L’immagine della strega

L’immagine della strega

Se pensiamo ad una strega e agli elementi che la definiscono, consideriamo sicuramente la vita notturna, la capacità di volare, di formulare magie tramite la manipolazione di elementi naturali e l’uso di formule magiche, etc. 

l'immagine della strega
Brujas yendo al sabbath di Luis Ricardo Falero, 1878 (collezione privata)

Se immaginiamo una strega oggi, non le attribuiamo per forza un’identità malvagia; la strega è ormai diventata una figura pop che ha subito diverse declinazioni. Protagonista di innumerevoli libri e film, viene caratterizzata in miriadi di modi diversi: la strega bella, quella brutta, quella magra, quella grassa, quella buona, quella cattiva, quella giovane, quella vecchia, etc.

Ma se pensassimo alla figura della strega quattrocento anni fa, sicuramente le nostre sensazioni risultano diverse. 

Risalendo alle prime comparse di questo personaggio, troviamo che l’immagine della strega si modella lungo il ‘300, sulla pelle di quegli individui (nel nostro caso femminili) che si occupavano di curare mediante ritualità pagane. Queste figure, che nel mondo tardo-antico erano accettate comunemente come risorsa della società, furono, col progressivo sviluppo del cristianesimo, messe in cattiva luce. 

La ritualità pagana comprendeva pratiche che si avvicinavano molto a quella che, successivamente, sarà l’idea di magia: per esempio le funzioni sacerdotali degli Auguri (che svolgevano pratiche divinatorie) o dei Salii, che recitavano nei rituali propiziatori formule arcaiche delle cui parole si era ormai perso il senso e il significato, ma venivano considerate efficaci per la loro forma in sé.

Secondo la dottrina cristiana nascente, per non rischiare di delegittimare l’autorità della nuova religione, bisognava circoscrivere la ritualità ad una manciata di pratiche canoniche e debellare ciò che restava di antiche ritualità nella cultura popolare. Lo scopo era quello di limitare sempre di più  i tipi di pratica e i riti religiosi, facendoli confluire nel cristianesimo (la realtà rifletteva la volontà di Dio, che non poteva essere questionata; tutte quelle operazioni volte a modificare tale volontà si consideravano mosse da influsso demoniaco).

Di conseguenza iniziarono a profilarsi come superstitio tutte quelle pratiche che rappresentavano una deviazione dal canone cristiano, rappresentando un culto illecito a Dio.

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Agostino, il Diavolo e il Libro dei Vizi di Michael Pacher, 1480 (Alte Pinakothek; dal monastero di Novacella)
 

Presto il concetto di superstitio si legò a quello di eresia, ovvero la deviazione dal dogma e il mancato riconoscimento delle autorità ecclesiastiche del Papa e dei vescovi.

I primi autori cristiani riconoscevano il potere della natura come fisicamente possibile, ma iniziarono ad associarlo all’influsso di forze demoniache, il cui obiettivo era corrompere l’ordine divino. Taziano (120 ca -180 d.C) nella sua Oratio ad Graecos sentenzia che erbe e amuleti non hanno nessun potere, ma sono i demoni che hanno inventato una funzione per ciascuno di essi. Egli paragona il meccanismo dell’azione demoniaca alla scrittura, per cui sono stati gli umani ad attribuire ad un simbolo un significato, e le sovrastrutture di questi simboli creano verità complesse. Quindi erbe e amuleti non sarebbero altro che elementi di un codice che ha come scopo quello di schiavizzare la popolazisnione ed allontanarla dal regno di Dio.

La magia per le entità ecclesiastiche era quindi da considerarsi demoniaca. E così era per tutti i tipi di pratica possibili e immaginabili, a prescindere dall’intenzione che muoveva il gesto*(concetto che rimarrà inalterato durante i secoli successivi della storia). A questo proposito Giovanni Crisostomo (344/54-407) ribadiva che neanche in casi di disperazione, come quello di una madre che desidera disperatamente salvare il figlio da una malattia, fosse opportuno rivolgersi alle arti curative e magiche; infatti si starebbe così infrangendo la volontà di Dio, appellandosi a forze demoniache (che secondo la tradizione judeo-cristiana non sono altro che angeli ribelli), e in tal caso si verrebbe condannati nel mondo ultraterreno.

