L’IMMENSO VUOTO CHE HA LASCIATO KEITH FLINT

E Keith Flint se ne va. Fortunatamente rimane la sua inconfondibile voce roca nei soli sette album pubblicati dai Prodigy dal 1992 ad oggi, non contando i vari Best Of.

I Prodigy; questi tre folli britannici che hanno dato un senso al Big Beat, il lato migliore dell’elettronica degli anni Novanta. Dal loro esordio del ’92, un acido e graffiante Experience uscito per XL Recordings, non hanno mai smesso di credere nella possibilità di portare in giro per il mondo il loro grande e caotico rave; uno spettacolo senza tempo, quello del trio inglese, fatto di neon, piercing enormi, catene e creste colorate.

Io me li ricordo i loro anni Novanta. Avevo nove anni quando uscì The Fat of The Land, nel 1997, ma vidi il video di Firestarter su un’appena nata MTV italiana e decisi che li amavo. Qualche anno dopo scaricai l’intero album da Napster, e già che c’ero anche Always Outnumbered, Never Outgunned, con estrema soddisfazione. Tutti delusi dall’album che seguiva il capolavoro del ’97, io completamente cotta di Medusa’s Path. Probabilmente, avessi dovuto acquistarlo per ben 18.000 lire sarebbero girate le palle pure a me, per un solo brano, ma che brano! Fortunatamente nessuno in famiglia era in grado di tradurre i testi, io in primis, quindi la mia passione per piromani, puttane schiaffeggiate e squilibri mentali non sembrava creare problemi.

Poi si cresce, e si comincia a pensare agli anni Novanta come a quello strano periodo color fuxia-Uan che ha sempre esagerato con tutto. Gonne troppo corte, capelli troppo rossi, camice troppo a quadri, un Calvin Klein troppo presente ma soprattutto, musica troppo tamarra. Keith e compagni se ne fregano e, nel 2009, pubblicano Invaders must die cambiando solo etichetta, i suoni poco eleganti restano sempre loro. Io non cedo: si, i capelli troppo rossi non mi vanno giù, il profumo di CK mi fa venire la nausea ma Warrior’s Dance è la mia musica. Quel Roland SH-101 modulato senza pietà continua a non deludermi.

Finalmente è il 2010 e ho l’età giusta per raggiungere il 105 Stadium di Rimini. Un tripudio di cappellini colorati che alla fine, poi, in Riviera, non sono mai stati insoliti ed anacronistici. Keith e Maxim urlano a pieni polmoni e la gente poga sulle hit di The Fat of The Land senza percepire un filo di dolore. Mi sono sempre immaginata questi temerari, poco lucidi, che si svegliano tumefatti il giorno dopo e scendono a pranzo con la famiglia. 2015, The Day Is My Enemy, anche il risveglio dei Prodigy, evidentemente, non era dei migliori.

E poi lo ammetto, arriva il 2018 e No Tourist mi passa quasi inosservato. Lo ascolto, sorrido, come si fa quando si ritrovano quelle vecchie foto, ma niente di più; eppure sento che devo andare all’Home Festival. Sono 25 anni di electro techno big beat senza un grammo di evoluzione ma tanta coerenza.

L’inconfondibile intro di Breathe attira la gente sotto al palco. Ha smesso di piovere e ora so che riprenderà sull’ultima nota dell’ultimo pezzo. Un’ora e mezza di puro delirio adolescenziale condiviso; tutte le hit, ovviamente, sono servite. Qualche pezzo nuovo fa sorridere il pubblico, sempre con quel sorriso complice di chi, ai Prodigy, gli ha voluto proprio bene. Un momento di rilassante nostalgia urlata.

E oggi Keith non c’è più. Non so dirgli in che modo mi mancherà, ma sarà triste non avere più la possibilità di pensare “dai, prendiamo questi biglietti anche se non sentiremo nulla di nuovo”. I Prodigy sono stati, e saranno sempre, una terapia; come una seduta anti nervosismo. Con le loro cattiverie malate urlate sopra a quel famoso Roland hanno fatto sfogare una generazione, quella che poi la mattina dopo andava a pranzo con la famiglia, a lavorare, o all’università, con un sorriso rilassato (e un insopportabile cerchio alla testa). Perché la gioventù è una sola, ma la si può protrarre all’infinito; perché siamo tutti vittime del tempo che passa, dei doveri, della fatica, ma poi ci possiamo sempre fermare a rilassarci e giocare un po’. Exhale, exhale, exhale.

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