CONOSCI L’ARTISTA: FLAVIA FRANCESCHINI

Flavia Franceschini ci accoglie nel suo studio situato nel centro storico di Ferrara, in via Carmelino. Un laboratorio che esalta le diverse passioni dell’artista ferrarese la quale, partendo dalla scultura, nel corso degli anni ha sperimentato diverse tecniche fino ad avvicinarsi al mondo digitale. Mi trovo avvolta da ritratti, ceppi in legno che attendono di prender forma, arnesi, elementi di scenografie teatrali. Un mix interessante per cui non serve altro che sedersi ed ascoltarne la storia.

Quando è nata la sua passione e quando ha cominciato a fare questo lavoro?

La mia passione è nata facendo un corso di restauro del legno intorno agli anni ’80.

Ho avuto una bottega fino al ’95. Con la nascita delle mie figlie mi sono un po’ allontanata per poi riprendere piano piano.

Il legno è stato l’inizio. È un materiale bellissimo, vivo, che continua a profumare per anni. Però ha dei limiti, soprattutto, secondo me, quello della pesantezza. Con il tempo volevo fare delle cose sempre più leggere ed ho, quindi, cominciato ad usare le figure scolpite come base per farci dei calchi con delle stoffe, delle resine etc. La figura rimane in rilievo ma mantiene la trasparenza e viene retroilluminata. Fino ad arrivare all’ultima mostra che era praticamente virtuale.

Come si è sviluppato il suo lavoro negli anni?

Delle cinque che eravamo partite nella bottega, eravamo rimaste in due. Io e l’altra ragazza facevamo sempre un bozzetto in modo da capire dove andare a togliere. Per poi andare a lavorare con le braccia, sgorbi e scalpelli.

Ho vissuto delle esperienze bellissime in montagna, con questi legni di cirmolo profumati. È un materiale duro che nasce nell’alta montagna, pregiato e non presenta troppi ostacoli quando viene lavorato.

Ho usato anche la creta ma solo per fare dei bozzetti, perché il suo problema è che va cotta. Purtroppo, non ho un forno adatto. Altrimenti sarebbe molto più facile del legno, in quanto è modellabile. Il legno è come il marmo, quando hai tolto, non torni più indietro.

Nell’attuale bottega ho anche la zona torchio. Mi piace fare delle incisioni.

La mia passione per i ritratti è, invece, più recente. Mi è sempre piaciuto fotografare ma non sono mai stata una fotografa. A volte si utilizza un mezzo per fare altre cose.

Quali sono i soggetti dei suoi ritratti?

Per una mostra mi sono messa alla ricerca di ritratti dei miei antenati e li ho restaurati. È stata proprio come ricomporre il passato.

Conservo delle fotografie di persone vissute, trovate nei mercatini, buttate via dai discendenti. Per me è una magia vedere il mondo di queste persone. Vorrei fare delle foto così, costruite, in modo che ognuno si distacchi dal contesto reale, andando a metterci elementi che magari in quel momento non pensi ma che hai dentro.

Non voglio riproporre delle finzioni ma ciò che mi piace è proprio l’idea di fare ritratti costruiti e ambientati.

Ho sviluppato, infatti, un angolo ritratti ed ho conservato dei fondali che ho dipinto con paesaggi ed altre cose che utilizzo quando lo devo allestire. C’è pure un pezzo della scenografia che avevo fatto per uno spettacolo teatrale che adesso uso come fondale.

Sono un’accumulatrice seriale. Ho un armadio colmo di vestiti, cappelli e oggetti trovati nei mercatini che vorrei utilizzare per ricostruire la scena dei miei ritratti.

Ho fatto un lavoro alcuni anni fa in cui ritraevo coppie di artisti ferraresi. Quando sono venuti qui in bottega, li ho lasciati liberi di decidere se affidarsi a me o portare una loro idea. Molti sono venuti già vestiti come si sentivano. Ad esempio, una coppia si è voluta far fotografare con due scope in mano.

C’è stata un’esperienza lavorativa che l’ha toccata particolarmente?

Ho fatto una mostra a Roma. Il giorno della chiusura ho fatto una performance in cui mia figlia minore, dietro dei veli, era vestita come mia nonna e leggeva dei suoi brani di un diario scritto quando aveva 15 anni, quando dalla Sardegna venne a Ferrara passando per la Sicilia facendo un viaggio per mare e in treno. È stato proprio un racconto di quello che vedeva con i suoi occhi di ragazzina. È stato molto emozionante per me.

C’è sempre stata la ricerca del passato?

Nelle prime mostre non vi era questa ricerca del mio passato ma c’era un forte rimando alle figure mitologiche. Figure che avevo concepito tra la figurativa e l’astratto. Ad esempio, avevo dedicato una scultura alle tre protettrici della femminilità babilonesi.

La mia passione era nata così. Mi piacevano molto miti.

Qual è stata la sua più soddisfacente esperienza professionale?

Ero una ragazza, stavo facendo il mio autoritratto, alto 1,70 m, nella piazza di Asiago. Un mese prima ero stata a Corfù con mio marito ed eravamo stati in una spiaggia dove c’era stato un incontro tra Ulisse e Nausica secondo l’Odissea. Mi aveva impressionato questa cosa. Così, in quella spiaggia deserta, mi sono messa un telo addosso e mi sono fatta fare una foto da mio marito. Mi sentivo molto Nausica. E dopo ho fatto questo autoritratto grande quanto me. Di notte Celentano e sua moglie si aggiravano per questo simposio, hanno visto nascere questa scultura e vollero comprarla. Ero un po’ dispiaciuta perché è stato quasi un tradimento venderla. Ho scoperto però di recente che ancora la conservano nel loro salone. Una piacevole sorpresa.

Da chi e cosa prende ispirazione per i suoi lavori?

Tutto questo per me non è un lavoro, non un lavoro redditizio. Il restauro, la fotografia, la scultura, sono una serie di passioni, di passatempo.

Ho dei programmi, delle scalette che butto giù quando mi vengono delle idee. Ma molto spesso le cose nascono casualmente. Lo stimolo viene da un invito, da un’occasione e così vado a cercare in me cosa ho voglia di fare.

Ho sempre detto che quando vengo in bottega mi sembra di andare da un amante, perché stacca talmente tanto con tutto il resto. La mia bottega è piena di cose che rappresentano per me come delle fughe di sogno che fanno solo bene al proprio equilibrio. Ho sempre fatto cose di evasione o di ricerche intime, mai cose impegnate, a sfondo sociale.

Bisognerebbe avere la giornata di 36 ore, delle quali dedicarne una ventina alla creatività.

"Ho 24 anni e, per qualche causa oscura sono una studentessa di fisica. Mi sto specializzando in fisica applicata ai beni culturali, da qui il mio interesse all'arte e a tutto ciò che concerne la datazione, lo studio della composizione e delle tecniche di produzione dei reperti storici. Mi piace sperimentare cose nuove ed è per questo che ho iniziato a praticare danza aerea e danza del ventre. Sono sempre in ricerca di stimoli ed entusiasta di fronte nuove sfide che si propongono. Sicuramente le mie capacità culinarie sono migliori di quelle creative ma ce la metto tutta. Quando ho un obiettivo non demordo finché non lo raggiungo! "

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