Un cuore poliedrico: Pablo prima di diventare Picasso

Un cuore poliedrico: Pablo prima di diventare Picasso

illustrazione a cura di Giulia Bizzarri

Tutti siamo a conoscenza delle glorie del grande Picasso nella circostanza cubista: artista controverso, fa da cardine allo sviluppo delle successive avanguardie novecentesche e si pone come pilastro nella storia dell’arte moderna e contemporanea. 

Tutti siamo a conoscenza del suo manifesto iconico contro la guerra civile spagnola del ’37, delle sue geometrizzazioni cubiste appoggiate da un forte cromatismo, della sua smisurata produzione di opere e dell’altrettanto smisurato assortimento di donne.

Ma prima?

La leggenda vuole che la prima parola da lui pronunciata fosse ‘lapiz’, matita, e che fin da piccolo rivelò una precoce inclinazione verso disegno e pittura, portandolo a dipingere come Raffaello; poi ci mise una vita per «dipingere come un bambino».

La grande avventura picassiana è cominciata nel settembre del 1900, al momento dello sbarco alla stazione d’Orsay, accompagnato da due amici anch’essi spagnoli, anch’essi pittori: Pallarés e Casagemas.
Non ancora ventenne, era stato convinto a trasferirsi a Parigi sia da leggende relative a Steilen e Toulouse-Lautrec, sia perché invitato a rappresentare l’arte del proprio Paese al Padiglione Spagnolo dell’Esposizione Universale. 

Prese casa a Montmartre, dove si erano stabiliti altri grandi della storia dell’arte: dal quartiere popolare iniziò l’avventura che lo avrebbe condotto ad imporsi sulla scena internazionale quale centro nevralgico di riferimento assoluto. Per il primo periodo non rimase stabilmente a Parigi, ma altalenava i soggiorni francesi a quelli spagnoli. 

Uno degli amici spagnoli che lo accompagnarono in Francia, Carlos Casagemas, non riuscendo più a sostenere la pesantezza dell’amore non corrisposto e dei molteplici tradimenti messi in atto dall’amata, durante una cena al ristorante di Boulevard de Clichy, si uccise con un colpo alla tempia. La morte dell’amico investì emotivamente il giovane Picasso: «Quando mi resi conto che Casagemas era morto, incominciai a dipingere in blu» (L. Corchia, Picasso: quando il colore fa rima con dolore. Il ‘periodo blu’ nato dopo il suicidio di un amico, RestaurArs, 2015). Dal 1901 al 1904, difatti, la tavolozza è riservata ai monocromi delle tonalità bluastre: coinvolto sensibilmente, la rappresentazione si fa esule di elementi decorativi, ridotta all’essenziale in volontà di denuncia. Circondati da una non così silenziosa malinconia, i personaggi sono perlopiù mendicanti, esiliati anche all’interno della tela stessa in quanto ritirati nel loro nucleo, fulcro di uno sfondo prettamente profondo e scuro, per un’illustrazione sincerissima di povertà, decadenza e deterioramento. 

Immagine che contiene testo, uomo, sedendo, indossando

Descrizione generata automaticamente  Immagine che contiene interni, persona, sedendo, nero

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Vecchio cieco e ragazzo, 1903                 La celestina, 1904                                     La vita, 1903
Mosca, Museo Puškin                               Parigi, Musée National Picasso                Cleveland, Museum of Art             
                  

Dal 1904 abbandona il monocromo freddo, ora da lui considerato impersonale, per abbracciare tonalità calde, nelle cromie del rosa, ocra e marrone: è un Picasso “più francese”, come dice Gertrude Stein.
Non v’è la completa rinuncia al blu, che invece persiste e rimane quasi costante, come a voler ricordare (e ricordarsi) del trascorso; o anche nella volontà di mantenere con sé un ritaglio di quel vissuto, per non perdere memoria dell’abisso della morte dell’amico.
Fino al 1906, clown, saltimbanchi e ballerine vengono accolti da tonalità più tenue, con maggior riguardo verso la percezione di spazio e volume; qui la malinconia si fa più ovattata, sempre tangibile ma sottile, percettibile in un’intima sensibilità. La volontà del contrappunto al periodo precedente si rende concreta nella rappresentazione dei personaggi mai in azione in quanto circensi, ma sempre dietro le quinte, in una comprensione della difficoltà del dover ‘far ridere’, imprescindibilmente. 

