Yovo per un mese: CAPITOLO 6

CAPITOLO 6

    Aguégués (/Agheghè/), 4 Luglio 2013

    <Scrivo da dentro una zanzariera che mi copre come un baldacchino. Io ed Eusebe (anch’esso protetto da una rete che abbiamo fissato con chiodi alla parete) dormiamo su materassi posati sul pavimento. Qui la malaria incombe e io sono spaventato malgrado le pastiglie che, da profilassi, quotidianamente assumo. Finora non mi ero mai preoccupato anche perché, a dispetto di tutto il terrorismo psicologico pre-partenza, non mi sono ancora imbattuto in una zanzara e, avendo il retaggio della pianura ferrarese, per me equivaleva a serenità paradisiaca. Ma qui siamo in un villaggio palustre e a quanto pare la malaria serpeggia.>

Da quel che ho potuto cogliere, la malaria non terrorizza come potremmo immaginare. Si, è una malattia molto grave, soprattutto per la sua dilagante diffusione e per il tasso di mortalità in età infantile, ma, superati i 5 o 6 anni, gli effetti sono quelli di una brutta influenza con febbre molto alta. Non vorrei essere frainteso e ci tengo a specificare che, dietro a tali parole, non c’è nessuna ricerca approfondita, ma solo la parafrasi di ciò che mi dicevano i locali. Nei 30 giorni di mia permanenza ho incontrato più di un ragazzo con sintomi malarici  in atto e io stesso sono rimasto sorpreso che venissero affrontati con estrema naturalezza. Ciò che più mi allarmava era l’apprensione di Eusebe nei miei confronti. Si riteneva responsabile della mia salute e, inoltre, riteneva che io fossi molto più delicato, non essendo ‘forgiato’ nel continente nero. In merito alla malaria, per fortuna, non  abbiamo mai avuto la riprova se le sue preoccupazioni fossero fondate. 

    <L’attesa per la partenza è sembrava infinita. Speravo di partire serenamente in giornata e invece siamo partiti alle ore 20 col favore delle tenebre.>

L’aspetto davvero sconvolgente dell’Africa è la completa assenza di organizzazione e orari. I concetti di appuntamento, puntualità e fretta sono sconosciuti. Bisogna armarsi di estrema pazienza e fancazzismo; avere aspettative diventa presto illusorio e deludente; più che vivere alla giornata si vive al minuto. Per non impazzire ho dovuto presto abbandonare gli schemi mentali vincolati a produttività, ottimizzazione ed efficienza. Facendo una considerazione generale, ma anche molto soggettiva, credo che questo atteggiamento estremizzato si discosti da quello ben più filosofico di “Pole Pole” che si ritrova in tante culture e diventi esclusivamente un freno. Pur essendo un detrattore di quel capitalismo che ha reso frenetiche le nostre vite, ritengo che potrebbe esistere una sana via di mezzo.

Un aneddoto su tutti: trovai un artigiano che faceva gioielli bellissimi e, nel corso della vacanza, comprai un sacco di articoli. Probabilmente gli pagai l’incasso che, diversamente, avrebbe fatto in un anno. Una decina di giorni prima di ripartire gli chiesi di fare un anello con orecchini e collana abbinati e ovviamente personalizzati. Erano per un regalo importante e avevo le ultime banconote locali da spendere. Nulla di esagerato, ma per le tariffe standard era un ordine straordinario. Mi disse che ci sarebbero voluti 3 giorni per la consegna ma, dopo questo periodo, non aveva neanche iniziato il lavoro. Ci tenevo a quel regalo e ogni giorno passavo da lui per fargli presente che sarei ripartito a breve. Nonostante ciò e la  consapevolezza che avrebbe rinunciato ad un ingente guadagno, ogni volta che passavo era seduto sui gradini a chiacchierare con gli amici. Per fortuna intervenne Eusebe facendogli presente che sarebbe risultata una mancanza di rispetto e correttezza. Solo allora fece il lavoro che aveva promesso di fare.

    <Quando finalmente siamo partiti ero stanco e nervoso per l’attesa. Ero affamato, dato che ormai mi sono adeguato all’uso e costume di saltare il pranzo, ma soprattutto ero impaurito. Non sapevo come saremmo andati ad Aguégués e mi sono ritrovato a bordo di un’imbarcazione poco più larga del mio sedere. Con il buio abbiamo attraversato una laguna: sembrava di volare nel vuoto, l’aria che ci soffiava in faccia non vedendo letteralmente nulla; un insieme di emozioni tra eccitazione, tensione e smarrimento. Gli unici bagliori provenivano da altre barchette, incrociate nel tragitto, con una torcia a bordo e rigorosamente a remi. Noi eravamo gli unici a viaggiare a motore. Mi hanno tranquillizzato dicendo che i coccodrilli stanno solo nelle insenature dove l’acqua è più stagnante ma, quando ci siamo arenati nelle pullulanti mangrovie, il cuore mi si è quasi fermato. Si sono alzati in piedi urlando e facevano ondulare la piccola barchetta. Destra sinistra, destra sinistra fino quasi a far entrare acqua a bordo. Frastornato e confuso, non capivo cosa stesse capitando finché non ho visto le piante spostarsi aprendo un varco. Era una tecnica, un metodo per muovere le ingombranti erbacce grazie alle onde provocate dal nostro dondolio. È stata una vera e propria odissea. L’elica si arenava nell’eccessiva vegetazione e noi ci fermavamo. Ogni volta che sentivo il motore borbottare le pulsazioni aumentavano come durante una corsa. Nei casi estremi dovevamo avanzare manualmente, grazie ad un lungo ramo che veniva piantato sul fondale per darci la spinta. Arrivare sani e salvi mi è sembrato un miracolo.

Una volta scampata però devo dire che è stato parecchio emozionante, soprattutto vedere le palafitte nelle quali vivono per interi mesi. Vivono soli e la loro unica attività è il lavoro. Ogni giorno passa una barchetta a ritirare il pescato e portarlo al villaggio, lasciandoli nuovamente nella loro solitudine. Più ci ragiono, più mi sbalordisce: un essere umano che per mesi vive senza elettricità (elettrodomestici, TV, luce), senza un materasso, senza armadi, senza nulla di nulla per pescare; una sorta di eremita, forse un asceta.

Sento uno scarafaggio o non so cos’altro che si muove nella stanza. Per non farsi mancare niente, qui è pieno di serpenti. Ma dove cavolo mi ha portato! Non vedo l’ora che cresca il sole per vedere dove sono finito. Proverò a dormire sperando di addormentarmi prima che le paranoie prendano il sopravvento.

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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