Nessuna donna è fortunata

Non ne ho mai parlato perché in fondo di cosa devo parlare? Cos’ho da dire? Non ricordo, non riesco a ricordare. Non so cosa sia successo o se sia effettivamente successo qualcosa. Ho la speranza che scriverne possa essere catartico, che mi aiuti in qualche modo a dare pace a quel vuoto, ad andare oltre, a smettere di pizzicare il pensiero quasi fosse un dente fastidioso che tocco con la lingua, che mi lasci vivere con il fatto di non avere la chiave
per aprire quella porta chiusa che è questo pezzo di memoria mancante sulla storia del mio corpo. Quello che mi rimane è una sensazione con cui devo fare i conti, la sensazione che qualcosa sia successo. Che qualcuno mi abbia fatto del male. Sono sospesa tra lo sperare che si tratti solo di una sensazione e nulla di più e il volermi fidare di questo istinto che mi
dice che sì, qualcosa è successo.

Faccio avanti e indietro tra questi due confini e ho perso la bussola, non so più in che direzione muovermi.
Parlare del proprio corpo è una delle cose più personali che si possano fare, probabilmente perchè, giorno dopo giorno, fingiamo che sparisca sotto la superficie dei nostri vestiti e dietro l’immensità della nostra mente e delle nostre emozioni. Eppure il nostro corpo racconta la nostra storia, racconta noi. Porta le cicatrici della cadute dalla bici, quando ancora stavamo imparando a mantenere l’equilibrio e coordinare il movimento delle gambe e delle braccia al nostro sguardo sembrava un’impresa titanica; porta i segni dell’acne e dei brufoli che nell’adolescenza ci hanno decorato non volutamente il viso; porta gli occhi dei nostri genitori, il naso dei nostri zii, le dita dei nostri nonni, le nostre radici impacchettate in un unico insieme di ossa, muscoli e pelle che tutti giorni ci guarda attraverso lo specchio.

Qualcosa è successo al mio corpo -che è parte di me, che è me, in un modo diverso da cui la mia mente è me- e io non riesco a ricordare cosa.
Questo fatto immodificabile e ineluttabile mi uccide.
Qualcosa è successo al mio corpo.
Qualcosa è successo a me.
Qualcuno mi ha fatto del male.
Ma ero troppo piccola, forse quattro o cinque anni e non riesco a ricordare ma so, ne sono certa, che qualcosa sia successo. Ne sono certa allo stesso modo di cui sono certa che quell’uomo si stesse masturbando dietro quell’albero al parco, il giorno in cui per la prima volta insieme a Sara ho fatto fuoco e saltato la scuola; ne sono certa come sono certa che quell’uomo dall’altra parte del finestrino stesse muovendo la lingua tra due dite mentre mi fissava, io che ferma al semaforo, in macchina con un amico, andavo a un concerto; ne sono certa come sono certa che il dentista di fronte al mio luogo di lavoro mi guardi, come sono certa che si sia toccato guardandomi, mentre dall’altra parte della strada io aprivo il portone e me lo chiudevo alle spalle.

Prima che qualcuno lo dica voglio precisarlo: sono consapevole che le molestie non siano sono un problema femminile. Esistono uomini e ragazzi che sono o sono stati vittima di molestie e/o abuso, non voglio dimenticarmene. Ma non è di questo che sto parlando ora.
Gli uomini, volenti o nolenti, non crescono con lo stesso kit che viene dato in mano alle ragazze quasi dal primo giorno di vita. Non sono istruiti ad avere paura nel modo in cui noi abbiamo paura, non è parte della loro identità di genere, non è parte di ciò che gli viene insegnato fare parte della loro esperienza di uomini. I miei amici maschi non capiscono il più
delle volte perchè mi arrabbi se un uomo mi fa un complimento per strada, non capiscono se ho paura per uno sguardo troppo intenso. Non capiscono l’ansia di aspettare un messaggio da un’amica e saperla a casa sana e salva. Francamente, sono felice per loro. Questo tipo specifico di paura, così legata al corpo, non fa parte di loro ed è meglio così. Vorrei solo fosse così anche per noi.
Mi è successo qualcosa e non ricordo cosa.

