Yovo per un mese: CAPITOLO 10

L’oceano atlantico

Hévié, 10 Luglio 2013, ore 8:30

    <Finalmente posso indossare gli abiti tradizionali fatti su misura per me. La sorella di Eusebe ha fatto un vero capolavoro. E pensare che per riscaldare il ferro da stiro che utilizza deve inserirgli le braci ardenti; è come uno di quelli che avevo solo visto abbandonati sulle mensole di mia nonna. Mi sentirò un vero beninese durante la gita odierna.>

    Ore 21:30

    <Abbiamo atteso per più di un’ora il pulmino che avevamo prenotato. Una vera carretta, in Benin la manutenzione non si può definire ordinaria. Un classico pulmino da 9 persone modificato per poterne ospitare quante più possibili. Le due file di sedili posteriori hanno lasciato il posto a quattro file di panchine talmente vicine da dover tenere le gambe rannicchiate. Una volta a bordo eravamo in 22, stretti come sardine, in un mezzo che sembrava dovesse lasciarci a piedi da un momento all’altro. Quando ha iniziato a piovere, i passeggeri appiccicati alla portiera, non hanno potuto far altro che bagnarsi dato che i finestrini bloccati non si chiudevano.

Forse sono influenzato dalla mia contrarietà al concetto di zoo ma, ad essere onesto, la visita è stata una grossa delusione. Sapevo che non potevo aspettarmi un safari ma mi sarei aspettato comunque qualcosa di più selvaggio essendo in Africa. Il posto sembrava più un canile che una struttura turistica. Piccolo e mal gestito.

Non essendoci quasi turismo estero, in effetti, se devono puntare su visitatori autoctoni non credo ricavino gli introiti sufficienti da investire in strutture migliori. Molti dei recinti, già poco numeri, erano vuoti e fatiscenti; mentre la guida, svogliata e per nulla professionale, risultava irritante. Solo il leone è riuscito a stimolarmi. Palesemente frustrato ed annoiato, ciondolava avanti e indietro senza dare segnali di irrequietezza. Quando con un balzo felino, è scattato verso di noi facendoci scappare dalla paura nonostante le sbarre. Voltandomi in preda allo spavento, sono inciampato in una radice franando al suolo. E poi quel boato, quel ruggito così forte da rompere i timpani, un rumore penetrante da far tremare le ossa.

Per fortuna però, più tardi, sono riuscito a vedere l’oceano. È stata la prima volta che mettevo i piedi nell’oceano Atlantico ed è stata un’esperienza mozzafiato. Maestoso ed impetuoso al punto di incutere timore. Era mosso da onde alte quasi dieci metri che non permettevano di fare il bagno, il risucchio aveva una forza tale da essere pericoloso. Mettere i piedi in quell’acqua ghiacciata è stato come entrare in contatto con un’entità viva, un essenza atavica che suscita soggezione e rispetto. Il fragore, provocato da l’infrangersi delle onde, era un suono prorompente. Abbiamo passato qualche ora su quella spiaggia deserta godendo della magnificenza di una natura incontaminata. Finché alcuni barboni, accampati in tende improvvisate, ci hanno avvicinato intimandoci di andarcene. Non credo fossero pericolosi ma, per non stare a discutere, gli abbiamo dato qualche soldo per rimanere nel ‘loro territorio’.

Abbiamo pranzato al sacco con un pane fritto ricoperto di zucchero. A dirlo così sembra un’assurdità, ma era di una bontà spaziale. Ad accompagnare il pane c’erano le immancabili banane, quelle piccole piccole e così dolci da far venire il diabete. Come mai da noi non sono così?! Non sembra neanche lo stesso frutto. Ne avevamo di ogni genere: fresche, fritte, secche, condite; tutte gustosissime.

Non riesco a rassegnarmi all’idea che tutti quei bambini non avevano mai visto l’oceano, pur avendolo a soli 30 minuti d’auto. Va così, non c’è spazio per il superfluo.

