Riflessioni a Massimo Volume

MASSIMO VOLUME – TEATRO TONIOLO, MESTRE 11/04/19

“Vi guardavo prima, siete bellissimi!”

Basterebbero queste parole, rivolte da Emidio Clementi al pubblico dopo poche canzoni, per mandare tutti a casa, ancora più innamorati.

L’amore per un culto sotterraneo, quasi privato, che si sa di condividere con un numero ristretto di persone da più di 25 anni, che sale in superficie durante le esibizioni dal vivo, per poi tornare tra le proprie mura domestiche riacceso dai solchi di un disco, aspettato quasi come il verbo di un messia.

Emidio Clementi è quanto di più lontano su un palco ci possa essere dall’idea di sciamano alla Nick Cave o di cantore della gente comune alla Bruce Springsteen: ma le sue parole, centellinate, attese, mai superflue, così come la musica dei suoi compagni di viaggio, hanno una potenza che solo le grandi narrazioni possono avere e, di conseguenza, meritano l’attenzione riservata ai più grandi.

Il teatro Toniolo di Mestre è poco più di una piccola abside e, non fosse per i palco di fronte, sembrerebbe veramente di essere all’interno di una chiesa: per il numero esiguo di persone al suo interno (al contrario del resto del tour, spesso sold-out) e per un impianto che offre una resa acustica che ricorda molto più quella delle parrocchie di paese che quella di un teatro (e che non renderà merito ai nostri, come si dovrebbe).

Dopo 6 anni di assenza, i Massimo Volume tornano per presentare il loro ultimo album “Il nuotatore” (42 records) e lo fanno con tour nei teatri, una dimensione più raccolta ed elegante, rispetto ai club nei quali eravamo abituati a vederli.

Sul palco ad accompagnare Emidio Clementi (voce e basso), Egle Sommacal (chitarra) e Vittoria Burattini (batteria), nucleo storico della band, non più la carica dirompente di Stefano Pilia ma l’eleganza e la tecnica della chitarra di Sara Ardizzoni, vista negli ultimi anni con Cesare Basile e nel progetto solista Dagger Moth (andatela a vedere dal vivo, non ve ne pentirete).

L’incipit è spiazzante: Egle irrompe con il riff di Litio, brano monumento di Cattive abitudini (2010), l’album del loro ritorno sulle scene dopo undici (lunghissimi) anni di silenzio ed è un inizio che stravolge gli animi del pubblico, già in bilico tra commozione e voglia di urlare insieme ad Emidio.

Ma questi non sono più i Massimo Volume degli anni ’90, quelli di Stanze e Lungo i bordi, l’urgenza espressiva e le violente declamazioni di Emidio, sono virate verso un racconto più intenso ed emozionale, con connotati che mescolano sapientemente la storia pubblica e privata, intrecciando le vicende di personaggi celebri con l’intimità familiare del narratore.

Gli ultimi due album, Aspettando i barbari ed Il nuotatore sono costruiti entrambi su questa metodologia narrativa e proprio su di loro è imperniato tutto il concerto, in cui ritroviamo un Emidio decisamente più gioviale ed aperto al pubblico, rispetto a quello degli ultimi live (quasi incredibile se ripensiamo ai concerti dei primi album).

La lunga serie di reading dedicati ai propri scritti e gli ultimi progetti con Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò (Notturno americano e Quattro quartetti, spoken word incentrati sui testi di Emanuel Carnevali ed T.S.Eliot), ce lo hanno restituito come un frontman meno glaciale, più affabulatore, con venature addirittura ironiche nei siparietti con il pubblico, anche se quella figura alta e magra, con qualche ruga in più mantiene sempre quella giusta autorevolezza per reggere la forza delle sue parole.

Scorrono così Una Voce a Orlando, Nostra Signora del caso, Amica Prudenza, La ditta di acque minerali anime centrali dell’ultimo lavoro, nelle quali si dipana la tematica della paura contrapposta al desiderio, della voglia di fare irrigidita dallo spettro del fallimento e Dymaxion Song, Silvia Camagni e Compound, con l’incedere marziale della chitarra di Egle e del drumming di Vittoria.

Sono passati sei anni e quel titolo enigmatico ci riappare davanti agli occhi: gli spettri emergono ovunque e il clima di questo 2019, sembra voler confermare che i barbari all’epoca forse solo alle porte, siano già probabilmente in mezzo a noi.

Prima del finale, che ricalca gli ultimi due pezzi dell’ultimo album, la title track.

Leggetevi il racconto di John Cheever alla quale si ispira, riguardatevi la magnifica foto di copertina dell’album: il nuotatore è una sintesi perfetta della solitudine dell’uomo odierno, spesso rintanato dietro una maschera (uno schermo?) che non ci si vuole togliere per vedere qual è la realtà che si cela dietro. Clementi amplifica il concetto del “nuotare”, citando Deleuze, come metodo per arrivare a comprendere, a conoscere quello che è la nostra esistenza, per vincere le paure e riuscire a cambiare direzione quando necessario (sì, proprio come in Tarzan).

Il concerto finisce, il pubblico vibra ancora, quasi ci fosse un filo unico a collegare tutte le persone in platea, iniziano i bis con La cena e poi il black-out.

Un black-out emotivo, irrazionale, sperato ma non previsto: irrompono Il primo dio e Fuoco fatuo dal 1995, da Lungo i bordi e sembra di iniziare ad ascoltare un nuovo gruppo, qualcosa di piombato all’improvviso dentro al teatro a sconvolgere il tessuto di parole e musica intrecciato per più di un’ora.

Sembra qualcosa di stonato, ma dannatamente potente, ancora più potente di quello ascoltato fino a quel momento: fa pensare al nostro dentro conquistato e poi sempre squarciato, perduto.

Sono solo otto minuti e sembra che il concerto sia stato tutto dentro quelle due canzoni, che il senso di tutto sia in quella angosciosa domanda che Emidio ci urla alla fine: Leo è questo che siamo?

Li rivedremo tra giugno e luglio per tre date insieme ai Giardini di Mirò, a Verona, Milano e Roma, nel più bel regalo che la musica italiana potesse farci in questo 2019.

Tutto qui.

Setlist

Litio

Una voce ad Orlando

Dymaxion song

Le nostre ore contate

Amica prudenza

Nostra Signora del Caso

Fred

La ditta di acqua minerale

L’ultima notte del mondo

Silvia Camagni

Compound

Il nuotatore

Mia madre & la morte del gen. Josè Sanjurjo

Vedremo domani

La cena

Il primo dio

Qualcosa sulla vita

Fuoco fatuo

Previous PostNext Post

“Ferrara. Sono ancora soltanto a Ferrara. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella nebbia. Nascevo nel posto peggiore del mondo, e ancora non lo sapevo: per settimane e centinaia di miglia su per strade e fiumi che serpeggiano attraverso la nebbia come un cavo elettrico, senza nessun Kurtz nel quale inserire direttamente il terminale.”

Related Posts

Leave a Reply

My New Stories