Per quanto riguarda la condanna di queste pratiche (identificate già allora come prettamente popolari), ebbero successivamente una notevole influenza gli ordini mendicanti. Figure come Bernardino da Siena (1380-1444) basarono le loro prediche sulla condanna della magia; i discorsi catastrofisti e minacciosi, espressi direttamente davanti al popolo durante i loro pellegrinaggi, incidevano direttamente nei sostrati della società che più attingevano a tali usanze; e non solo: sovente, dopo il passaggio di figure come quella di Bernardino, venivano inasprite e modificate le leggi locali**.

L’immaginario medievale aveva inglobato e sviluppato la credenza nelle creature notturne, spettri maligni (ma anche benevoli talvolta, come è il caso delle ‘donne bianche’) che di notte entravano nelle case ed interagivano con chi le abitava.

Tra le creature malevole, la peggiore era l’Incubo, che soffocava nel sonno le persone, conducendole in alcuni casi alla morte.

Le donne realizzavano numerosi rituali protettivi nei confronti dei figli per evitare che cadessero preda di queste creature. Era usanza comune lasciare tavole imbandite con pane, bevande e uno specchio (nella speranza che entrando in casa queste creature si distraessero banchettando), appendere amuleti di corallo attorno al collo dei bambini, ma anche rivolgersi a stregoni locali per incaricare rituali e incantesimi di protezione.

Per questo motivo fu facile sovrapporre alla figura femminile le caratteristiche di alcune creature mitologiche che già erano presenti nella tradizione greco-romana, dando vita al modello di strega che fu poi ricercato nei processi inquisitori. Tra queste creature le più calzanti sono le strigae, le ‘donne uccello’ che secondo gli antichi erano capaci di cambiare forma attraverso unguenti e formule magiche ed entravano nelle case di notte per succhiare il sangue ai bambini; e le lamie, simili alle strigae, che rapivano i bambini dalle culle per poi smembrarli e mangiarli.

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Vuelo de brujas (1797) di Francisco de Goya (Museo del Prado)

In ogni caso, queste creature venivano immaginate come presenze spiritiche, prive di una fisicità; il cristianesimo infatti le aveva sempre equiparate a dei demoni. 

Rimane quindi da capire com’è possibile che si sia passati da temere l’azione di alcune entità spiritiche (facilmente contrastate da rituali domestici) ad incriminare e processare esseri umani, come causa prima del male sulla terra nei processi contro le streghe?

Come ho accennato prima, la predicazione degli ordini mendicanti presso la popolazione contribuì notevolmente a renderla avversa a qualsiasi forma di pratica magica. Spesso in questi sermoni si insinuava l’idea che chi praticava le arti magiche e divinatorie appartenesse a una specie di setta eretica il cui scopo era contaminare la società.

Inizia a profilarsi il crimine di stregoneria, pratica che prevede una combinazione di malefica e diabolismo.

E così tra il ‘300 e il ‘400 si iniziano a registrare, negli atti dei processi per pratiche magiche, le prime condanne al rogo, presentando il modello che sarà poi seguito durante i secoli successivi. Un caso connotativo di questo cambiamento nella forma mentis collettiva è, per esempio, il processo condotto a Milano durante gli anni ’80 del Trecento a due fanciulle, Sibilla e Pierina, accusate di pratiche superstiziose e magiche***. In questo processo, pratiche comunemente accettate e considerate innocue di colpo vengono condannate con il rogo. Processi come questo ebbero luogo, in lungo e in largo, in tutta Europa, incentivati da testimonianze che, dopo l’utilizzo del privilegio giudiziario della tortura, mostravano molti punti comuni. Le similitudini tra le dichiarazioni delle imputate non fanno sicuramente testo al comune rapporto col demonio, che avrebbe comandato le loro azioni nella pratica della stragoneria. Possiamo invece relazionare queste corrispondenze con la circolazione di una manciata di trattati in cui venivano descritta le pratiche di stregoneria: questi volumi  vennero letti e accettati come modello dai giudici, i quali durate le torture insistevano fino ad estorcere delle confessioni che quadrassero col loro immaginario.