Al ritorno ho visto cose impensabili: una macchina trasportava una bara infilata nel baule, spero vivamente fosse vuota; un’altra con un capretto morto e la testa che penzolava fuori lasciando una scia di sangue alle sue spalle.

Siamo stati invitati a cena da una delle tante sorelle di Eusebe, è una ragazza giovane che fa la maestra ma viene mal vista dalla famiglia in quanto convive senza essere sposata. Il clima era molto ospitale ma, come avviene ogni volta che non ceniamo alla maison del prete francese, delle posate neanche l’ombra. All’assenza dei tovaglioli ormai mi sono rassegnato ma, mangiare con le mani continua a mettermi in difficoltà, non tanto per una questione di pudore ma proprio perché non è così semplice come potrebbe sembrare, soprattutto in un posto dove il riso non manca mai. 

E poi è venuto fuori il gossip. Il padre di Eusebe era bigamo. In realtà nulla di trascendentale, semplicemente ha avuto pubblicamente, per più di dieci anni, un’altra donna. Nessuna poligamia tribale, una cosa molto comune anche nel cosiddetto mondo moderno.  

Anche perché, qui, i precetti del cristianesimo sono recenti e ci vuole parecchio tempo perché vengano interiorizzati modificando cultura e società. La stessa struttura familiare è diversa: non ci sono zii, cugini, parenti acquisiti, primi gradi e secondi gradi; si è tutti un’unica famiglia allargata. Ho scoperto solo ieri che una delle ‘sorelle’ di Eusebe in realtà è una cugina che è sempre vissuta con loro. È usanza affidare i propri figli ad altri famigliari, o addirittura amici, per necessità o per dar loro maggiori opportunità (come può essere vivere vicino ad una scuola, con la zia che insegna a cucire o lo zio che ha bisogno di aiuto in negozio). Il nonno di Eusebe aveva 4 moglie e 15 figli. Fate un po’ voi…>

Quando si è invitati a cena le cose vanno grossomodo così: come primissima cosa viene servita, con tanto di inchino, l’acqua come simbolo di accoglienza, su richiesta personale me ne veniva versata anche un po’ sulle mani per permettermi di lavarle. Mi è capitato di mangiare anche seduto su ceppi di legno in giardino, ma solitamente ci si accomoda sul divano dove viene servita la cena. I bimbi mangiano seduti sul pavimento. C’è un piatto principale riservato agli ospiti e al padrone di casa, mentre a donne e bambini spetta un menù decisamente più povero. Le bevande sono comprate al momento dopo aver preso le ordinazioni, il fattorino prescelto è il figlio maggiore. Sempre ed esclusivamente, quando ci sono ospiti a cena, chi non ha elettricità attacca un generatore che oltre al frastuono produce un odore nauseabondo di carburante. L’influenza europea, come ho già avuto modo di dire, inizia a farsi sentire tant’è che nell’unico “ristorante” dove sono andato, tra le loro portate, era stato da poco eliminato il cane. Capisco le ire dei miei amati concittadini ma, personalmente, non la trovo una cosa così scandalosa. Qui i cani sono tutti randagi, non esiste il concetto di animale da compagnia, non hanno la cultura del ‘Pet’. Perciò anche il cane è visto come un animale qualsiasi, come per noi potrebbe essere una gallina o un capriolo. Senza entrare nei discorsi di natura teologica per cui non vengono mangiate le mucche perché considerate sacre o altri casi analoghi, basti pensare che gli americani vedono noi italiani come assassini che mangiano i conigli mentre loro li trattano come animali domestici al pari dei cani. Quindi non farei delle condanne sommarie reputandoci esseri superiori.

    <Ho un dolore tremendo allo stomaco. Che non sia stato quell’unico bicchiere d’acqua che mi sono concesso?! Non avevano acqua confezionata e io mi ero dimenticato la bottiglia che mi porto sempre appresso. Accidenti a me, avevo una sete atroce e non ho resistito, era così limpida.. spero davvero che non sia nulla e che dormendo mi passi.>

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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