Madonna Sultana a Ferrara

illustrazione a cura di Lucia Diez

Il palco sembra allestito da una studentessa fuorisede: ci sono i teli indiani, quelli che compri in Montagnola a Bologna, un fenicottero ed un cactus al neon che potrebbero tranquillamente essere un bottino di qualche serata sponsorizzata Corona.

Le zanzare stanno diligentemente facendo il loro mestiere e davanti a me ho la variante padana dei limonatori da concerto: i grattatori di schiena. A turno, e sulla base di coordinate verbali piuttosto imprecise, si scambiano copiose grattate di schiena seguiti da sguardi liquidi.

Liquidi sono anche i volti che mi circondano. Il coperchio su Ferrara si è chiuso. Piazza Castello è una gigantesca pietra ollare che ci cucina senza grassi aggiunti.

Si palesa sulle scene una ragazza. “They”, come si apostrofa da sola.

Ha un outfit che sembra rubato dal set di Jay & Silent Bob e una chitarra.

La chitarra però è solo l’inizio.

Poco dopo infatti sfodera una tromba. Poi via di drum machine. Un po’ di freestyle al flauto di pan, e vai con gli assoli direttamente dagli anni novanta.

E nel tutto trova incastro perfetto la sua voce.

Quando credi abbia esaurito il repertorio di numeri da circo, ecco che ancora una volta ti fa dire “Eeeeh, ma dai”.

Procede tra un pezzo e l’altro saltellando e correndo a piedi nudi, è una scheggia impazzita tra gli arpeggi barocchissimi reiterati dalla loop station, con la quale monta un castello di suoni che si sommano e si moltiplicano all’infinito.

I climax si interrompono, riprendono, frenano, ripartono, accelerano.

Lancia la chitarra a terra, la suona coi piedi. Torna alle percussioni. Molla le bacchette e corre sulla destra. Riprende la chitarra, la mette in verticale. Non la vedo più. Poi ricompare. Ancora una corsa per raggiungere l’altra estremità del palco e sparisce di nuovo dalla mia vista e da quella di chi sta dietro di me.

“Starà suonando con la figa”, li sento ipotizzare.

Ogni tanto intercetto qualche fugace apparizione di ninja-roadie che prendono o portano strumenti.

Sul palco è una ma è mille. They.

Un presente da geniale polistrumentista ed un ingombrante passato da polidrogata che deve averle aperto un condominio di porte percettive.

Sullo sfondo girano sfondi che hanno un retrogusto di Windows Media Player, ma fanno il paio con il resto e, tuttosommato, ci stanno.

Un live che mi è sceso lungo la schiena e mi ha fatto ondeggiare le gambe nonostante la mia connaturata avversione per il levare.

Un live che domani andrò da ogni persona che conosco e che non c’era per dirgli: “Oh, ti sei perso una cosa grossa”.

vedi anche: Tash Sultana e il suo modo di stare bene con la musica

“Medico con decennale esperienza dietro al bancone del bar, prepara ottimi cocktail di farmaci. Nata stanca, ha la presa salda della madre, rigira bene le frittate e appena viene verde le suonano il clacson”

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