dEUS: VENT’ANNI DOPO

MAGNOLIA 28/04/19

“Cosa ci fa tutta questa gente dell’età dei miei genitori, qua, stasera? E chi sono quei cinque improbabili personaggi sul palco?”

Un ventenne entrato all’ultimo al Magnolia per farsi una serata musicale avrebbe potuto, senz’ombra di dubbio e con cognizione di causa, rivolgermi questa domanda domenica sera.

In effetti l’età media della platea, oscillante tra i 40 e i 50 anni, era decisamente anomala per un club musicale e i personaggi sul palco, tra improbabili magliette a righe e visi ben scavati, risultavano somigliare molto più a un gruppo di portuali marsigliesi che ad un combo di alternative-rock europeo.

Ma il ventenne non sarebbe riuscito ad entrare, perché lo storico circolo meneghino era sold-out da più di un mese e il pubblico sapeva benissimo cosa voleva da quelle cinque facce invecchiate male, collocate sul palco: voleva rivivere uno dei più bei momenti dei propri vent’anni, lasciandosi colpire dalle spiazzanti variazioni di ritmo di uno degli album più iconici di fine millennio.

Sono passati vent’anni da quel 1999.

Un gruppo di ragazzi di Anversa, divenuto già piccolo culto nella scena alt-rock europea con due album come Worst case scenario e In a bar under the sea, figli delle atmosfere sbilenche alla Tom Waits e Captain Beefhart, unite a slanci elettrici (di chitarra e violino) degni di Pixies e Sonic youth, dà a le stampe il loro terzo album: The ideal crash.

Una donna con un lungo vestito arancione, cade sulle strisce pedonali e viene colta dallo scatto fotografico in una improbabile posa: già dalla copertina si intuisce che potrebbe diventare un album di culto e lo sarà.

I dEUS cambiano registro rispetto ai due episodi precedenti e danno alle stampe un disco più pop, più raffinato e melodico, figlio di otto mesi di registrazioni nell’assolata Andalusia, ma senza rinunciare alle consuete fughe elettriche e anzi aggiungendo una miriade di sconfinamenti in altri generi, lambendo il free jazz e il prog.

Non venderà un milione di copie, l’avrebbe fatto se fossero stati un gruppo di scanzonati americani o di eleganti ragazzini british, ma per un band proveniente dal piccolo Belgio sarà comunque un successo e la critica musicale non lesinerà complimenti. The ideal crash sarà veramente l’incidente perfetto, la sintesi ideale della fine di un decennio in cui si poteva parlare, senza abusare del termine, di alternative rock: il nuovo millennio non porterà più avanti le istanze brit-pop e grunge che avevano dominato la scena fino a quel momento e la musica “non mainstream” andrà sempre più incontro ad un infinita ondata di revival, che arriverà fino ai giorni nostri.

Vent’anni dopo (e a sette dall’ultimo lavoro inedito) i dEUS ce lo ripropongono integralmente dal vivo, con un tour europeo che li vedrà protagonisti in Italia anche nel mese di luglio a Roma.

Del gruppo originario rimangono solo il leader Tom Barman e il fido Klas Janzoons, alle tastiere e violino elettrico; accanto a loro Stephane Misseghers (batteria), Alan Gevaert (basso) e Bruno de Groote (chitarra).

L’inizio, con Pick up the fronts e Sister Dew, lascia un senso uno strano senso di spaesamento: saranno le imperfezioni musicali (qualche stacco sbagliato, la voce un po’ sottotono) o quell’aspetto un po’ trasandato e segnato dal tempo o, ancor più, quel gruppo di giovanissimi ballerini che appare improvvisamente sul palco per seguire freneticamente le ritmiche dei nostri (no, negli anni novanta sarebbe stato veramente improponibile vederli con loro sul palco…anche se un ricordo non ben definito ronza per la testa…).

La scaletta scorre veloce fedele all’ordine dell’album e Tom Barman, fino a quel momento impegnatissimo a convincere il fonico che la sua voce debba essere alzata, inizia a vederci un po’ troppo molli e ci fa chiaramente segno di partecipare più attivamente: prima ricordandoci che a fine concerto chi vorrà potrà lasciare una testimonianza filmata per un documentario sul gruppo che sarà pronto a luglio, poi istigando il pubblico al pogo.

E se le parole non sono bastate a smuovere definitivamente la platea, eccolo partire con la doppietta che svolta il concerto: la title track e Instant street (primo micidiale singolo dell’album) sono una combo fenomenale, chiusa con quel vorticoso crescendo di chitarre distorte, vero apice dell’album, che ci fa tornare subito alla mente come il balletto fosse già stato protagonista delle avventure dei nostri: il video di Instant street è una chicca sbucata fuori dalle migliori sequenze di Flashdance, da andare a recuperare immediatamente.

Adesso non li ferma più nessuno, tra bordate elettriche di violino e sussulti rumoristici (Everybody’s weird fa sussultare le viscere come ad un concerto dei Portishead), con il pubblico milanese che si dimostra decisamente all’altezza della situazione: no, non parlo di un salti e urla (prevale decisamente un’atmosfera “sognante”, diciamo così) quanto per il fatto che si respira la partecipazione, la passione, senza la solita marea di smartphone per aria dimostrando che a volte un concerto, anche nel 2019, si può guardare senza il filtro di uno schermo.

Dream sequence #10 chiude morbida e onirica The ideal crash ma la serata non finisce qui.

I cinque, chiamati a gran voce, ripartono con Quatre mains (dall’ultimo non indimenticabile The following sea) e con Fell of the floor, man. Che saranno il preludio al gran finale.

Nessuno vi dirà che il concerto è durato solo novanta minuti, che avrebbero potuto fare qualche bis in più, che non hanno fatto Suds&soda (!): no, non ve lo dirà nessuno dei presenti l’ultima domenica di aprile al Magnolia, perché quei dieci minuti finali hanno quell’intensità che pochi possono permettersi di ricreare da un palco.

Ci si ritira nelle proprie emozioni, si rimane sospesi tra un ricordo che riaffiora e la difficoltà di trattenere una lacrima, mentre scorrono le parole di Hotellounge, la loro prima meravigliosa ballata, con i due protagonisti che si raccontano le loro solitudini nella hall di un albergo e poi la conclusione, dilatata, prolungata verso l’infinito: Rose e la sua storia (con Tom?), di un amore che non può essere rivissuto ma al contempo non potrà essere dimenticato e che avrebbe meritato tutte le rose del mondo.

Thank you for the roses

Thank you for the Roses, Tom

Setlist

Put the Freaks Up Front

Sister Dew

One Advice, Space

The Magic Hour

The Ideal Crash

Instant Street

Magdalena

Everybody’s Weird

Let’s See Who Goes Down First

Dream Sequence #1

Quatre mains

Fell Off the Floor, Man

Hotellounge (Be The Death Of Me)

Roses

“Ferrara. Sono ancora soltanto a Ferrara. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella nebbia. Nascevo nel posto peggiore del mondo, e ancora non lo sapevo: per settimane e centinaia di miglia su per strade e fiumi che serpeggiano attraverso la nebbia come un cavo elettrico, senza nessun Kurtz nel quale inserire direttamente il terminale.”

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