LE DONNE NON DEVONO GIOCARE A CALCIO 

“Finora la donna si riteneva un soggetto handicappato rispetto al maschio sulla resistenza, sul tempo ed espressione anche atletica, invece abbiamo riscontrato che sono molto simili”

“Io non sono razzista, ma penso che le donne non dovrebbero parlare di calcio perché non sono adatte”

“È proprio obbligatorio che mio figlio giochi a calcio con delle bambine? [..] Non gli piace e lo capisco. [..] non è più calcio, ma danza col pallone. Ha paura di colpirle e di fare loro del male con un contrasto [..]”

Vi abbiamo appena proposto tre aberranti esempi di parere medio sulle donne che giocano a calcio. E negare che gli uomini siano provvisti di una miglior dinamicità e forza fisica, è contro la nostra volontà. Tuttavia scoprire solo nel ventunesimo secolo che le donne non sono handicappate dal punto di vista atletico, non ci lusinga di certo. 

Avremmo molti esempi da proporvi, ma  sapendo che questo articolo sarà alla mercè solo di coloro che avranno la volontà di mettere in discussione parte delle proprie idee, preferiamo elencarveli e farvi dedurre il resto da soli: lo scudetto del Leicester del 2016, Serena Williams contro Roberta Vinci e un decisamente utopistico quanto immaginario Barbara Bonansea in un uno-contro-uno con Daniele Bonera. Insomma, basare lo spettacolo di uno sport solamente sulla prestazione fisica senza considerare nè quella tecnica nè quella tattica, è di una sufficienza e pochezza d’animo degna delle migliori invocazioni religiose durante una partita di briscola.

Sottolineando inoltre che il razzismo non è altro che un’espressione di becero sessismo e timore di una Valentina Cernoia che tira punizioni migliori del citato, vorremmo ribadire non solo che siamo in un Paese dove il diritto di parola è sacrosanto, ma che è anche riservato a persone capaci di partorire commenti del genere. 

illustrazioni a cura di Elena Farinelli

All’età di sei anni giocai per un mese a calcio, in prima elementare, con i pulcini. Giocai solo un mese. Giusto il tempo di prendere la prima pallonata in faccia e ritrovarmi gambe all’aria sdraiata per terra. Non mi portarono più a scuola calcio, ma giocando dopo la scuola ero libera di farlo lo stesso. L’anno dopo papà mi regalò il mio primo pallone di cuoio, ero felicissima, mica come quei Super Tele che finivano sempre nel cortile del mio vicino di casa con un pastore tedesco. Praticamente mi toccava comprarne uno a settimana. No, non di pastori tedeschi. Fatto sta che quel pallone un pomeriggio venne con me al parchetto.  Per sbaglio con una pallonata ruppi il polso al mio amico. 

Ciao Luca, mi dispiace ancora!

Sì, insomma, impedire alle ragazzine di giocare a pallone con i ragazzini perché “sennò fanno loro del male” è un po’ una cazzata, diciamocelo. Mi posso fare male io, come si può fare male Luca. Ed effettivamente ci siamo fatti male entrambi.

Mi sembra in realtà che quest’ultimo esempio riporti la risposta a tutte e tre le affermazioni iniziali, l’essenza per la quale a volte sarebbe meglio maturare opinioni dopo aver vissuto in prima persona uno di questi contesti. O, se non se ne ha la possibilità, quantomeno interessarsene. 

Marcello Bergossi, Jessica e Giulia

"Raggiunto ormai il quarto di secolo, mi diletto a riempire ogni angolo del mio tempo libero con cose che mi interessano da meno di 15 minuti. Costante è invece la passione per la scrittura, qualunque argomento venga trattato. Ex speaker radiofonica di Tacco 13 a WebRadio Giardino, torno a scrivere di sport femminile, con nostalgia, cinismo e un po' di romanticismo."

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