Yovo per un mese: CAPITOLO 8

CAPITOLO 8

    Aguégués, 6 Luglio 2013, ore 7:00

    <Controllo tutto accuratamente e, non vedendo niente, decido di tentare: d’altronde ho davvero necessità di lavarmi. Anche qui l’acqua è fredda, ma mi godo la doccia finché non sento un rumore. La piletta sotto i miei piedi inizia a muoversi; provo ad ingannare la mente convincendomi che è solo l’acqua che, defluendo male, tende a risalire; spengo l’acqua e la spinta non si arresta. Non faccio in tempo a spostare il piede che dallo scarico sbuca un topolino, in fretta e furia corre dietro al lavandino. Faccio un balzo che quasi cado a terra e il cuore inizia a palpitare; appena la reazione istintiva lascia spazio alla ragione riaccendo l’acqua, dopo tutto ha sicuramente più paura lui di me. Finito di lavarmi, lo lascio tranquillo nel suo territorio e lo vedo tornare di soppiatto in quella che probabilmente è la sua tana finché non rischia l’annegamento. Chi l’avrebbe mai detto: anche far la doccia in compagnia di un topo non è poi così assurdo.

Quella rinfrescata mi serviva proprio, questa mattina parteciperemo ad un matrimonio. Eusebe mi ha prestato un abito tradizionale, i miei dovrebbero essere pronti una volta tornati sulla ‘terraferma’.>

    Ore 22:30

    <Cavoli, che giornata!! Il matrimonio è stato eclatante: un’esplosione di colori, abiti meravigliosi e sgargianti, musica incalzante ed appassionata; una vera festa, una danza di felicità ed energia, balli interminabili dai quali era impossibile non farsi coinvolgere. Ho avuto l’impressione di partecipare ad un rito primordiale dove si celebrava un’unione viscerale. In effetti qui viene vissuto tutto con un’intensità maggiore. Basti pensare al funerale che hanno svolto in città nei giorni scorsi: hanno allestito un tendone dove hanno festeggiato mangiando e cantando senza sosta  per tre giorni. Partecipare a quel matrimonio mi ha fatto sentire un privilegiato.

Ancora col suono dei tamburi nelle orecchie, siamo dovuti partire: destinazione “Venise d’Afrique”. Per raggiungere la Venezia africana abbiamo attraversato il lago Nokoué, direzione Ganvié. La navigata è stata piacevole e rilassante, per lunghi tratti sembrava di essere in mare aperto non vedendo la costa attorno a noi. Arrivati a destinazione è stato come entrare in un’altra dimensione, un mondo parallelo costruito sull’acqua. Un intero paese sul lago, a qualche miglia dalla costa, un traffico di barchette da far impallidire una metropoli. Le palafitte sono molto più raffinate di quelle viste finora. Una addirittura aveva un pannello solare molto piccolo sul tetto. La parte più divertente è stata comprare il cibo direttamente da un’altra barchetta. Abbiamo anche provato a buttare le reti per pescare, ma, per quanto mi riguarda, servono giorni e giorni di allenamento per imparare a lanciarle nel modo corretto. Ogni volta che ci provavo si aggrovigliavano senza minimamente aprirsi; e si che a veder loro sembrava un gioco da ragazzi.

Il tramonto visto sul lago è stato a dir poco strabiliante, ma ora c’era da tornare al buio.

Come se non bastasse si è alzato il vento e il lago è diventato improvvisamente mosso. È stata l’ora e mezza più adrenalinica della mia vita: procedevamo pericolosamente inclinati con le onde che ci sbattevano addosso. A quel punto mi è stato chiaro a cosa servisse quel telo di plastica nero che tenevamo sotto i piedi, lo abbiamo srotolato e utilizzato per proteggerci dalle secchiate d’acqua che entravano in barca. Ero fradicio e, ironia della sorte, ha iniziato a piovere. Le onde mi facevano sobbalzare rischiando di volare fuoribordo mentre i pesci, invece, continuavano a saltare dentro. Sembravano impazziti e più di uno mi si è schiantato in faccia. La pioggia battente mi impediva di vedere, ma tanto, nel bel mezzo del lago e immersi nel buio pesto, non c’era molto da vedere. L’unica cosa che potevo fare era affidarmi al nostro marinaio. Quando ha smesso di piovere, ed  il vento è calato, ci eravamo persi. Dovevamo tornare e sinceramente non ero molto speranzoso, la costa era tutta uguale, nessuna luce. Per fortuna presto si sono dileguate le nuvole, permettendo alla luna di illuminare. Per me non cambiava granché, ma l’occhio allenato del nostro salvatore ha riconosciuto la sagoma delle palafitte di  Aguégués portandoci sani e salvi a riva.

Finalmente siamo a casa. Ora, farmi una doccia con un topo che mi sgattaiola tra i piedi sembra una cosa molto rilassante. A cena non avevo neanche le energie per provare a tradurre i discorsi fatti in francese, ma ahimè non ho potuto non sentire che parlavano di stregoni ed esorcismi. Questa storia del vudù inizia a turbarmi, qui ci credono fermamente. Eusebe rivelò di quando il fratello di suo nonno gli fece una stregoneria; questo anziano era un santone e, per qualche legge spirituale, doveva sacrificare un membro della sua famiglia. I genitori di Eusebe, cristiani e in completo disaccordo, pregavano giorno e notte mentre lui aveva febbre altissima. Il giorno che la febbre scomparve di colpo la cugina morì improvvisamente mandando su tutte le ire il vecchio sciamano.>

Non capivo come mai, loro, uomini di chiesa, credessero a queste dinamiche pagane. A parer loro erano tutte manifestazioni demoniache; in sostanza il diavolo agiva per mano di chi, non credendo al cristianesimo, perpetrava il volere di satana. Il prete che ci ospitava mi raccontò anche dei tanti esorcismi che fece. Il più spettacolare era quello dove, a rituale compiuto, lo spirito maligno uscì dalla bocca del soggetto sotto forma di serpente. Era un personaggio davvero eccentrico ed egocentrico al quale non davo molto peso, ma devo dire che, esclusi i suoi racconti eccessivamente sensazionali, per quanto io sia un uomo di poca fede, quei discorsi facevano breccia. Sembra impossibile, ma è difficile rimanere immuni a certe credenze una volta che ci si è immersi. Per quanto lontane dalla propria cultura, il contesto prende il sopravvento e tutto diventa plausibile. Basta che si insinui il dubbio e gli indizi inizieranno a collegarsi autonomamente in cerca di spiegazioni per noi, fino a qualche momento prima, inaccettabili. Faccio fatica a spiegarlo e, riscrivendolo ora, capisco che sembri assurdo, ma è stato davvero un bel trip.

    <Domani si torna a Hévié sulla terra ferma. In mente ho un’unica cosa: affrontare il ‘baobab del Vudù’. Chissà cos’altro mi aspetta.>

Viaggiatore anonimo mosso dall’inesauribile necessità di vivere nuove esperienze. In quella che Bauman definisce Società Liquida, il Viandante scappa dall’incessante nichilismo cercando nel viaggio una nuova etica. Una passione che diventa urgenza, essenziale al sentirsi vivo. Errare, conoscere poi mutare.

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