L’OUTFIT DELLA CALCIATRICE

illustrazioni a cura di Giulia Bulzoni

Nel calcio, un pre-partita rappresenta il silenzioso preludio ad una battaglia, in cui si è pronti a schierare i più disparati look e sbandierare il proprio assetto di interfaccia, in campo aperto. La tuta di rappresentanza è l’armatura che si indossa, raggiunti i confini avversari, quando vengono varcate le porte della palestra, per far vedere a tutti da che legione si proviene, per non confondersi tra gli altri e per infondere solennità ad un clima già di per sé di tensione agonistica. Il borsone è come uno
scudo: lo stemma, o il nome del proprio team impresso, è un simbolo
inconfondibile. Ogni tanto utile, per nascondersi da quelle avversarie che fanno un po’ paura. Ma è il luogo successivo l’emblema, nel quale avviene una vera e propria investitura, in cui si concentrano i riti più disparati: lo spogliatoio.
Jingle di Super Quark in sottofondo con voce narrante fuori campo: “L’esemplare di calciatrice, inseritasi nel suo habitat naturale, si appresta a manifestare il proprio outfit prima del match”.

I capelli. Già.
Non essendo tutte provviste di un’imponente capigliatura riccia come quella di Sara Gama, per la quale anche il temibile uragano Katrina riscontrerebbe difficoltà nello spettinarla, chi non necessiterebbe di fascette, cerchietto, forcine, bandana, bigodini, impalcature di cemento a presa rapida, zucchero, cannella, ed ogni cosa bella, Chemical X, mollette ed elastici, quando si deve correre per cinquanta o novanta minuti, più eventuale recupero?! Si salvi chi può.
Si passa dalla coda di cavallo alta e bassa, allo chignon, ai capelli corti. Le più appariscenti solitamente spiccano tra tutte con colpi di sole o shatush dei più svariati colori o con una cresta ai limiti della gravità. Non mancano indistricabili treccine e rasate, su metà o entrambi i lati del proprio capo, con simboli tribali. È risaputo che molte ragazze abbiano in comune lo stesso parrucchiere di Radja Nainggolan e, quando è in ferie quest’ultimo, quello di Paul Pogba. Lacca e gel non possono mancare all’appello, se si vuole intimorire l’avversaria, ma a volte non bastano. Quantitativamente.

Durante le partite ufficiali, si può giustamente pensare che non si possa indossare nient’altro all’infuori della propria muta calcistica. Questo è vero, ma il punto è: ‘come viene indossata’. Le nostalgiche degli anni ’90, mettono la t-shirt dentro i pantaloncini, alzandoli all’altezza del proprio esofago, chi per sbaglio e chi come tecnica per far notare all’arbitro qualche tirata di maglia scorretta. Le indecise solo davanti, le restanti fuori. Non si sa mai servisse una presa d’aria. Le maniche, per alcune, possono rappresentare un elemento aerodinamico come un paio d’ali (vi sfido ad indossare una taglia in più del dovuto o a portare divise spesso da uomo e provare a correre); altre invece le accorciano, arrotolandole per comodità oppure
per mostrare, casualmente, l’indiscreto tatuaggio di un dragone che sputa fuoco, uscente da un teschio pirata, che si sono fatte giusto la scorsa settimana sul braccio.

Poi viene il turno dei calzini. con il risvoltino verso l’alto o verso il basso, con lo scotch sulle caviglie per fermare i parastinchi, completamente giù o su, a mezza via, né su e né giù, il duca Barnabò aveva un reggimento… ah no scusate. Sì, insomma, le possibilità sono tantissime e noi ragazze non finiremo più di testarne.

Il pezzo forte, però, sono le scarpe: rappresentano la vera essenza, la poca o tanta convinzione e il temperamento di una calciatrice.
Non ci addentreremo nelle firme una per una, ma tu, calciatrice professionista o dilettante, che stai leggendo questo articolo, sai di cosa stiamo parlando. Non nasconderti!