Ricordo il dopo, la paura e il pianto, seduta vicino ad un’altra bambina sulla tribuna del campo da calcio del paese, dove era in corso una festa. Ricordo un senso di colpa e di vergogna così forte da spingermi a sgattaiolare da mia madre e non dire niente. Ricordo il cous cous mangiato quella sera. Ricordo il tendone sotto cui erano posizionati i tavoli.
Ricordo il caldo. Ma non cosa sia successo.
Qualcuno mi ha fatto del male, questo lo so.
Come, non lo ricordo. Ero troppo piccola. Qualcuno ha fatto qualcosa al mio corpo e il non ricordare mi tormenta perché vorrei sapere se sono stata toccata senza la mia volontà.
Vorrei poter dire “questo è quello che è successo” e metterlo da parte, finalmente.
Qualcosa è successo e non ricordo cosa.
Tutto il resto invece lo ricordo: l’uomo sul treno che preme la gamba fermamente contro quella della mia amica e che alla fine della corsa la abbraccia senza che lei abbia scelta; l’uomo che a Bologna in pieno centro città mi urla contro; ricordo mani sulle ginocchia e domande inappropriate sui miei orgasmi; ricordo il mio capo chiedermi se le mie tette
fossero vere e fissarle senza vergogna.
Oh, sono stata fortunata, vero? Sono stata fortunata perchè non ricordo degli stupri, non ce ne sono stati per me. Ma dovrei davvero dire che sono stata fortunata?

“Sono stata fortunata” implica che milioni di donne non lo sono state, implica che tutte quelle molestie che invece ci sono state non hanno valore, che non hanno lasciato un segno.
Chenon hanno fatto male.
Non sono stata fortunata.
Nessuna di noi lo è.
Nessuna donna è fortunata.
La nostra è una cultura dove le donne per default non sono fortunate. Il nostro corpo è qualcosa di pubblico, un buffet pronto alla consumazione in attesa che qualcuno arrivi, piatto e cucchiaio alla mano, per servirsi. Non mi sta bene.
Non mi sento apprezzata quando un uomo mai visto prima ma uguale a tanti altri si sporge dal finestrino della sua macchina in corsa per dirmi qualcosa. Qualsiasi cosa. La sua faccia si mescola a quelle dei dieci uomini che prima di lui hanno fatto lo stesso e a quella dei dieci che dopo di lui arriveranno. Hanno tutti quella faccia, una faccia dai tratti sbiaditi che in
comune ha una bocca e un linguaggio che di gentile e rispettoso non ha niente. Non sono fortunata perchè nessuno di quegli uomini ha mai fermato la macchina e sia sceso. Questo non mi rende fortunata allo stesso modo in cui non rende fortunate le donne a cui qualcosa di simile invece è successo. Nessuna di noi ha un briciolo di fortuna in questa cultura dove le
nostre gambe o il nostro seno sono solo carne da esposizione e non parti del nostro corpo, parti di noi.
Non voglio togliere importanza o voce alle donne a cui è successo qualcosa, alle donne che hanno subito violenze sessuali e non, credetemi non è mia intenzione. Sono solo arrabbiata.
Perché mi è successo qualcosa e non ricordo cosa, ma tutto il resto è chiaro e vivido, immagini in technicolor che si susseguono nella mia mente e quelle le ricordo tutte.

Vorrei, francamente, ricordare anche il resto.

Micaela è una ventenne curiosa e a cui piace fare cose nata a Taranto nel 1997. Scrive, dipinge, disegna ed occasionalmente canta anche. Tra le sue passioni più grandi ci sono: i gatti; le lasagne; le sere in cui piove e le mattine in cui può stare sotto le coperte cinque minuti in più.

Related Posts

Leave a Reply

My New Stories