” La morte dei miracoli”, Frankie HI-NRG (1997)


Ma lui prima ne ha fatto uno. Grazie a questo album, l’Hip Hop ha il suo sindacalista al tavolo degli album di musica italiana più belli di sempre. Per un genere che sicuramente nemmeno poteva ambire a una consacrazione del genere ( per Rolling Stone esattamente il 39esimo dei 100 album italiani più belli) rimane un invito all’ ascolto interessante anche per chi magari preferisce altre sonorità. Un incipit, un outcipit e una traccia fantasma fanno compagnia agli altri pezzi, tra cui spicca la tristemente sempre fresca “Quelli che benpensano”, il ritornello cantato da Riccardo Sinigallia sul beat di Ice One che ha fatto cantare tutti a squarciagola parole tristi e consapevoli come fossero “sole – cuore -amore”, ma in realtà hanno il sapore dell’amarezza dei corretti, addolcita da un suono che culla come una madre esperta  le parole forbite scelte dal rapper colto, che vive il rap come escapologia quotidiana dalla miseria morale che vede attorno a lui.

Consapevole che non li sconfiggerà tutti, organizza ugualmente la sua ribellione partendo dai posse e dai centri sociali, dove paradossalmente sarà criticato per il suo impegno soprattutto ai tempi di critica al sistema mafioso e alla correzione dilagante, ma questa è un’altra triste storiaccia,, e si afferma in contrasto con un rap “Jovanottiano” particolarmente leggero nei pezzi più popolari del periodo. Riesce in tutto l’album, avvalendosi delle chicche sonore realizzate da Ice One e Dj Stilo, a spalmare il letame dei tempi con l’apposito coltellino da burro sulla tartina, che mandi giù facilmente per le dimensioni da finger food, quindi scende che è una meraviglia. Non ci sono pipponi; ma solide realtà che tutti possiamo vedere, ovunque, in ogni coordinata spazio temporale, in quanto afferiscono all’essere umano che vive in società. Non è retorica e quindi non c’è pesantezza, c’è solo la chiacchierata con qualcuno che avendo scrollato la pigrizia mentale e avendo scelto di usare la cultura come ancora di  sopravvivenza e massimo atto di sovversione a questo sistema, ti prende per mano e ti racconta i luoghi che ha visitato se sei curioso di sapere e hai il tempo di una birretta insieme. Francesco di Gesù, il vero nome, confeziona un ‘opera che rientra in un discorso di musica cosciente, e in questa autonomia intellettuale ha realizzato un percorso indie all’ interno dello stesso Hip Hop, arrivando anche a registrare solo pezzi parlati oltre ad essersi divertito ad inserire tracce apparentemente vuote ( decine per la precisione, raggiungendo un minutaggio considerevole tralaltro dal momento che propone il suono del silenzio, come una camera anecoica in cui sedersi un po’, a far riecheggiare il suono del ricordo di quanto appena introdotto in sé’ attraverso l’ascolto, come un rituale di metabolizzazione) e una phantom track che ti sorprende al primo ascolto, non essendone ovviamente segnalata la presenza in copertina. Suoni talvolta cupi alternati a campionamenti ricchi di strumenti musicali, stretti corridoi alternati a terrazze tanto grandi da poterci partiate. Sarebbe un grande gioco questo album, se solo non elencasse con tanta semplicità gli ingredienti della ricetta del disgusto servita alla mensa nazionale.


" Venditrice di vestiti colorati, deve sempre stare attenta al tono di voce tropo alto e alla naturale propensione alla gaffe tragicomica. Curiosissima e logorroica, ama profondamente il mare e le si velano regolarmente gli occhi di commozione ogni volta che assiste al blocco del traffico per creare il corridoio di passaggio all'ambulanza."

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