‘I TESTAMENTI’: ne vale la pena?

A 35 anni dall’uscita de ‘Il racconto dell’ancella’, quando ormai i suoi lettori avevano perso ogni speranza di un sequel, ecco che finalmente, il 10 Settembre 2019, apparire sugli scaffali delle librerie ‘I testamenti’, uno tra i seguiti forse più attesi della letteratura contemporanea. 

Atwood ci porta di nuovo a Gilead, dittatura teocratica immaginata sul suolo di quelli che sono gli attuali Stati Uniti, dove le donne in particolar modo vivono controllate e con enormi limitazioni alla propria libertà personale. ‘Il racconto dell’ancella’, diventato ormai classico della letteratura femminista e tornato recentemente in auge grazie anche al successo dell’omonima serie televisiva, segue la storia di Offred, un’ancella il cui unico scopo nella società gileadiana è quello di dare un figlio al proprio Comandante e a sua Moglie. Non mi dilungherò ulteriormente su questo primo romanzo, mi limiterò semplicemente a consigliarvene la lettura, a maggior ragione oggi, con la situazione politica globale che vede gli estremismi di destra spuntare come funghi ad ogni angolo. Decisamente cinque stelle su cinque. 

Passiamo a ‘I testamenti’, parliamone. Aspettavo questo libro e, in occasione della sua uscita, sono corsa in libreria e ho acquistato in blocco sia lui che il suo predecessore. Ho riletto e divorato ‘Il racconto dell’ancella’ e poi, presa dall’euforia della lettura, mi sono subito buttata su ‘I testamenti’. Avevo alte aspettative, lo ammetto. Atwood non mi ha mai delusa, i suoi libri sono per me una meraviglia continua che trovo impossibile posare una volta cominciati. In un certo senso è stato così anche questa volta: posare ‘I testamenti’ è difficile. Si tratta di un libro con uno stile narrativo ben diverso dal suo predecessore: mentre ne ‘Il racconto dell’ancella’ il tono della narrazione era più riflessivo, l’andatura più lenta e in generale si trattava di un romanzo molto votato al passato e alla nostalgia per la libertà, ne ‘I testamenti’ c’è tanta, tanta azione, tanto movimento. I punti di vista questa volta sono tre: quello di una ragazza cresciuta a Gilead, quello di una ragazza cresciuta in Canada e quello di una Zia (che all’interno di questa teocrazia sono un po’ maestre e guardie, aguzzine e madri nei confronti delle donne e in particolare delle ancelle). Il motivo per cui Atwood ha deciso di scrivere questo seguito è la necessità di rispondere a questa domanda: ‘sappiamo che Gilead è caduta, ma in che modo? Come è successo?’. Eviterò di fare spoiler, non preoccupatevi. 

Credo che se non avessi visto la serie tv ispirata a ‘Il racconto dell’ancella’ avrei avuto un parere diverso rispetto a questo libro, lo avrei letto in modo diverso. Al suo interno si possono trovare riferimenti alla serie che talvolta mi sono parsi esagerati. Colpi di scena che non ho vissuto come colpi di scena proprio perché ho alle spalle la visione di tre stagioni della serie. Ci sono cose in questo libro che non mi hanno convinta, prima tra tutte la rappresentazione dei giovani che, più che essere i personaggi tridimensionali a cui sono abituata nei romanzi di Atwood, sembrano figure a cartone stereotipate, raccolte dall’immaginario comune di un adolescente, di come parla e si comporta. Non mi sono affezionata a queste giovani ragazze narratrici del loro mondo, le ho trovate false, irreali, impossibili. La Zia è invece quel personaggio, quella narratrice, che mi sarebbe piaciuto avesse trovato più spazio all’interno del romanzo: avrei volentieri letto 400 pagine unicamente sul suo punto di vista. 

Ciononostante, come già detto, non sono riuscita a poggiare ‘I testamenti’ una volta cominciato a leggere. Atwood scrive in modo tale da rendere difficile voler interrompere la lettura e io ci sono cascata, di nuovo. Non mi sono fermata. 

Avevo alte aspettative per questo libro e non sono ancora sicura siano state soddisfatte a pieno ma si tratta comunque di un buon libro, di un’altra finestra sull’inquietante e interessantissimo mondo di Gilead, di cui tutti noi amanti de ‘Il racconto dell’ancella’ volevamo sapere di più. Avevamo bisogno veramente di un sequel? No, non necessariamente, ma la sua esistenza può essere apprezzata, nonostante non fosse esattamente come me lo aspettavo. 

Se dovessi valutare questo libro direi che su cinque stelle se ne meriterebbe quattro. Ottime idee, forse alcune lacune nell’esecuzione. Ma, in fondo, sono pareri.

ILLUSTRAZIONE A CURA DI MICAELA COMPAGNO

Micaela è una ventenne curiosa e a cui piace fare cose nata a Taranto nel 1997. Scrive, dipinge, disegna ed occasionalmente canta anche. Tra le sue passioni più grandi ci sono: i gatti; le lasagne; le sere in cui piove e le mattine in cui può stare sotto le coperte cinque minuti in più.

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