Non avevamo capito

Alla seconda settimana di lockdown avevo finito le gite. Fatto il pic-nic nel cortile condominiale, fatta la gita di famiglia in garage, esplorata la cantina in cerca di tesori che andavano portati in salvo, dipinto l’arcobaleno da mettere alla finestra. Restava solo il flashmob al balcone. 

Abbiamo fatto un tentativo. Alle 18 mettevo un disco ad un volume di tutto rispetto e spalancavo le finestre di casa: nessuna risposta dal vicinato. Giorno due, nessuna risposta. Giorno tre, un condomino ci guarda storto dal cortile. 

Sognavo una comunità che si dava appuntamento sui balconi a mangiare patatine e a ballare Gigi DAG con i calici in alto, come si vedeva ai TG della sera, e invece no. 

A me sono toccati i pensionati che lavorano di flessibile alle nove del mattino.

Le giornate passavano tutto sommato in scioltezza scendendo in cortile, ma poi basta: Putin ci ha mandato il vento. 

Da quel giorno si vive in attesa dell’arrivo dei netturbini. 

(“Guarda stanno per vuotare la campana del vetro! Vado a fare i pop corn.”)

O del postino che suona il citofono.

(“Hanno suonato! Chi sarà a quest’ora? Aspettiamo qualcuno?”)

O della conferenza stampa della Protezione Civile per imparare qualche altra parola nella lingua italiana dei segni.

(“Guarda! Per dire Italia si portano le mani ad indici alzati dall’altezza dell’ombelico alle spalle!”).

Non posso nemmeno proseguire nella lettura. Prima che iniziasse tutto questo ero partita con “Anna” di Ammaniti, del quale vi agevolo la trama: “L’autore immagina un futuro inquietante che ambienta in Sicilia, nel 2020, dopo la diffusione inarrestabile di un’epidemia causata da un virus che uccide tutti gli adulti”. Niccolò Otelma Ammaniti al momento mi infonde un vago senso di ansia. Di iniziarne un altro non se ne parla. Sono della Vergine. 

Il fatto è che questa cosa è stata contemporaneamente inattesa e graduale.

illustrazione a cura di Micaela Compagno

Gli avanzi del brindisi di buon anno erano ancora nel lavello quando dalla Cina iniziavano ad arrivare le prime notizie. 

(“Guarda questi han fatto un ospedale in 10 giorni, ti immagini in Italia?”).

Poi i primi casi esportati in Europa.

(“Vedi che Burioni le cose le dice un po’ così ma ha sempre ragione?”)

Poi i primi casi tutti nostri. Mh.

La sera dell’annuncio del primo focolaio italiano ero a cena con un’amica che studia queste cose per lavoro. Le epidemie. 

(“Mado’, mi sento come se questa fosse una delle ultime sere per stare con le persone.”)

Poi Codogno capitale.

(“Hanno chiuso le scuole, hai visto?”)

Fiorello che ci dice che stare in casa è bello e Amadeus per radio che ci dice di lavarci le mani.

(“Oh, ma quanto sembra passato da Achille Lauro a Sanremo?”)

Poi per settimane la sensazione di essere in spiaggia e guardare il tramonto sul mare con uno Tsunami in arrivo. 

(“Senti, ma tu la mascherina ai tuoi la fai mettere?”)

Poi i sensi di colpa.

(“Senti ma che dici? Ci andiamo a cena con gli altri stasera? Sarà meglio evitare? Sono paranoica?)

Milano che non si ferma, gli aperitivi sui navigli e poi Zingaretti che si ferma.

(“Hai visto che i Ferragnez han tirato su 4 milioni di euro?”)

Armani che converte tutta la produzione in camici monouso.

(“Ma in ospedale come siete messi? Le avete le mascherine?”)

La spesa fatta in fretta e furia, spronati dagli altoparlanti come quelli di Masterchef che corrono in dispensa prima della prova.

(“Nonna, ma davvero i Gingerini come prima cosa nella lista della spesa?”)

E poi basta. Il lievito di birra che diventa bene rifugio, i corsi di yoga in diretta Instagram, il brivido che corre lungo la schiena quando butti l’umido nel bidone dell’isolato dopo il tuo per fare più di dieci passi, i lanciafiamme di De Luca.

C’era il sentore di doversi preparare, non ci siamo preparati. Se ti prepararvi passavi per scemo. I decreti facevano un passo avanti e due indietro. 

Adesso siamo un po’ tutti qua, in pigiama, che programmiamo i rinfreschi del lievito madre, la maratona di Harry Potter, l’autocertificazione del giorno.

Ma infine usciremo a riveder le stelle.

“Medico con decennale esperienza dietro al bancone del bar, prepara ottimi cocktail di farmaci. Nata stanca, ha la presa salda della madre, rigira bene le frittate e appena viene verde le suonano il clacson”

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