Yovo per un mese: CAPITOLO 7

Aguégués, 5 Luglio 2013, ore 6:15

    <Una cantilena accompagnata da musica rumorosissima mi ha tolto il sonno. Sono curioso di scoprire da dove proviene questa litania, ma Eusebe ancora dorme. Non ho riposato granché, senza cuscino né lenzuolo: mi sono sentito molto spoglio. Inoltre ho due pizzicotti sulla gamba, speriamo non siano infetti. Mi auguro che in questo posto si faccia la colazione perché ieri non ho mangiato praticamente nulla. Di sicuro non c’è il mio adorato “pain chaud” a salvarmi lo stomaco, qui le scorte arrivano dall’altro lato della laguna, impossibile trovare pane fresco.

Solo ora mi torna alla mente l’incubo di questa notte: con un sobbalzo e in pieno dormiveglia, senza comprendere dove fossi, ho iniziato ad urlare “No-No-No”!!! Il mio compagno di stanza, anch’esso di soprassalto, si è svegliato e, allarmato, mi ha detto “pensavo ti stessero rubando”. Sicuramente anche Eusebe parlava in preda alla sonnolenza, ma questa sua preoccupazione inconscia non la trovo molto rassicurante.

Che belle le lucciole, non ne avevo mai viste così tante! La loro elegante danza luminosa si vede anche se non c’è completamente buio. Quella che, in camera, mi ha tenuto compagnia tutta notte, alle prime luci dell’alba ha lasciato posto a due gigantesche lucertole appese alla parete. D’altronde, in una stanza dove la finestra è un buco nel muro senza vetri, chiunque è il benvenuto. 

Risolto l’arcano: il cantico misterioso proveniva dalla vicina Moschea; in questi giorni la sveglia sarà gentilmente offerta dai devoti musulmani in preghiera.

Attività mattiniera: sgombero dei cadaveri degli scarafaggi per mezzo della scopa africana, un mazzo di foglie di palma lunghe circa un metro, che ti obbliga ad una postura accovacciata molto scomoda.>

    Ore 17:20

    <L’Africa è meravigliosa: mi stupisce ed emoziona, ogni giorno è un avventura.

La vita ad Aguégués gira attorno al fiume: ci si lavano, ci lavano i panni, ci pescano, è la loro via di trasporti; il fiume è tutto. Oggi lo abbiamo navigato in lungo e in largo. Siamo partiti presto, ancora a stomaco vuoto, per arrivare fino a Porto Novo. Sulla riva della capitale abbiamo comprato acqua potabile, benzina e pane per fare finalmente colazione. Lungo il corso d’acqua abbiamo incontrato vari villaggi, nei quali ci siamo fermati per salutare vecchi amici del mio cicerone. Un sacerdote appena conosciuto mi ha chiesto di regalargli una tonnellata di cemento per costruire la sacrestia. A prescindere dal costo di 100.000 franchi (circa 150 Euro), la sua audacia mi ha messo in estremo disagio. Ad ogni modo, ero uscito senza il portafogli e perciò la decisione è stata molto semplice.

La Chiesa qui è davvero molto rispettata e il clero è l’unica vera classe nobiliare; risulta eccessivamente stridente il contrasto tra le condizioni di vita dei chierici e tutti gli altri.

Intere popolazioni vivono completamente senza elettricità, su palafitte, campando di ciò che gli fornisce madre natura. Proprio come si legge nei libri di storia, la vita si è radicata lungo il fiume, come un unico paese ‘serpente’, lasciandosi il vuoto alle spalle. Dove c’è acqua c’è vita, qui lo si tocca con mano.>

Ho sempre desiderato vedere una vera palafitta: mi affascinano. Ma la dura realtà ha decisamente infranto l’ingenua idea che mi ero fatto. Nell’immaginario paradisiaco avevo una costruzione armoniosa in un contesto tropicale. Le palafitte che ho visto là sono piccole, spoglie, precarie e davvero poco confortevoli. Non ci sono letti, tavoli, sedie, armadi e nessun genere di confort. Forse, quando sentiamo, a distanza di migliaia di chilometri, che in alcune zone non hanno elettricità, non ci rendiamo conto fino in fondo di che cosa questo comporti: no cellulare, no TV, no frigo, no lavatrice, no lavastoviglie, no lampadine, niente di niente; quando cala il sole la vita deve interrompersi, niente aperitivi o serie TV. Il pavimento è un insieme di canne di bambù molto scomodo sul quale sedersi, per pulire basta infilare un coltello tra le canne e allargarle, creando una fessura dalla quale cadranno le briciole. Usciti di ‘casa’ sono in mezzo al fango: i bambini nudi coi piedi nella melma e genitori perennemente insabbiati di ritorno dal fiume. I maiali girano liberi e non è raro vederne galleggiare qualcuno morto. Ho provato ad immedesimarmi e credo che non durerei due giorni a vivere lì.

    <Ho potuto condurre la barca: devo dire che è stato più facile che guidare lo scooter; dovevo solo stare attento a rallentare quando incontravamo un’altra imbarcazione, perché le onde prodotte dalla nostra velocità a motore mettevano in difficoltà le imbarcazioni a remi; alcune di loro erano talmente cariche di sabbia da rasentare il livello dell’acqua rischiando l’affondamento, altre erano colme di reti con bambini, non più grandi dei dieci anni, che si immergevano a fissarle sul fondo, altre ancora erano capitanate da donne che, con un’eleganza soprannaturale, scivolano sul corso per commerciare.

Oggi, in una rara giornata limpida, il sole ha brillato in cielo ustionandomi la pelle. Per fortuna sono venuto nella stagione delle piogge.

Una volta tornati ad Aguégués, che avendo una chiesa è più ricca e ha anche alcune case in muratura e l’elettricità, ho trovato l’intero villaggio al lavoro. Stavano facendo il tetto di una casa e non ho saputo trattenere la curiosità. Sono salito con gli operai, mi hanno offerto un caffè, ovviamente solubile, fatto direttamente dentro al secchio dal quale avevano appena ‘scazzuolato’ il cemento: ho gentilmente rifiutato. Visto dall’alto faceva impressione l’incredibile catena umana, dava proprio l’impressione di tante formiche operaie che, senza nessun tipo di automatizzazione, compivano un’impresa apparentemente impossibile. Non c’erano betoniere e neppure pompe per spingere il cemento fino in cima alla struttura: le donne, con la loro tipica abilità di portare qualunque cosa sulla testa, riempivano gigantesche bacinelle d’acqua, ovviamente al fiume; gli uomini scaricavano pesantissimi sacchi di cemento da una barca; un’altra fila di donne scaricava, sempre con le bacinelle di metallo, la sabbia da un’altra barca; arrivate le tre materie prime alla base dell’impalcatura, iniziava lo spettacolo. Il ponteggio, allestito con semplici tronchi, assi di legno e chiodi, sembrava potesse crollare da un momento all’altro. Gli operai, disposti a due a due su ogni livello, si lanciavano dal basso all’alto ‘badilate’ di sabbia e cemento che, con l’aiuto dell’acqua via via aggiunta, si mescolavano ogni piano sempre di più, arrivando sul tetto perfettamente amalgamati. Una volta in cima, il cemento veniva caricato in una carriola e distribuito su tutta la superficie. Semplicemente sbalorditivo. Sono grato di aver potuto assistere a tale laboriosità.

    Ore 23:00

    <Anche se puzzo come un animale, non voglio farmi la doccia. Abbiamo trovato delle cacche nel bagno, probabilmente ci vive un topo: domani mi toccherà verificare.>

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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