NEOLOGISMO EMOTIVO

Avevo 12 anni quando è morta mia nonna. Non sono la prima né l’ultima persona a cui è morta una persona cara a quell’età, credetemi, me ne rendo conto. Ma il dolore è talmente soggettivo e personale che trovo insulso ed inutile metterlo sul piatto della bilancia e confrontarlo con quello altrui, come se fossimo tutti parte di una grande gara per vincere il titolo di chi ha sofferto di più. Non è quantificabile, non si tratta di chicchi di riso o pasta, non puoi pesare il dolore. Così a 12 anni in piena tempesta ormonale e con un’ossessione esagerata per i tokio hotel e i forum su internet, è morta mia nonna. Ora, dovete capire che per me mia nonna era come una madre.
Vivevamo con lei, mi accompagnava e veniva a prendere dall’asilo quando ero piccola, era lei a cucinare a pranzo e a cena quasi tutte le sere, era lei a farmi il bagno o asciugarmi i capelli. Era la seconda persona più importante nella mia vita, dopo mia madre, seguita solo da quell’antipatico di mio fratello e dalla mia migliore amica.
Quando morì era gennaio, eravamo appena tornati dalle vacanze di natale, faceva freddo. Se mi chiedeste cosa ricordo del periodo immediatamente successivo saprei solo parlarvi dei fiori che arrivarono nei giorni seguenti, e di aver pianto contro la spalla di mia madre. Il resto è un confuso turbinio di vuoto. Mi sentivo come se qualcuno avesse sfilato tutto ciò che contenevo lasciando alle spalle solo un guscio con i miei lineamenti.
Nei mesi successivi, a scuola soprattutto, era un continuo fingere di stare bene, di stare meglio. Sapevo solo che non desideravo altro se non l’estate. Avevo disperatamente bisogno di una pausa, era come se avessi finito l’ossigeno e aspettassi da mesi una piccola dose per andare avanti. Dentro, svanivo lentamente.
L’estate, calda e afosa, uscii di casa un solo pomeriggio. Le mie amiche parlavano tra di loro, si chiedevano se fossi pazza, perché non uscissi. Io, chiusa in casa davanti al computer ora dopo ora, lottavo contro mio fratello e mia madre, contro le mie amiche. Chiusa in casa respiravo. E allo stesso tempo ero in trappola.

Non è che non volessi uscire, davvero, non desideravo altro. Il problema era che la sola idea di vestirmi e muovere un passo fuori casa mi faceva girare la testa. La mattina era una sfida alzarsi e uscire dal letto, la sera una conquista addormentarmi prima dell’alba.

Uscire di casa sembrava una maratona, la 50 chilometri per una persona che cammina con le stampelle da mesi: era semplicemente infattibile.
Allora non lo sapevo, e come avrei potuto d’altronde quando non ne parlavo con nessuno, ma ora è così palese che fossi depressa che quasi mi viene da ridere. E non parlo di depressa nel senso di triste, perché che ci crediate o meno non ero triste. Non sentivo niente. Passavo le mie giornate in un turbine continuo di inerzia e apatia, nulla mi scomponeva se non i continui punzecchiamenti di mia madre o di mio fratello, disperati tentativi di farmi uscire di casa.
Avevo avuto la mia pausa, il mio respiro, ma non era ossigeno quello che prendevo a boccate piene, era anidride carbonica. Mi stavo soffocando.
Non starò a farvi una descrizione dettagliata di tutto ciò che successe successivamente, ci vorrebbe troppo tempo e parole e francamente ricordo solo la metà di quel periodo e quel poco che ricordo sono sono frammenti confusi e sconnessi. Vi basti sapere che non migliorai per molto tempo. Arrivarono gli attacchi d’ansia, poi quelli di panico, un tremolio di denti e mani così forte da farmi sentire l’incarnazione di un terremoto. Ci furono momenti in cui davvero credetti di essere impazzita, in cui niente aveva senso e volevo solo che tutto per un secondo si spegnesse. Scrivevo poesie sul non esistere, sullo smettere di essere, punto e basta, semplice come premere l’interruttore della luce. Sognavo disperatamente ricominciare a sentire qualcosa che non fosse solo il frantico battere del mio cuore in preda all’ansia o le mie mani sudate mentre mi avvicinavo al liceo, un attacco di panico in partenza che aspettava a scaricarsi solo quando ne avessi varcato la soglia.
Ho passato così tanto tempo a non sentire che, ora che sto meglio, mi sembra quasi di star vivendo per la prima volta. Tutto sembra nuovo, è come se non avessi ricordo di alcune emozioni perché erano svanite completamente dal mio vocabolario.
Ansia, senso di colpa, panico, quelle ci sono sempre state, sono il sottotitolo della mia autobiografia e pare mi abbiano accompagnata in ogni momento della mia vita. Gioia, soddisfazione, fierezza? Sono parole nuove, le provo in bocca, le faccio girare tra i denti e me la passo sulla lingua per sentirne il sapore, sono una caramella di cui ancora non ho capito il gusto, le studio solo da qualche anno in fondo.
Ma sono qui. Le sento. A volte, se mi concentro, sembra sappiano d’arancia.


Micaela è una ventenne curiosa e a cui piace fare cose nata a Taranto nel 1997. Scrive, dipinge, disegna ed occasionalmente canta anche. Tra le sue passioni più grandi ci sono: i gatti; le lasagne; le sere in cui piove e le mattine in cui può stare sotto le coperte cinque minuti in più.

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