialità è interrotta però tramite la conoscenza e la cultura: Allison per comunicare ricorre alla scrittura, ristabilendo un equilibrio tra ordinario ed umano.

   Vanya (Numero 7), la prima a comparire in scena suonando il violino, è  un personaggio già caduto, un angelo caduto. Vanya è mostrata come Very Normal Person, l’altra faccia della medaglia, l’ognuno, il chiunque, l’umano, umano troppo umano, contraltare del Very Important Person.

Lo spettatore impotente, senza poteri straordinari, può vedere in lei un’affine; come lei non sa lanciare coltelli a occhi chiusi, non è mai andato sulla luna, non è il tratto d’unione  tra il mondo dei vivi e quello dei morti e, soprattutto, non è stato destinato a salvare il mondo.

  Grace, di cui nome rimanda direttamente alla grazia, è una figura  intatta, distante, con la mente persa in pensieri lontani. Sarà in là ma è dedita a  nutrire, ad aver cura, a dare dei nomi (a differenza del padre che li numera) e ad amare i figli. Sarà un po’ esaurita, capita. Ed infatti, verso la fine del primo episodio, viene mostrato il suo bisogno di ricaricarsi: seduta in contemplazione di fronte ad una parete tempestata d’opere d’arte, con uno sguardo ricolmo  d’amore e trascendenza. Un senso di vertigine in Grace che coglie l’attimo prima del volo o del declino, qualcosa che rimanda ad un altro tempo, come ad una donna che visse due volte. Tra  Madame Jacques-Louis Leblanc, di Ingres (1823), e Grace, s’instaura  un fitto dialogo di sguardi che relazionano due mondi esplicitamente riproduttivi della realtà. La macchina da presa inquadra infine la fluidità di un  congegno atto a ricaricarla, come un robot. Grace è un robot. Una madonna programmata, sul calco degli anni 50, piena di grazia (quindi piena di sé), fatta per accudire e crescere i figli con attenzione e amorevolmente.  

Personaggio affascinante, Grace emana  freddezza, indifferenza, in un ambiente  emotivamente caldo quale la morte del suo creatore e un calore, un trasporto emotivo forte, dinnanzi le opere d’arte.

Per altri versi, di quotidiana routine familiare, Grace è la donna ideale se osservata da un punto di vista che non vuole complicazioni di sorta: è bella, pulita, stirata, non si adira, ha sempre un sorriso per tutti, non pretende una stanza tutta per sé quanto meno un letto, non reclama un proprio spazio vitale. Al contempo, è una figura che introduce un discorso sulla programmabilità delle  emozioni che, se in apparenza potrebbe sollevare orde femministe pronte a metterla al rogo con il proprio creatore e bla bla, vien da chiedersi quanto il nostro stadio di programmabilità sia dissimile dal suo. Quante pasticche si è disposti a prendere per essere sorridenti o, in termini scientifici, quanto è ricorrente l’uso di psicofarmaci per far fronte alle emozioni. Come Grace, agiamo secondo una struttura predefinita, pensando il pensabile, connettendoci a mondi impalpabili con quotidianità e operando scelte apparentemente proprie. Quanto di Grace ci sia in noi, quale e quando la nostra grazia piena, lo stato di grazia, cosa ci esaurisce e cosa di ricarica.

  Un riverbero di Grace è visibile in Delores, l’amata di Numero 5,  trent’anni di vita insieme. Tra le figure più misteriose di Umbrella Academy , Delores è il classico manichino da vetrina: calva, inespressiva e con gli occhi che non abbassano mai lo sguardo. Delores ha la fierezza della donna ideale per Numero 5 e per lui rappresenta, ed è, il vero, l’unico, il grande amore. Una donna ferma, impassibile, forte, invulnerabile, smontabile e pur sempre integra. Delores,  è l’indizio alla rivoluzione, il cartello che indica direzioni verso miti, simulacri, filosofie e psicanalisi.

  Scombussola  un ordine cosmico prestabilito la figura di Dio. Dio in persona. Niente di nuovo.  Ho sentito delle voci (citando Numero 2) che ne attribuivano  da tempo la sua appartenenza al genere femminile. Ma, oltre ad essere donna, qui Dio è una fanciulla che gira per l’eden con una bici dal cestino colmo di fiori: l’onnipotenza creativa.

  Tra i tanti personaggi, queste figure femminili si muovono in una dimensione di aperta autonomia rispetto alla storia e sembrano non rivestire alcun ruolo importante.

Secondo i canoni, talvolta rigidi, di sguardi parziali veicolati dal femminismo Grace e le altre ricalcherebbero stereotipi e bla bla bla di un genere: serva, manichino, domestica e addomesticabile, manipolatrice, muta, fino al suo opposto nella costruzione di un femminile letale e pericoloso. Sta di fatto che guardando The Umbrella Academy  oltre le apparenze emerge la coscienza e che ognuno, anche il più comune dei mortali, ha il potere di agire sul mondo cambiandone le sorti. La Storia, Grace & C. Docet.

"Il mio analista dice che traviso i miei ricordi di infanzia, ma giuro che sono cresciuto sotto le montagne russe nel distretto di Coney Island di Brooklyn. Forse ha influito sul mio temperamento che è un po' nervoso, credo. Sapete, soffro di iperattività immaginativa..." Woody Allen

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