LIBRERIA UMBERTO

Se vi capita di passare per Trieste chiedete alle vostre gambe di portarvi in via S. Nicolò al numero 30. L’insegna dice: “Libreria antiquaria Umberto Saba”. Dice così perché nel 1919 il poeta la rilevò per la cifra di 4000 lire, insieme ai 28000 libri usati che conteneva. Se ne prese cura fino al 1943, quando a causa delle leggi razziali si vide costretto a fuggire da Trieste e nascondersi dall’amico Eugenio Montale, a Firenze. Prima della fuga simulò una vendita al dipendente Carlo Cerne, assunto quando era un diciassettenne orfano e disoccupato. Saba, una volta finita la guerra, vi tornò e continuò a lavorare a fianco di Carlo che era il solo tra i due ad avere un minimo di senso per gli affari. Quella porta negli anni è stata varcata da giganti. La libreria divenne infatti punto d’incontro per Svevo, Stuparich, Comisso e Joyce.

Appena entrati lo sguardo rimbalza sulle pareti senza finestre, la testa gira per la quantità di volumi che si arrampicano fino al soffitto. Paiono contenere le risposte a tutte le domande del mondo. L’aria è satura di odore di pagine. Il pavimento di legno scricchiola sotto ai passi. Ne faccio il meno possibile, per non disturbare, con più devozione di un Padre Nostro. Dietro al bancone c’è un signore. Basta uno sguardo un po’ curioso e una mezza domanda per animarlo.

È Mario Cerne, il figlio di Carlo. Ha ricevuto nel 1981 la libreria in eredità dal padre e ora svolge quasi una funzione pubblica, raccontando a chi varca la soglia la storia della libreria. Io di libri rari ed antichi non ne so nulla, ma ho seguito con piacere il suo consiglio di scorrere con la lente d’ingrandimento le fitte righe scritte sul gigantesco foglio del 1889 steso sul bancone. Il titolo recita: “Trascritto micro-calligrafico, a mano libera senza uso di lente, composto di 14.233 versi, c.a. 96.000 parole, c.a. 400.000 lettere”. E insomma ragazzi, era la Divina Commedia. Tutta in un foglio. Davvero. 

Mentre leggevo versi un po’ a caso qua e là fino a “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, il signor Mario raccontava ai pochi altri presenti qualche aneddoto della vita del poeta, il suo quotidiano, il suo caffé della mattina. Di libri rari non saprei dire se ne vende. Di certo è custode di memoria collettiva, di cultura e di storia. In cambio vi chiederà solamente un aggettivo per descrivere Trieste. Andate ad ascoltarlo.

“Mi piacerebbe, adesso che sono vecchio, dipingere con tranquilla innocenza il mondo meraviglioso. E, fra le altre cose, la mia oscura bottega di Via San Nicolò 30 a Trieste; quella che, quando l’amava e passava volentieri fra le sue pareti le sue ore d’ozio, il mio amico Nello Stock chiamava, non senza qualche buona ragione, «la bottega dei miracoli». Passando una mattina del 1919 per Via San Nicolò, vidi, o notai per la prima volta, quell’antro oscuro. Pensai: «Se il mio destino fosse di passare là dentro la mia vita, quale tristezza». Era – senza che io ancora lo sapessi – un monito o un presagio. Pochi giorni dopo infatti l’acquistai dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Maylàender. L’acquistai con l’intenzione di buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri che conteneva, e rivenderla vuota a un prezzo maggiore. Ma dopo pochi giorni, non ebbi più il coraggio di attuare il primo progetto; quei vecchi libri – nessuno dei quali m’interessava per il contenuto – mi avevano incantato.”

(U. Saba, Storia di una libreria, 1948)

“Medico con decennale esperienza dietro al bancone del bar, prepara ottimi cocktail di farmaci. Nata stanca, ha la presa salda della madre, rigira bene le frittate e appena viene verde le suonano il clacson”

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