Le estati lente

Le scuole sono finite da quasi un mese. I piatti, i bicchieri e una pentola si riposano capovolti su un canovaccio steso a lato del lavabo. Sento i vetri delle finestre che chiudono fuori il caldo di luglio tremare un poco quando la mamma accende l’auto. La sua pausa pranzo è finita, l’ufficio l’aspetta. Il nonno è rientrato una mezzora fa dal bar, il suo fischio con il vibrato è salito su per le scale e l’ha accompagnato fino in camera da letto, dove si sarà tolto camicia e pantaloni. Si sente il rumore della tapparella che viene abbassata, in tutta la casa ha fatto la calda penombra del primo pomeriggio. Ormai si sarà coricato nel letto che, già da qualche estate, rimane vuoto per metà.

Io mi sistemo il cuscino dietro la schiena. Quel divano a due posti è diventato troppo corto anche per i miei femori da adolescente. Le coste del velluto del suo rivestimento sono stampate sul mio gomito e ginocchio d’appoggio. Sul bracciolo di legno c’è appoggiato un bicchiere di acqua e menta in cui galleggiano un paio di cubetti di ghiaccio, ormai delle dimensioni di una nocciolina.

Con le dita della mano destra sento quante pagine mancano alla fine del libro. Lancio uno sguardo all’orologio appeso sopra alla porta della cucina. La biblioteca apre tra quaranta minuti.

La prima volta mi ci aveva accompagnata la mamma di un’amica. Ero in prima elementare. Avevo preso il libro di Red e Toby nemiciamici e Alice nel Paese delle Meraviglie, versione Disney. Quando la bibliotecaria mi aveva chiesto nome e cognome per farmi la tessera mi ero chiesta “chissà se ho il permesso di farlo?” e “costerà dei soldi?”.

Mi ero sentita grande. Stringevo tra le mani una tessera che mi permetteva di prendere da quegli scaffali tutti i libri che volevo. Esisteva forse qualcosa di più grandioso? A trentatré anni dico: no. La necessità di possedere una libreria dove mettere in fila tutte le pagine lette, dove catalogarle secondo personalissimi criteri, dove esibirle con orgoglio a chi entra dalla porta di casa nostra, sopraggiunge solo più avanti.

Cosa ci dice qualcosa del padrone di casa più del dorso dei libri che stanno sui suoi scaffali? Forse giusto l’armadietto dei suoi medicinali.
Un libro quando si è adulti lo si vuol comprare, collezionare. Lo si vuole posare di fianco agli altri dello stesso autore acquistati in precedenza. Li si vogliono avere tutti lì, che se un giorno ti svegli con la necessità di rileggere qualcosa, lo puoi fare.

Ci si vuol sentire liberi di infilarli in valigia, di portarli in spiaggia, di sfogliarli con le mani appiccicose, di fare le orecchie al posto di usare i segnalibri. Sottolinearli se serve. Prestarli. Si vuole essere liberi di poter dire a qualcuno “guarda, questa cosa di cui stiamo parlando mi fa pensare che ti piacerebbe molto questo libro, ce l’ho, te lo presto” .

Il problema delle biblioteche è che bisogna essere disposti ad accettare una data di scadenza alla propria lettura. Bisogna essere puntuali. Ci sono libri che non hanno bisogno della data di rientro, perché appena li inizi ti si incollano alle mani e ogni attimo che resta fuori dall’elenco delle cose da fare viene investito per girare le sue pagine. Altri invece devono stare a prendere un po’ di polvere sui comodini, libri che tra un capitolo e l’altro possono passare anche settimane. Questi, se li prendi in biblioteca, li restituisci senza finirli. Poi, quando quel titolo salterà fuori a distanza di anni, non ricorderai se l’hai letto davvero oppure no. O peggio: penserai di averlo letto e invece ti eri fermato a pagina 72. In ogni caso, i quaranta minuti sono passati. La biblioteca ha riaperto. Io ho appena finito di leggere “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno .

Finisco in un sorso la mia acqua e menta ormai calda, infilo le scarpe e prendo sottobraccio i tre libri da restituire. Scendo le scale e scostando la tenda di stoffa che fa da porta da giugno a settembre, esco sotto il sole bollente. Percorro i quattrocento metri che mi separano dalla biblioteca. La porta pesante si apre sotto la mia spinta. Dentro c’è fresco. La bibliotecaria mi sorride. Appoggio sul bancone i libri letti e dico “Mi serve Diana, Cupido e il Commendatore”. Qualche minuto più tardi sono per strada. Ho preso solo quello. Tanto domani sarò di nuovo là, lo so. Lancio uno sguardo al glicine che si arrampica su fino al terrazzo, attirata dal ronzio delle api che vi si affaccendano tutto attorno, e poi rientro in casa.

Nelle lente estati degli anni delle scuole dell’obbligo eravamo felici, però non lo sapevamo.

“Medico con decennale esperienza dietro al bancone del bar, prepara ottimi cocktail di farmaci. Nata stanca, ha la presa salda della madre, rigira bene le frittate e appena viene verde le suonano il clacson”

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