Immagine che contiene fotografia, edificio, gruppo, vecchio

Descrizione generata automaticamente   Una delle mostre più belle del 2018? Picasso in Blu, Rosa e Ocra a ...   Immagine che contiene persona, interni, fotografia, sedendo

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Famiglia di saltimbanchi, 1905                                Famiglia di arlecchino, 1905           Acrobata e giovane arlecchino,
Washington D.C., National Gallery of Art              Göteborg, Konstmuseum                 1905. Collezione Privata

Tra il termine del 1906 e il 1907, Picasso si concentra in una sperimentazione dell’arte africana, cosiddetta negra. L’influenza è stata determinata dalla visita al museo etnografico Palais du Trocadéro: viene affascinato dalla plasticità dell’artigianato africano e dalla loro facoltà di trasferire e far percepire l’espressività tramite le maschere. L’approccio innovativo vede insita la volontà di trovare un linguaggio vergine, incontaminato; il fascino di una nuova visione, l’esigenza di rivolta contro la cultura, i canoni, le convenzioni.
«Poco alla volta, il suo disegno si indurì, il tratto si fece più fermo, il colore più vigoroso; naturalmente non era più un ragazzo, era un uomo. Poi, nel 1905, dipinse il mio ritratto (…) Si era completamente vuotato dell’ispirazione del periodo degli arlecchini; si sentiva di nuovo spagnolo» (Gertrude Stein, Picasso, Adelphi Edizioni, Milano 1973, 16° ed.)
        Immagine che contiene edificio, vecchio, marrone, tavolo

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Ritratto di Gertrude Stein, 1906        Testa di donna, 1908                           Donna seduta (Meditazione), 1908
New York, Metropolitan Museum     New York, MoMa                              San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage

È immediato ricondurre questo periodo ad un proto-cubismo, che non rinnega i tempi precedenti; piuttosto si fa forte degli stessi nella determinazione di una scansione temporale ben marcata da influenze.

La sintesi più perfetta che sancisce il termine di queste successioni e la nascita di quello che poi diverrà cubismo, è rappresentata ne Les demoiselles d’Avignon. 

Immagine che contiene testo, gruppo, fotografia, mucchio

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Les demoiselles d’Avignon, 1907
New York, MoMa

A partire dalla distruzione della prospettiva rinascimentale, nello sforzo di rendere la forma plastica attraverso l’osservazione da vari punti di vista – partita con Cézanne –, si assiste ad una nuova dimensione dello spazio pittorico, una nuova strutturazione, con lo stravolgimento del concetto di spazialità tradizionale. Avvalendosi di una prospettiva spaccata e della forza primitiva, un forte eclettismo permea la tela: il colore è saturo, anossico, che coglie le tonalità rosee del 1904 per complementarle alla malinconia del blu ed alla durezza africana. Lo sconvolgimento del tema classico delle bagnanti e della rappresentazione tradizionale della natura morta si fonde perfettamente in quello che è il manifesto del Picasso pre-cubista, ma che al contempo è anche trampolino di lancio per quello che sarà il Picasso cubista e post-cubista.

«Si è detto spesso che l’artista deve lavorare per se stesso, per “amore dell’arte”, e disprezzare il successo (…) È falso! L’artista ha bisogno del successo, e non solo per poterne trarre di che vivere, ma soprattutto per realizzare la propria opera. Anche un pittore ricco deve aver successo. Pochi capiscono qualcosa di arte, e non a tutti è dato di aver sensibilità per la pittura. La maggior parte delle persone giudica l’opera d’arte dal successo. Perché allora lasciare il successo ai ‘pittori di successo’? (…) Io volevo dimostrare che si può aver successo a dispetto di tutti, senza compromessi”. (Brassaï, Conversazioni con Picasso, Umberto Allemandi & C., Torino 1996, pp. 181-182)

Fervida romagnola, sempre aperta alla discussione sul ripieno dei cappelletti. Goffa per natura, le mie facoltà da guidatrice vanno in tilt quando alla mia destra, in autostrada, c’è un camion. L’indirizzo dei miei studi è troppo artificioso: per semplificare, continuerò senz’altro a studiare storia dell’arte in tutti i suoi annessi. p.s. La mia giraffa peluche si chiama Gatto.

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