È doveroso però, differenziare il momento della partita da quello dell’allenamento.
Nel training settimanale si scatena la vera ignoranza e fantasia dell’outfit della calciatrice. La palestra è infatti la passerella che si meritano tutte le sportive per le loro prodezze; allo stesso tempo è teatro, per le più sfrontate, irriverenti e variopinte cadute di stile e non, che possano verificarsi su questa terra.
Tra le tante concorrenti, è notissima la figura della ragazza fedele solo a una marca ben specifica di abbigliamento sportivo. Guai se le si propone di provare un tipo di scarpe differenti dalla firma che indossa solitamente: giocherebbe con il male ai piedi, pur di non ammettere di dover cambiare calzature; farebbe addirittura in modo di far ricadere la colpa dello scarso rendimento calcistico su quel marchio diverso, che non usa regolarmente. Si sa, la marca è un po’ come l’intruglio che Bugs Bunny, in Space Jam, fa bere ai suoi amici, facendo credere loro di essere più forti.
Di solito, sono le stesse che ricercano l’abbigliamento più tecnico per allenarsi: la maglietta traspirante, che però non respira, ma che ti fa respirare, termica con quel materiale pregiato, coltivato tra le impervie alture dell’Himalaya, ma solo se ha il colletto a “V”, come V per vendetta (quella che servirai alla prossima avversaria), e se si abbina al colore dei propri occhi e a quello della verniciatura della propria macchina; e infine le fascette, le stesse che tuo padre elettricista utilizza al lavoro.

Gli abbinamenti sono il grande emblema di questi tempi, in ambito sportivo. Se una calciatrice ha un colore preferito, non tentennerà di certo nell’accostarlo alla propria immagine. Lo combinerà in talmente tanti modi da renderlo parte integrante di ogni componente o accessorio calcistico in suo possesso. Ma sta ancora suonando la musichetta di Super Quark?

Ci sono invece ragazze che non si rifanno all’utilità del borsone da calcio e si possono vedere arrivare in spogliatoio con uno zainetto, delle sacche di tela o con delle sportine. Lo stile non è necessario: l’importante è trasportare quello che serve. In fondo, cosa può rappresentare in confronto all’utilità di ciò che si indossa?
Perché non riesumare una maglietta con il logo del campo estivo, che facesti all’età di 11 anni con la parrocchia? O la t-shirt di quel concerto rock in agosto, in cui pogasti con l’ascella piangente e ti ci rovesciarono due birre medie addosso? O ancora, quella della sagra di paese che si tenne qualche anno fa (non si sa quando, la data sbiadì molte lavatrici fa)?

Siamo quasi alla fine: manca la fanatica della propria squadra del cuore.

Come dimenticare colei che, qualsiasi cosa accada, avrà sempre e comunque qualcosa, che rappresenti la sua fede calcistica, da esporre durante tutto il corso dell’allenamento.
L’ ABC della tifosa è quello di vestire la maglia del proprio idolo calcistico. Se mai il/la mister le dicesse di indossare una casacca, per svolgere un esercizio, la calciatrice in questione potrebbe reagire con smorfie di disapprovazione.
Nascondere così, nome e numero del/della famoso/a calciatore/trice?! Giammai! In ogni caso, questo esemplare di sportiva avrà sempre qualcosa da far risaltare dei propri colori di appartenenza, indipendentemente da qualsiasi velo, per far spiccare i motivi della squadra amata. Anche le mutande, sì.

Forse Coco Chanel aveva ragione quando disse che l’eleganza non è ostentazione o esagerazione e che, spesso, togliere qualcosa dal proprio look è meglio che aggiungere. Ma non penso l’abbiano ascoltata proprio tutti.
Rappresentare il nostro identikit di calciatrici è come un lavoro e fa parte di noi stesse. Ma, quello che ci preme di più è che venga notato il nostro modo di giocare a calcio. Lo stile del “testa, cuore e gambe” non passa mai di moda.

illustrazione a cura di Giulia Bulzoni

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