Yovo per un mese: CAPITOLO 5

CAPITOLO 5

Abomey, 3 Luglio 2013

<Non c’è tempo per il ‘baobab del Vudù’, ci attende un lungo spostamento.

130 km, 3 ore di viaggio: la viabilità qui non è il pezzo forte, anche solo spostarsi diventa un esperienza. Partenza all’alba con auto prestata dalla facoltosa nonna di Elvè, grande amico e compagno di seminario di Eusebe. Tra gli optional della vettura era compreso anche l’autista, un signore tanto garbato quanto spericolato alla guida. Quasi perdo i sensi dovendo inalare le esalazioni rilasciate dalla tanica di benzina che mi è stata affidata in mezzo alle gambe, per evitare l’asfissia abbiamo tenuto il finestrino costantemente spalancato, consentendo a delle letterali nubi di polvere di entrare: oltre al danno la beffa. Un tragitto snervante.

Abomey è la vecchia capitale del Regno di Dahomey e nel museo di storia, che occupa due palazzi reali, è ancora conservato un trono costruito da teschi umani. Una volta arrivati, la prima tappa è stato un sito archeologico scoperto recentemente per caso. Un sistema di gallerie sotterranee per nascondersi da non ho capito quale tribù. D’altronde, come ci hanno spiegato, il periodo pre colonizzazione era parecchio sanguinario. Un rifugio davvero notevole, tutto rigorosamente in terra senza bisogno di alcun supporto. Un nascondiglio complesso, articolato in diverse stanze molto ampie da poter ospitare evidentemente l’intera popolazione locale. Un vero villaggio sepolto, una sorta di termitaio. Non è difficile supporre che abbiano preso spunto proprio dalle tèrmiti dato che nei paraggi è pieno di maestosi nidi di terra alti come WaTussi.>

Sintetica e sommaria panoramica dei passaggi di potere nell’attuale Benin:

Territorio suddiviso in Regni; il più importante ed esteso è il Regno di Dahomey.

Tardo ‘400 arrivo degli europei per instaurare Tratta degli Schiavi nella neo scoperta America.

1894 colonizzazione; i Re vengono destituiti e il paese unito sotto un governo Francese che inizia l’opera di evangelizzazione.

1° Agosto 1960 indipendenza; i Francesi però mantengono un’egemonia economica e politica indiretta pilotando i ‘governi fantoccio’.

1972 colpo di stato: il ‘Generale’ Mathieu Kérékou instaura una dittatura Marxista.

1975 da Regno di Dahomey diventa Repubblica Popolare del Benin in modo che il nuovo nome fosse neutrale per tutte le 50 etnie che vivono il paese.

1990 democrazia; vengono indette le elezioni e vince il ‘Generale’. 

Il suo successore riabilita le tradizioni Vudù inimicandosi i Cristiani, che sono la maggioranza della popolazione (il 48% della popolazione è Cristiana, il 27% Musulmana e solo 11% Vudù. Il restante è di altre spiritualità). Torna in carica il ‘Generale’.

Ad oggi è una Repubblica Presidenziale

<Finito questo tour sorprendente, ci siamo fermati a fare un brunch nel vicino villaggio. La roba dolce, per il momento, sembra essere un miraggio ed effettivamente di obesi neanche l’ombra. Ho lasciato le ordinazioni ai miei esperti compagni di viaggio e mi sono ritrovato ad ingurgitare un piccantissimo e ‘cipollosissimo’ riso. Come sempre né tovaglia né tovaglioli: ormai potrei quasi offendermi se vedessi un pezzo di carta a tavola. Le mani le ho lavate, esclusivamente a seguito di esplicita richiesta, con l’aiuto della cameriera che versava direttamente l’acqua da una brocca.

Prima di ripartire abbiamo fatto un giro nel paesino dove, tolto il banano fiorito, il resto mi ha davvero affranto.  Solo case di terra, bambini sporchi e vestiti di stracci che bevevano da una ciotola acqua di colore marrone. Senza addentrarsi in riflessioni sociologiche, credo che, qui nell’entroterra, risentano della lontananza dal prolifico oceano: poveri tra i poveri. È stato avvilente scontrarsi con la drammatica povertà africana che, fino ad oggi, avevo vissuto solo nelle sue sfumature romantiche. 

Al ritorno, senza la tanica di benzina vuotata con l’imbuto nel serbatoio, è andata decisamente meglio, finché lo ‘stuntman’ che conduceva l’auto non ha pensato bene di investire una gallina come se nulla fosse. Ho fatto giusto in tempo a vederla strisciare con le ali giù di strada, trascinandosi le zampe spezzate. Una scena raccapricciante.

Percorrendo una delle pochissime strade asfaltate ci siamo fermati: questa via principale, che collega le città, è fiancheggiata da una miriade di villaggi e singole abitazioni; per lunghi tratti, devi procedere a velocità d’uomo, per non investire le orde di ragazzini che si assiepano intorno alla macchina sventolando sacchetti gialli contenenti frutta da vendere. Aperta la portiera mi hanno travolto, tutti volevano toccarmi e quasi si azzuffano facendo a gara per vendermi il loro sacchettino. Sono sceso e mi sono goduto il momento, mangiando  frutta e godendo dell’entusiasmo che si era generato sul ciglio della strada. Per me, che sono venuto a caccia di autenticità, è stato un momento magico.

Arrivati a casa ci siamo fermati dai genitori di Eusebe. Ho chiesto di andare in bagno e mi hanno indicato la direzione. Fuori casa, in giardino. Quello che credevo fosse il ripostiglio per gli attrezzi  è in realtà il bagno, un casupolo in alluminio di 1 metro quadrato. Il meccanismo è molto semplice: un buco a terra da ricoprire con un asse di legno quando si ha terminato; su come vengano rimossi gli escrementi, una volta che il buco è pieno, non ho avuto il coraggio di chiedere.

La sorella di Eusebe ha preso le mie misure per cucirmi i vestiti. Le stoffe che ho comprato al mercato le sono molto piaciute. Sono l’unico a non indossare abiti tradizionali e non nego la volontà di camuffarmi un po’, non solo per passare più inosservato, ma per integrarmi e immedesimarmi ulteriormente nel clima del viaggio. Non vedo l’ora di vedere il lavoro finito per poterli indossare.

Giocare coi fratelli di Eusebe è un po’ complicato, hanno poco e niente, ma ci si diverte sempre. Questa sera mi hanno insegnato un gioco con le biglie magnifico, domani compro le mie, così potrò giocare con loro, dato che lo scopo è vincere quelle altrui. 

Nel bel mezzo della sfida è rientrato il capo famiglia, non aveva né pranzato né tanto meno fatto colazione e non per qualche inconveniente, ma per pura abitudine. Aveva una busta di plastica nera che ormai ho imparato a tradurre in cibo. Tant’è che, in quattro e quattr’otto, ancora in piedi e direttamente con le mani, mangia tutto il contenuto appena comprato in una qualche bancarella di strada, si butta sulle dita un po’ d’acqua versata dal bicchiere, beve e infine getta la busta vuota a terra nel suo giardino. Sbam! Devo dire che un po’ invidio questa trascuratezza, mi solleverebbe da tante attenzioni doverose, ma che per fortuna ritengo necessarie.

Domani è il grande giorno, si parte per Aguégués. Staremo tre giorni, perciò devo preparare lo zaino.>

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Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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