Yovo per un mese: CAPITOLO 4

Hévié, 1 Luglio 2013

<Anche questa sera scrivo a lume di candela. I cavi dell’alta tensione sono come liane e la strada una giungla. Devi continuamente schivare quelli che penzolano ad altezza testa, poiché i pali che li sorreggono  (assomigliano a lunghi rami trovati in spiaggia), non di rado sono pericolosamente inclinati.

Non potrebbe essere diversamente dato che, la maggior parte di quei cavi è abusiva, ognuno si compra il proprio e attaccandosi alla linea pubblica se lo tira fino a casa.

D’altronde, non aver corrente, qui non è una gran rinuncia dato che non posseggono praticamente nessun elettrodomestico. Solo i più ricchi hanno la televisione, mentre lavatrice e lavastoviglie sono macchinari mitologici di cui non tutti sono convinti dell’esistenza. Mi allibisce questa ‘ignoranza’. Non sono riuscito a farmi una ragione del fatto che uno dei fratelli di Eusebe non abbia mai sentito nominare Mozart, o che creda che l’Italia sia dentro Roma. La madre, quando le ho detto che a casa avevo un macchinario che asciugava i panni bagnati, a stento concepiva il senso della cosa, anche perché, effettivamente, qui sarebbe meno utile. E sì che spesso indossano abiti umidi, ma, come per ogni cosa, finché non ci si abitua alle comodità non se ne percepisce il bisogno.>

Ritengo doverosa una breve nota a margine.

La mia incredulità, all’epoca del viaggio, era senz’altro dettata da un punto di vista ottusamente occidentocentrico. Inoltre, è interessante specificare come, dopo altri 6 anni in Italia, Eusebe, tornato stabilmente a casa, abbia scoperto che la diffusione di internet anche in Benin aveva creato non pochi problemi dal punto di vista della serenità culturale. Si è iniziato a vedere e desiderare ciò che non si possiede, e questo non sempre spinge verso un positivo moto di miglioramento della propria condizione, soprattutto se non si è a conoscenza del costo che quello sviluppo comporta. Sviluppo non è sinonimo di evoluzione.

Non secondarie sono le negative ripercussioni psicologiche dettate dalla maggior sensazione di deprivazione. Questo scenario dovrebbe far riflettere. Non essendo assolutamente qualificato per parlare di flussi migratori e geo-politica affido il mio pensiero ad un esempio: quando lavoravo in una comunità per minori extracomunitari chiesi ad un ragazzo perché aveva rischiato la vita per andarsene da un paese che non era in guerra. E perché avesse scelto proprio l’Italia “dato che da noi farai anche fatica a trovare lavoro”, aggiunsi. Dopo un po’ di esitazione mi spiegò che lui non conosceva neanche l’Italia, lui voleva venire in Europa, non gli importava dove, perché l’Europa la è vista come il “cielo”. Approfondendo la spiegazione capii che intendeva il ‘paradiso’. Mi disse che, venendo qui, credeva avrebbe fatto la bella vita, magari il calciatore professionista, o un lavoro stabile, bei vestiti, bei cellulari e una bella casa. “È così no che si vede sui social”. Poveretto che delusione stava vivendo, sicuramente non aveva trovato il paradiso.

<Questa mattina, come da programma, siamo stati all’udienza col tutor del percorso spirituale di Eusebe. L’ufficio era piccolo, disordinato e con le pareti sporche. Il Vicario era letteralmente stravaccato su di una poltrona visibilmente usurata. Gli indumenti erano morbidi e larghi, con una scollatura da far impallidire Tony Manero. Per quanto non ne capissi il contenuto, mi sono accorto che la conversazione aveva un tono molto più rilassato di quel che mi sarei aspettato. La cosa eclatante è  che questa autorità religiosa, mentre parlava, si ‘spulciava’ i piedi. Si raschiava i calli con le lunghissime unghie della mano. Una scena raccapricciante. 

Finalmente usciti dal quel bugigattolo mi è sembrato di poter tornare a respirare. Direzione mercato. Ero gasatissimo, dovevo comprare le stoffe per un vestito, la sorella di Eusebe mi aveva promesso di farmene uno tradizionale su misura. Nulla a che vedere con l’alta sartoria, ma qui non esistono vestiti confezionati. Ci sono solo bancarelle di stoffa, tantissime, coloratissime e bellissime. Ho comprato 2 metri di una fantasia e 2 metri di un’altra, con la speranza di ottenere 2 vestiti.

La  strada principale, miracolosamente asfaltata, si diramava in strette vie laterali. Veri e propri cunicoli dove il sole filtra tra lamiera e sacchi di juta disposti per preservare all’ombra i venditori. Ogni oggetto è sfuso e viene imballato al momento dell’acquisto. Ho comprato cose meravigliose, credo proprio che dovrò procurarmi una valigia extra solo per i souvenir.

Ad avere tutti gli occhi puntati, ormai ci avevo fatto l’abitudine, ma gli sguardi non erano gli stessi: c’era diffidenza e timore. La riprova l’ho avuta al primo tentativo di fotografia. Non capivo perché. Eusebe mi ha spiegato che i sospetti si fondano sulla paura che le foto vengano usate in Europa per raccolte fondi di cui non vedranno mai i profitti. Non vogliono che si strumentalizzi la loro povertà con foto compassionevoli.

Di ritorno a casa ci siamo fermati dalla sorella si Eusebe per farmi prendere subito le misure e lasciarle le stoffe. È stata una bella giornata, ma purtroppo finita in fretta: il sole tramonta presto, verso le 19 tutto l’anno, essendo vicini all’equatore. La notte non viene vissuta come da noi, la sera non si esce, non c’è illuminazione pubblica e diventa tutto molto complicato.

Non avendo bilance o specchi non ne ho la certezza, ma mi sento dimagrito. Il cibo non scarseggia, ma difficilmente mangio qualcosa davvero di gusto. Inoltre, forse per il caldo, sento proprio meno appetito. Forse è una cosa comune qui, dato che di regola non si pranza. Il pasto di mezzogiorno come lo conosciamo non esiste, non ci si siede a tavola. Quando si ha fame si prende al volo qualcosa alle bancarelle per strada. A cena ho mangiato la papaia per la prima volta: non mi è piaciuta, ma col limone diventa interessante.

Che bello quel baobab che si vede dalla finestra della mia camera, è davvero immenso. Ci passiamo accanto ogni giorno, ma Eusebe non si vuole fermare: dice che è pericoloso, è la casa di una setta Vudù. Non so quanto ci sia da angosciarsi realmente, ma è certo che devo toccare quel tronco gigantesco. Domani proverò a convincerlo: di andare da solo, di nascosto, non me la sento.>

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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