C’è da dire che, nonostante l’immagine cruenta dei tribunali inquisitori, i processi di stregoneria venivano svolti anche presso tribunali secolari. Questi ultimi davano ancor meno garanzie all’imputato e spesso non erano dissimili da un linciaggio: le esecuzioni pubbliche e la predicazione martellante portarono la società medievale ad identificare nelle streghe, e nelle “sette di oscuri praticanti dell’arte magica”, la causa dei mali che affliggevano la comunità. Quando disgraziatamente c’erano carestie, epidemie o alti tassi di mortalità infantile, era il popolo che additava chi di sospetto si trovasse all’interno della comunità ed insisteva perché venisse processato dal signore locale.

Purtroppo, nonostante la magia e la superstizione si possano considerare credenze ormai superate (forse), la creazione di un capro espiatorio continua ad essere utilizzata nelle dinamiche di affermazione del potere. 

Regalare alla “folla” un impostore da stanare e additare è uno dei meccanismi di manipolazione più efficaci. Funziona in tutti i campi (non solo quello politico, che può essere invece quello più evidente, basti vedere la polemica contro i vaccini, il 5g, i forni microonde,…); lo scopo è dare una faccia al nemico, deviare l’attenzione di buona parte della società verso un diversivo, concedere un bersaglio per la rabbia e la frustrazione.

La figura della strega è stata una convergenza di diverse interpretazioni che ha finito per identificare un capro espiatorio ben preciso in un determinato momento storico. 

Nelle società in cui regna la paura nei confronti del prossimo, in quanto diverso o per timore che ci assomigli più di quello che vorremmo, queste dinamiche continueranno a presentarsi in piccola e larga scala.

*Presso molte corti secolari, l’intenzione e il modo in cui venivano professate le arti magiche era fondamentale per stabilire la condanna o meno dell’impotato. Presso la corte di Alfonso X di Castiglia (1221-1284) il codice legale vigente stipulava che tutti avevano diritto e dovere di accusare di stregoneria ed altre pratiche oscure un altro cittadino, e in caso queste venissero confermate la pena doveva essere capitale. Ma al contempo la legislazione distingue due tipi di pratiche divinatorie: quelle fatte in virtù dei tipi di magia vincolati alla superstizione, quindi condannabili; e le pratiche derivanti da studi astrologici, quindi supportate da una conoscenza ‘scientifica’ riscoperta tramite il mondo arabo, e di conseguenza consentite. 
La legislazione Alfonsina, denominata Las siete Partidas, è consultabile (trascritta, in spagnolo)    presso questo link: http://ficus.pntic.mec.es/jals0026/documentos/textos/7partidas.pdf
Per quanto riguarda la riscoperta delle conoscenze scientifiche in occidente, tramite il mondo arabo, potete consultare Medioevo magico di Graziella Federici Vescovini, in cui troverete vari capitoli dedicati all’argomento.

** A questo proposito è interessante consultare Aspetti e conseguenze della predicazione civica di Bernardino da Siena di Marina Montesano ( https://www.persee.fr/doc/efr_0223-5099_1995_act_213_1_4950 ).

*** Pierina e Sibilla confessarono di aver interagito con una società di fate e di aver preso parte a quello che loro definirono ‘il gioco’. Quest’ultimo era presidio da una figura femminile, nella compagnia della quale bevettero, cantarono e fecero un giro nel villaggio entrando in casa della gente; se queste case erano ordinate e pulite la signora si fermava a benedirle, in caso contrario passava oltre. Questo tipo di racconto appartiene alla tradizione delle ‘buone donne’ (dominae nocturnae, dominae albae, bonea dominae o bonae res) e durante il medioevo molte sono le testimonianze di ragazze che immaginarono di partecipare a questi cortei, considerati innocui se non addirittura propiziatori (infatti quando si sospettava l’avvento delle donne bianche, molti ordinavano e pulivano la casa in modo da attirare benedizioni). Questa volta però l’inquisizione inizia ad applicare pressione sulle loro testimonianze e gradualmente ammettono di aver adorato questa signora, alla presenza della quale era vietato nominare Dio. Confessarono anche di aver interpellato uno spirito maligno che si faceva chiamare Lucifelum e che lui fu chi le condusse al gioco; confessarono inoltre di aver avuto rapporti sessuali con lui e di aver sigillato un patto di fedeltà col sangue.
Dopo questo processo furono condannate al rogo e arse nel 1390.Per quanto riguarda i processi di stregoneria potete consultare questa pubblicazione di Dinora Corsi, Diaboliche maledette e disperate, che trovate presso questo link https://www.fupress.com/archivio/pdf/2131_21423.pdf

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